The Project Gutenberg EBook of Mar sanguigno, by Guido Milanesi This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org/license Title: Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) Author: Guido Milanesi Release Date: June 6, 2019 [EBook #59687] Language: Italian Character set encoding: UTF-8 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MAR SANGUIGNO *** Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) GUIDO MILANESI MAR SANGUIGNO (OFFERTA AL NOSTRO BUON VECCHIO DIO) EDITORI — ALFIERI & LACROIX — MILANO _Proprietà artistica e letteraria riservata agli editori._ _Copyright 1918 by Alfieri e Lacroix — Milano._ _Stabilimento Alfieri e Lacroix — Milano, Via Mantegna 6._ LU SCÏÒ (LA TETRA LEGGENDA DELL'ADRIATICO). _It is an ancient Mariner...._ (COLERIDGE). Sono intorno a me otto uomini vecchissimi che il mare da lungo tempo ripudiò. Da tuguri pieni di bimbi e d'immagini sacre, da giacigli posti tra reti rotte e detriti di barca, questi che non più altro chiedono alla vita che pace e sole, sono stati scovati ad uno ad uno con la promessa di un po' di vino; e col loro passo che non ha più fretta hanno varcata la soglia di questa villa seguendo docilmente il domestico attraverso il giardino e venendo a sedersi in silenzio nella stanza mia. Le finestre son chiuse. Una pioggia orizzontale scroscia sui cristalli col selvaggio impeto delle pioggie di novembre, mentre le invisibili mani del vento scuotono, curvano e dilaniano le cime degli alberi, facendo sbalzar pazzamente la luce dell'interno lungo i toni di una scala cinerea. Così nell'ambiente a poco a poco s'aggrava un odore grasso e complesso sul quale pesce tabacco e catrame, aspri fattori primi, sormontano un odore più blando di chiesa troppo piena e quello indefinibile e più repulsivo della stoffa dei poveri, inumidita. Ecco dunque un ben strano consesso intorno a me. Sono carni risecchite e scolpite dal sole e dagli anni, crani che appena fissati rivelano il teschio, occhi rossi, socchiusi dall'aver visto troppe cose, mani deformi e tremolanti che si agitano impercettibilmente nel silenzio dell'attesa: tutta una rovina organica irrimediabile e pronta a sparire. Ma per contrasto le alte spalliere delle poltrone damascate in verde cupo danno ad ogni corpo uno sfondo solenne; ed allora ognuno di questi vecchi che i miei sguardi investigano, perde per me il suo aspetto misero e m'apparisce come in trionfo. Un capriccio travestì e deformò dei dogi; i più vecchi dogi d'una Venezia stracciona...; ma dogi sempre...: chè se dalla scolorita giubba di uno manca ogni bottone, se uno squarcio riaperto nella mal fatta ricucitura mostra il gramo ginocchio di un altro, se un terzo sporge un braccio anchilosato da una manica sfilacciata, e se un altro, due altri hanno i piedi nudi, tutti comandarono navi ed uomini e tutti dal Cònero al Gargano dominarono l'Adriatico rastrellando pesce, questi analfabeti scienziati del mare, i cui sguardi flosci ora convergono nel mio come raggiera al centro. Ci guardiamo e tacciamo. L'idea dei tanti anni qui dentro compressi mi opprime. Io quasi non oso sospingere il mio pensiero vivo tra tanti cadaveri di pensiero sepolti in questi crani; ed in me sopravviene come un'improvvisa fanciullezza sulla quale incombe di nuovo quel «rispetto dei grandi» che da bambini ci faceva così umili. Far parlare costoro, raccogliere le loro leggende mi sembra ad un tratto una cosa impossibile. E poi, sarò compreso? — Neanche per sogno! — mi dice nettamente un mio amico di qui che secondando il mio desiderio ha saputo scovare questi otto vecchi — ciò che resta dei più celebri marinai del paese — e si è offerto da interprete. — Bisogna lasciarli parlare come credono, partendo da un argomento qualsiasi e spingendoli a poco a poco dove si vuole. Vedrà che faremo presto. Diriga loro una domanda a caso... ma che susciti il loro interesse... Cerchi un po'... Oh, allora è presto fatto. Interessar dei vecchi? Chi molto ha speso, pensa spesso a ciò che gli resta: qui, il vissuto e il da vivere. Scaldarli un po'? Basta chieder loro, per esempio, chi sia il più giovane... Questa mia prima domanda, tradotta, suscita infatti un confuso coro di denegazioni discrete, accentuate da una mimica a scatti come di mal congiunte membra di legno: cercar di precisare la propria età li mette di buon umore, li ravviva comicamente: son risatine catarrose, titubanze, brevi scoppi di tosse...; ed anche colui che viene finalmente designato da tutti come il più giovane, sembra schermirsi da un fatto buffo che a torto gli venga attribuito: e ride scoprendo le caverne dei denti. Ride perchè ha settantadue anni. Si chiama Antò, detto Picchinsù: e il cognome è inutile. Dice di conoscermi perchè un figlio di sua figlia, ora morta, fu imbarcato con me sulla _Varese_ e per i miei buoni uffici fu promosso sottonocchiere. Può darsi. Ma ce n'è un altro che ride di più; Isè (Giuseppe) detto «La Botta» (il rospo), rattrappito infatti da un troncone d'antenna che gli cadde addosso in una notte di tempesta. Qualche parola che io non comprendo s'intercala nell'espressione del suo riso. — Dice — mi spiega l'amico — che Antò è «nu frighì» (un ragazzo) perchè lui invece ne ha ottantasette... Ottantasette! Un breve calcolo mentale scolpisce nella mia mente la cifra 1826 e mi porta a riflettere su una circostanza naturale e che senza nesso logico, ora mi apparisce come assurda: e cioè che quando nacque questo Isè «la botta», l'Aquila Cörsa era sparita da appena cinque anni... Ma tutti gli avvenimenti della terra si fransero contro la prora della paranza di costui. Infatti alla domanda scherzosa se egli ricordi di aver sentito nella sua adolescenza nominare un certo Napoleone Bonaparte, l'uomo corruga le bianche sopracciglia, pensa, si sforza, ride... Se l'ha sentito nominare! Sicuro. Si ricorda benissimo di un tale che si chiamava Napoleò ma che aveva però un altro soprannome: non Bonaparte. Era padre di tre figlie... — come tradurre la rude parola sua? — uomaiole, le quali vagavano a sera per la pineta lungo la spiaggia, deviando dalla casa e dalla moglie i marinai ritornati dalla pesca... — Isè, questo non c'interessa — interrompe il mio amico. — Non vogliamo sapere questo, Isè. Ma il vecchio, preso ad un tratto dal suo ricordo risvegliato, non bada più a nulla, e testardo come bimbo continua: — ... tre figlie che tutti i marinai alternativamente prendevano e maltrattavano: e che poi — prosegue abbassando repentinamente la voce — si rividero sempre dentro «_lu scïò_»... — In che cosa? — chiedo stupito. — Zitto! — Mi sussurra l'amico illuminandosi tutto. — Il caso ci aiuta. Mi pare che ci siamo. Un silenzio: un silenzio intessuto dal sibilo dei respiri. Ma perchè tutti questi vecchi mi fissano, sorpresi alla loro volta? — _Lu scïò!_ — mi si risponde in coro e con un tono confinante col rimprovero, così come merita la mia inverosimile ignoranza, non dissipata certo da una tale conferma. — Ma guarda questi giovani! — sembra mi dicano otto paia di occhi divenuti improvvisamente vividi nel fondo delle occhiaie — Hanno carta e penna davanti, interrogano, pare che sappiano tutto, e poi... — Parla tu, Isè — dicono varie voci, stridule, roche, bambinesche, sibilanti. Spiega tu a «lu patrò»[1] che è. Ma l'uomo esita, sputa... repentinamente illividito. Con un gesto quasi incosciente leva un braccio per indicarmi le finestre su cui l'acqua scroscia... I ricordi napoleonici svaniscono d'incanto avanti alla strana parola, al terrore, al gesto di questo povero rimasuglio di celebre marinaio. — Come? — insisto. — Vuol dire dunque tempesta questa tua parola? No: è evidente che l'idea della tempesta raccorcia l'altra, la vera, tanto è amaro il sorriso che l'accoglie. — Più, più... — brontola il vegliardo fissando i cristalli. — È cosa più temibile, più spaventosa... — E parla dunque! — gli dice l'amico. — Tu sei il più vecchio e tutti sanno che ne hai viste e fatte d'ogni colore. Ma che cos'hai? — gli chiede, vedendolo chinar la testa tra le mani. — Non si parla di queste cose, patrò; non se ne parla mai: e specialmente quando il tempo è cattivo: come oggi. Sono anni che non ne parlo più — risponde con fioca voce il vecchio. — Porta sfortuna. — Sta a vedere che il famoso Isè «la botta» ha paura! Come le donne! — Chi, io? — esclama il vecchio in un subito sussulto. — Patrò, Isè ha paura soltanto del vino cattivo. Quando non si vive più in mare «non c'è più bisogno» d'aver paura di niente. In mare, santi e madonne, e in terra, vino. E rivolgendosi a me: — _lè bune lu vì tue, patrò?_ (È buono il tuo vino, signore?) E ad un vago cenno d'assentimento: — _Mbè_ — dice —: _Nu lu sci viste maie tu, lu scïò?_ (Non hai mai visto, tu, lo scïò?) — Mai. Benchè io appartenga alla marina da guerra, sono di razza diversa e bassissima. Me lo dicono otto bocche mute, contorte da un ghigno di commiserazione. L'abbagliante luce di un fulmine, seguìta da un fragore infernale, mi fissa per un istante gli otto vecchi in questa loro espressione, prima che una semi-oscurità li affondi di nuovo nelle loro spalliere verdi. — Non l'interrompa più — mi consiglia l'amico. — Le tradurrò alla meglio le frasi difficili. Le riempia, le aggiusti lei.... * * * _Quando innumerevoli stuoli di nuvole scure sembrano improvvisamente divenir pesanti e scendono e s'accatastano e s'addensano, premendo sull'orizzonte come alpi di piombo, già fredde e compatte in basso, ma ancora tormentate sulle vette da mal spenta fusione, l'Adriatico spiana ogni sua onda e s'illividisce tutto per un immenso brivido che gli porta via ogni colore._ _Le vele gialle e rosse delle paranze sciamate tutt'intorno al cerchio eterno che stringe l'esistenza dei marinai, prima risaltano di più e poi divorate da una tinta di inchiostro, spariscono a poco a poco. E se allora una nuvola unica sconvolta da un vento altissimo si distacca dal fondo e si mette a correre essa sola, tutta orlata di grigio nel profilo mutevole, e accenna membra di chimere, code paleontologiche e tentacoli mostruosi, le barche immobili sembrano gravitare di più nel mare immobile, acqua, legname ed uomini, materia e spirito stringendosi assieme per lo stesso spavento._ _Nell'aria morta, solcata da fulmini lontanissimi, lenti volano i gabbiani esagerando il bianco delle loro ali sullo sfondo nero; ma non gridano più; non possono gridar più; s'è prodotto un fatto soprannaturale; essi hanno improvvisamente cambiato natura._ _Come tutto il creato, d'altronde. Ciò che apparisce come cortina di montagne nere, non è più formato da nuvole ma da una ressa di miliardi d'anime accorse da ogni mondo e compresse l'una sull'altra in tal maniera che forarne lo strato è impossibile; perchè il mare deve rimanere inesorabilmente chiuso attorno alle paranze. Esso è divenuto ad un tratto, rotonda, sterminata platea di giustizia._ _E quella nuvola solitaria che spazia da sovrana su tutte le altre e che ha raccolto ogni tentacolo per aprirsi in alto come coppa diabolica ed allungare verso il mare una sola, acuta, serpeggiante propagine, non è tromba marina, non è meteora; essa è fatta di morti...; — quelli a cui noi marinai facemmo torto in vita — dice Isè — è spada; spada di Dio; ed il suo nome è Scïò._ . . . . . . . L'uomo si ferma ansante sulla parola come per accentuarne la solennità. Mi guarda a lungo. Chiede da bere e vuota d'un sorso uno dei bicchieri di vino che il domestico ha preparati su un tavolo. Qualcuno lo imita timidamente: poi tutti vogliono bere e la loro ressa fa pena... Eccoli di nuovo ai loro posti, più soddisfatti, più aperti alle confidenze, come dimostrano i sorrisi sdentati, gli occhietti ravvivati e il coro delle raucedini. Ah, dunque tutto ciò mi interessa molto? Stranezze di giovane: da giovane che scrive... — Avanti! — incita il mio amico in tono impaziente. . . . . . . . _Ma in questa turba di morti si mescolano anche gli spiriti dei nemici vivi e di tutti coloro che vogliono nuocere ai marinai; è il demonio che ve l'incastra._ — Diamine! — Che? Si può domandarlo a Silvie, «lu patrò della paranza de lu Sindache». Costui era riuscito con raggiri a soppiantare nel comando della paranza un marinaio carico di famiglia e che quasi ne morì di dolore. In mare, venne lo Scïò. Lo spaventoso dito nero che fa sprizzare e ribollire l'acqua non appena la tocchi, si mise a girare intorno alla paranza stringendo gradatamente le sue spire e circondandola come con un muro di zampilli bianchi altissimi. Improvvisamente si volse verso la poppa, dove Silvie, al timone, tremava. La barra fu spezzata e gli agugliotti di ferro si torsero: preso da un turbine di spuma, l'uomo fu gettato sul ponte; e cadendo col viso in alto, vide trasvolare vicino a sè il volto ghignante del nemico, mentre si sentiva strappare presto presto a manate feroci tutti i capelli. E allora svenne... e fu calvo per sempre. _Sci capite, patrò?_ (Hai capito, signore?). . . . . . . . Sì, nello Scïò sono anche i vivi, non v'è dubbio. Infatti... — ... Infatti — interrompe bruscamente un tale che ha un cranio d'avvoltoio e si dimena sulla poltrona per improvvisa ilarità — io gliela feci bella a _Nazarè lu sborgnò_ (l'ubriacone) quando per avergli dato dei pugni all'uscita dalla messa a causa di una certa _Cuncè_ (Concetta), mi apparve davanti nello Scïò a dieci miglia da terra, tra Grottammare e Pedaso. Ah! — prosegue soffocato da un riso che gli scopre le gengive violacee — questo gli feci!... Ed il suo braccio s'agita in aria per un gesto infame. — Questo! E come sparì subito! Subito sparì!... Ah! Ah! Strangolato dalla tosse, l'uomo che ha interrotto si riaccascia. Ridono tutti. Un leggero freddo mi prende. E l'altro continua... . . . . . . . _Passano nello Scïò uomini, donne, bambini. Gridano disperatamente e la loro voce unita forma l'urlo della raffica. Sono vestiti di bianco e s'avvinghiano talmente tra loro da comporre un'unica colonna che dalla superficie dell'acqua s'alza, s'alza, s'allarga e si perde nel cielo, nel grigio delle nuvole. E tutta la colonna turbina su sè stessa come fosse un asse, ma un asse molle che possa inflettersi, oscillare, raddrizzarsi, fremere, spostarsi parallelamente a sè stesso con velocità prodigiosa._ _E nulla le resiste. Ciò che una suprema giustizia decreta, è compìto dallo Scïò con precisione matematica. A Porto Recanati vuota dei loro equipaggi due paranze nuove e ne uccide gli uomini, ma restituisce intatte le due navicelle al loro proprietario, arenandogliele su soffice letto di sabbia. A Porto San Giorgio inghiotte il solo «patrò» di un'altra paranza, sradicandolo dalla sartia alla quale s'era abbarbicato; ma non torce un capello a nessun altro. A San Benedetto del Tronto succhia un giovane da una barca e lo trascina in aria con sè. Mille braccia morte lo sospendono, lo stringono, lo strozzano...; e vien ritrovato malmenato cadavere sul declivio del monte di Presiccie tra Grottammare e San Benedetto._ _Ed una barca segnata a nero dallo Scïò è rinvenuta carica di sassi alle foci dell'Albula, mentre tutto il suo equipaggio si salva. E di un paio di paranze intente alla pesca, una sola ne prende che per «patrò» aveva tal Tommaso Spazzafumo, uomo perverso, annegato senza traccia insieme a tre suoi figli..._ _È dunque inesorabile lo Scïò, ma non eccede e non isbaglia. Questo mai._ * * * _Chi si sente colpevole, chi ha nella coscienza i carboni accesi del rimorso, può sperar grazia dallo Scïò raccomandandosi a Dio, promettendo pentimenti, risarcimenti, futura vita d'espiazione?_ _No; non può sperar nulla da Dio. Lo Scïò è già giustizia lanciata, è già irrevocabile volontà di Dio; non può più fermarsi; deve giungere come fiume alla foce, deve cadere come per legge di gravità devono cadere i pesi. Non c'è che un'unica via di scampo, ma richiede circostanze eccezionali e coinvolge la dannazione. Chi l'usa è irrimediabilmente preda del demonio. Il suo corpo vive ancora sulle paranze, getta le reti, serra o borda le vele, gira gli argani, ala le cime, parla, si nutre, avvista le terre e i fari lontani, ma la sua anima brucia nelle fiamme eterne e si contorce tra tutti gli spasimi promessi dalle varie religioni, tutte ugualmente prodighe in questo._ Ed ecco ora che cosa necessiti per fermare uno _Scïò_. Bisogna che a bordo vi sia un marinaio «primo nato» in famiglia e che questi possegga un lungo affilatissimo coltello da beccaio. Egli deve conoscere le misteriose parole che «offendono Iddio» e che, dettate dal demonio al primo marinaio che navigò l'Adriatico, attraverso una sottile fila d'uomini depositari del segreto, di generazione in generazione pervennero a lui. Egli è dunque elemento prezioso e rarissimo e generalmente non rivela sè stesso che al momento stringente del bisogno. Allora il denaro compenserà la salvezza della paranza e l'intercessione della Madonna di Loreto, scongiurata nei pellegrinaggi di settembre, ridarà forse pace all'anima compromessa. Al sopraggiungere dello _Scïò_, l'iniziato resterà solo in coperta, fronte alla colonna d'anime turbinanti e coltello denudato alla mano. Poscia, gridando le parole magiche che sa e frammischiandole a bestemmie oscene, taglierà più volte «nella» meteora muovendo orizzontalmente il braccio avanti a sè e tenendo il corpo chino. Basta. Come fossero state tolte ad un pilastro le pietre di base, l'orribile turbine crollerà, si dissolverà, sparpaglierà per il cielo le anime a gruppi spauriti che chiederan rifugio alle nuvole. Un trionfo, dunque: nel quale però arderà in un sol tratto tutta la fede cristiana del tagliatore, lasciando cenere. E non si può nemmeno presagire con certezza che cosa possa derivare da un simile atto sacrilego. — No: non si può... — dice Isè «la botta» mentre il fragore d'un fulmine copre la sua debole voce. — Beatissima Vergine della Santa Casa, proteggetemi voi! — aggiunge tremando, ed accompagnando la sua invocazione col gesto cattolico dello scongiuro, accennato dal pollice destro trascorrente giù dalla fronte alle labbra. Un nuovo lampo lo illumina nella maschera livida, resa spaventevole dagli occhi vitrei e dalla bocca socchiusa. — Da bere! — dice ansando. E dell'altro vino tracannato in fretta, passa a larghi sorsi visibili nella sua gola flaccida. Ciò sembra rasserenarlo. — Via! — mormora tentando un abbozzo di sorriso e accennando un gesto inteso a scacciare il proprio terrore. — Maledetta la vecchiaia e viva il vino! — Perchè hai detto che non si può prevedere che cosa avvenga dopo tagliato uno Scïò? — gli chiede il mio amico, senza dargli requie. — Ah! Ah! — ghigna il vecchio esaltandosi improvvisamente. — Tu hai detto che Isè la Botta ha paura? Ragazzo, ragazzo bello, sta a sentire se ha paura. ... Io ero tagliatore di Scïò... Già: proprio! — dice, squadrando i vecchi ad uno ad uno come a sedar la paurosa meraviglia che si disegna in ogni sguardo. — Io ero tagliatore di Scïò: e alla burrasca del due di novembre... — Come? — interrompo — è una data fissa? — Si capisce. Tutti gli anni c'è la burrasca del giorno dei morti. Non ne abbiamo due oggi? Embè? Guarda là... Indica una finestra, mi scruta con commiserazione quasi irritata, e prosegue: — ... e alla burrasca del due di novembre, a bordo della «Marietta bella», fui richiesto dell'opera mia. Tutto andò bene. Però la bora ci costrinse a buttarci verso la costa dalmata e prendemmo ridosso a Fiume. Pesce non ne avevamo, perchè al largo il mare furioso ci aveva impedito di gettar le reti, e poi perchè nella zona di calma vicina a terra, _la gettata non diede che ossa di morto..._ — Che? — Auff! Sì. Ossa di morto. _Nu lu saie, patrò? Quando si pesca nella notte dei morti, non si trovano che coccie (teschi) e ossa..._ — Amen! Sta bene. — ... Avevamo dunque ben poco da fare a Fiume; ed io con le cinquanta lire guadagnate per il taglio dello Scïò, me ne andai a terra per disperdere alcune immagini nere che mi giravano in testa. Orribili immagini! — dice come parlando a sè stesso — perchè... Ma uno di quegli improvvisi silenzi dei vecchi nei quali pare spegnersi per sincope la loro volontà e che un brontolio incomprensibile conclude, gli torce le noccute mani e non ci spiega questo perchè. E per la terza volta l'uomo — il resto d'uomo — chiede forza al vino. Io non so più se abbia maggiore interesse per me la narrazione o il narratore stesso. I pensieri dei giovani sono brevi, sinceri e massicci: quelli dei vecchi, lunghi, complicati e minuti. L'anima di chi troppo ha vissuto è rimasta forata da gallerie tortuose, franate qua e là e nelle quali la luce non può più penetrare. Ora io studio questo povero essere che mi sta davanti e lo seguo, sì, nelle sue oscillazioni dalla spavalderia all'abbattimento, ma è come indagassi nel grigio d'una nebbia. Che cosa sono queste pause, attorno alle quali, come attorno a rocce, ribolle e si frange la stanca corrente del suo ricordo? Di quale impossibile minaccia trema? Ah! ogni vecchio è veramente problema già risoluto ma del quale si è perduta per sempre la risoluzione!... Ecco: la corrente si riforma, s'avvia... Il tagliatore di Scïò ridiviene sprezzante, parla di nuovo... — ... Tutto voglio raccontare a questi ragazzi curiosi, tutto. Paura io?... Appena disceso sulla banchina, un uomo che non avevo visto mai mi venne incontro con la mano tesa. «Siamo entrambi marinai» — disse «Andiamo insieme». Certo che era marinaio: vestiva come me; e se non era proprio di San Benedetto del Tronto, doveva esser di qui vicino perchè parlava quasi come me. Ed era cieco da un occhio per causa recente, giacchè intorno alle palpebre aveva del sangue appena ristagnato. Andammo insieme. — Da dove vieni? — gli chiesi. — Da un paese tanto lontano e che tu non conosci. — E dove vai? — Ritornerò laggiù. — La tua paranza? — Si chiama «Niente». Tra noi marinai non usa farsi tante domande. Viviamo tutti nello stesso modo. Oggi si è qua, domani là... Ci è indifferente dove si sia e dove si vada. E poi questo sconosciuto si mostrava così amabile con me da rendere inopportuna ogni diffidenza. Mi offrì sigari e _slivovitz_ senza voler accettare nulla da me, cosa che però m'annoiava, tanto più che col mio biglietto in tasca mi sentivo ricco. Verso sera, stanchi, andammo a pranzare insieme. Bevemmo molto: e quando si trattò di pagare: — Sta a me — dissi io. — Niente affatto. — mi rispose. — Devo pagare io. — Credi forse che io non abbia denari? Guarda qua. — E misi sul tavolo le cinquanta lire. — _Già sapevo che tu le avevi._ Riprendile: rimettile in tasca. — Tu devi essere ubbriaco. Come lo sapevi? State a sentire che cosa mi rispose. Mi rispose così: — Marinaio: io passai nel vento ieri vicino alla tua paranza e ti vidi col coltello in mano. Io udii le parole tue e ricevetti io il primo colpo che vibrasti... Ero nello Scïò, MORTO TRA MIGLIAIA DI MORTI. Tu mi colpisti qui in quest'occhio: guarda: questa è ferita tua. Non l'avrei ricevuta se tu avessi dette esattamente le parole che «offendono Iddio»; ma non fa niente: bene o male hai distrutto lo Scïò che mi trascinava da anni. Ora sono anima libera e il vento non mi piglia più. Chiedi alla tua Madonna di Loreto che ti protegga. Addio. E vicino al suo posto, ad un tratto, vuoto, rimasero dieci lire. Venne il cameriere: un biondo con gli occhi chiari, viso largo e i baffi all'ingiù. — Paga lui? — chiese. — Devo dargli il resto. Dov'è andato? Che dovevo rispondere? — In Paradiso — gli dissi. Sbagliai. «All'inferno!» dovevo dire. Io avevo mangiato e bevuto col demonio. Ero dannato. L'uomo biondo si mise a ridere e mi chiamò ubbriacone. — Canaglia! — gli dissi io. — Canaglie siete voialtri marinai «dell'altra riva!» — mi ribattè lui. — Ah, per l'anima di tutti i Sambenedettesi che s'è pigliati il mare, tò, eccoti un regalo dell'altra riva! — urlai: ed afferrata pel collo la bottiglia dell'acqua che era piena, gliela spezzai in testa. Prima spalancò gli occhi, poi li richiuse a poco a poco, aprì la bocca, mi chiamò assassino e cadde. Venne gente: tirai pugni, mi feci largo, fuggii...: la notte e il diavolo mi aiutarono...; giunsi a bordo salvo e il padrone della «Marietta bella» che era un buon uomo, salpò. C'era ancora la «bora», ma soffiava in poppa e la mattina dopo la paranza era qua. — Ma, e lo uccidesti? — gli chiede concitatamente il mio amico. — Si capisce! — esclama il vecchio con quell'intonazione che si dà nel rispondere ad una inutile domanda dei bambini. — Come lo sapesti? L'uomo s'interrompe di nuovo e piega la testa sul petto, respirando forte: si ode il sibilo dell'aria che si apre il varco nei suoi bronchi aridi. E, come per improvviso sonno, chiude gli occhi mentre le sue labbra s'agitano senza suono quasi per bassa preghiera. Finalmente con una voce lontana e triste come quella che i cattivi sogni prestano alle visioni d'incubo: — Oh bella! Come l'ho saputo! — dice senza riaprir gli occhi e rialzar il capo. — Tutta la mia vita ho lottato con lui... Il suo posto negli Scïò era in basso, vicino all'acqua: sempre lì stava: ed il suo viso tondo e gialliccio aveva gli occhi spalancati come quando io gli tirai... e risaltava su quello di tutti gli altri morti come una luna gialla tra lune d'argento. Egli veniva nel vento, dritto verso di me: sempre: e ghignando alzava le braccia per indicarmi sul cranio una chiazza sanguinosa da cui uscivano fiocchi bianchi di cervello. Io dovevo far presto a tagliare nello Scïò col coltello, se no seguiva una cosa strabiliante; lui si metteva a parlare ed io dovevo rimanere come incatenato ad ascoltarlo, senza forza per pronunziare le parole che offendono Iddio e fanno crollare le colonne di morti. Una notte di tempesta, venne tenendo un bambino pallidissimo nelle braccia e mi urlò che glielo avevo ucciso io. Malato, rimasto senza padre e solo al mondo, nessuno aveva potuto comprare a questo bambino le medicine di cui aveva bisogno... E da allora vennero sempre insieme. Il piccolo teneva la testa sul petto del grande e turbinavano tutti e due presto presto, disegnando spirali luminose come quelle che si vedono nei fuochi d'artificio: una larga ed una stretta, ma di colore diverso ed impossibili ad esser fissate. E sì! Avevano un bel turbinare, gridare, minacciare: io li respinsi sempre, vinsi sempre... Isè la Botta rialza il capo, riapre gli occhi, beve ancora. — _Stu vi iecche iè bbune prassà_ (questo vino è molto buono) — dice, mentre si riaccascia nella sua posizione di sonno. E quasi balbettando, con la sua voce che dà i brividi, prosegue: — Una volta sola non arrivai a tempo perchè ero troppo stanco e dormivo sotto il ponte. Allora si presero la vela, spezzarono l'antenna e quando corsi su, me ne buttarono un troncone nella schiena. Ma benchè ferito potei ancora ricacciarli indietro e rider loro in faccia. — Ridi, ridi pure! — mi gridò il morto volando via. — E vivi! Devi vivere una lunga vita infernale! Dovrai sempre tremare: ci vedrai sempre, in ogni nuvola e in ogni sogno; voleremo nelle pallide albe e nei rossi tramonti; dovunque qualche cosa scintilli rivedrai i miei occhi dilatati; ogni cosa purpurea sarà sangue mio; il vento avrà la mia voce, la luna il mio viso, la pioggia le mie lagrime; ed il rumore del tuo passo farà rinascere dal suolo la mia perenne maledizione. Vivi! ti prenderemo quando sarai tanto vecchio da non ricordar più le parole del diavolo. — Ah! — sogghigna Isè senza riaprire gli occhi. — S'era dimenticato due cose: il vino e la Madonna di Loreto. Nel vino non ho mai visto niente, e andando ogni settembre in pellegrinaggio alla Santa Casa, ho avuto molti anni di tranquillità. _Rosciole_ (triglie), _mugelli_ (cefali), _seccie_ (seppie), _storiò_ (storioni) e merluzzi mi hanno fatto festa attorno. Voialtri dicevate, eh Antò? eh Giuà? (Giovanni) che me li mandava il demonio... Non è vero: perchè anche dopo le dodici messe privilegiate che ho fatte dire a Loreto, il pesce è venuto lo stesso. Dunque non è vero. — _E nun li sci riviste più?_ (Non li hai rivisti più?) — gli chiede un vecchio che per l'enorme cranio lucido, tramato di venette azzurre ricorda il San Simone del Guercino nella Cena in Emaus. Io guardo questo vecchio, l'unico che interloquisca nel terrifico racconto, ed una cosa mi sorprende subito: l'aria di perfetta indifferenza che egli e tutti gli altri dimostrano per i fatti uditi. Non un accenno di meraviglia, non una sorpresa. È come se ascoltassero la lettura di un Vangelo irrefutabile, da troppe generazioni accettato, per essere discusso. È il Verbo; è la Verità. Solo la mia stupefazione è illogica dunque: e certo l'uomo che ha rivolta quella domanda non ha ubbidito a nessun movente preciso; egli s'è soltanto annoiato di rimaner sempre zitto: ecco tutto. Ed è illogico anche che io mi sorprenda della risata clamorosa, fragorosa che gli risponde, mentre un tuono lunghissimo che rialza la voce più volte prima di spegnersi brontolando, fa fremere noi, pareti e cristalli. Perchè ride così Isè la Botta? È forse il vino che gli sconvolge il cervello, gli spalanca l'antro della bocca e ne fa sgorgare un rivoletto di saliva bavosa? Perchè s'alza in piedi aggrappandosi ai bracciuoli della poltrona? — No, che non li ho rivisti più — urla tra una risata e l'altra, cercando soverchiare col proprio urlo il fragore del tuono — perchè io, Isè la Botta, so ancora le parole del diavolo. Io me ne rido! tanto che quest'anno i denari pronti per il pellegrinaggio a Loreto me li son bevuti!... Ho ottantasette anni! Chi mi ha voluto male è crepato! E voglio arrivare a cento... A cento...! Sugli ultimi echi del tuono la sua risata sinistra risorge, cala, si fonde e svanisce. Ma ad un tratto la pioggia cessa e le cime degli alberi rimangono immobili. Sopravviene come una notte improvvisa: poi s'ode un rumore crescente che pare lo scrosciar dei sassi spinti dalla piena; e qualche cosa che fischia, flagella, urla, s'avvicina a noi sbattendo le gelosie delle finestre e trascinando via le tegole delle case vicine. Eccola, arriva la cosa terrifica: tutta la villa ne è scossa come per l'urto d'un'onda mostruosa: e, non reggendo all'impeto, tra il fragore delle porte che si chiudono violentemente, tra i fischi d'un vento satanico, tra i gemiti degli alberi, con uno schianto netto, una delle finestre si spalanca mentre i suoi cristalli s'infrangono. E la tempesta entra liberamente in un tumulto gelido di vento e acqua. Balziamo in piedi: tutti. Ed ecco che ad un tratto il riso di Isè la Botta diviene convulso, si esaspera e si tramuta in urlo disperato. L'uomo è lì, appoggiato ai bracciuoli, arcuato in avanti, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati verso la finestra schiantata, come se una visione che noi non vediamo vi fosse apparsa per lui solo. E certo questa visione repentina ingrandisce smisuratamente, si erige da ogni lato intorno a lui e gli riempie il respiro e lo scuote e lo stringe, come se, o venuta dal mare o dalla terra o dal cielo, cercasse lui solo come mèta da schiantare a colpi di vento e di pioggia e gli urlasse intorno una maledizione suprema. — _Nu curtille!_ (un coltello!). Per la Vergine della Santa Casa, un coltello! — chiede disperatamente e senza muoversi, mentre per provvisoria difesa, con la voce roca scaglia all'aria immonde imprecazioni... Uno stesso orrore ci toglie ogni moto: uno stesso freddo ci fa rabbrividire, giovani e vecchi. E noi vediamo l'uomo levar come pazzo le braccia e mettersi a tagliar orizzontalmente con le mani, folate di pioggia intorno a sè, alternando invocazioni alla Vergine e infami bestemmie. Una volta, due volte egli taglia... Ma improvvisamente altre mani invisibili gli fermano il gesto folle: e come se un pugno di ferro lo stringesse alla gola, le sue pupille si arrovesciano, la sua bocca si torce, il suo corpo si arcua di più, vacilla, ricade all'indietro nella poltrona e resta immobile, col volto fissato da una maschera violacea e rigida. Immobile? No: un rapidissimo tremito lo agita ancora... — È ubbriaco, patrò, è ubbriaco! — gridano i vecchi accalcandoglisi intorno. — Portiamolo via! — Gli farà bene l'acqua... — aggiunge qualcuno ridendo. E l'hanno portato via. L'hanno portato via alla prima sosta della bufera. E tutti lo hanno accompagnato al suo tugurio attraverso l'ultime raffiche; io l'ho visto sparire tra due cime di alberi, nella strada allagata, confuso in un corteo grigio, traballante al vento, bizzarra e macabra carnevalata di vecchi. Ma domani tutti lo accompagneranno di nuovo verso la strada d'Acquaviva dov'è il cimitero, perchè — viene a dirmi dopo poco Antò Picchinsù piangendo e ridendo come un idiota e facendo croce coi due indici — Isè la Botta, patrò... — No, no, tu non ne hai colpa — soggiunge rispondendo al mio muto sussulto. — Lo Scïò se lo sarebbe preso lo stesso... Questo è sicuro! Del resto — prosegue guardandomi fiso con improvvisa fiamma — se, Dio non voglia, ne avessi colpa tu... — Ebbene? Lentamente, come assegnasse ad ogni parola un minaccioso destino: — Patrò: — dice — ma non vivi anche tu in mare come vi abbiamo vissuto noi? Non conosci anche tu i cieli neri, le nuvole che s'allungano e che fan bollire l'acqua? E dopo una pausa, abbassando la voce come per entrare in contatto intimo col mio spirito, ponendomi le labbra quasi all'orecchio: — E le parole del diavolo, le sai, patrò? — sussurra. No: non le so. So che l'alito di questo vecchio è perfido... — E allora... lo rivedresti... Sempre. Non ti lascerebbe più... Sai «patrò»!... _E poi non le scrivere queste cose, sai «patrò»!..._ 1914. _Yet, Italy! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . thy hand Was then our guardian, and is still our guide._ (BYRON). Sdraiarsi sulla sabbia soffice e calda, lontano dagli uomini, contemplare il cielo e arrischiarsi nell'infinito, mantenere inerti le membra e affilar l'udito perchè nulla si perda dall'eterna aspra melodia che il mare canta... e lasciar che il sole morda appieno nelle carni quasi nude, basta questo al breve riposo degli stanchi e dei tormentati. Chiudendo gli occhi senza troppo stringere le palpebre, entra nell'anima come una luce di prodigio fatta d'oro e di rame volatizzati e ogni ricordo di visioni della terra intorno, svanisce. Se fosse possibile restar a lungo così e dar meno presa agli artigli della vita, io credo che... Diamine! Troppo presto! Ritorna l'uomo: anzi l'embrione d'uno speciale tipo d'uomo che ha già in germe quasi tutto il protoplasma putrido della razza: un ragazzetto dell'Hôtel: l'anonimo «Lift» o «Chasseur». Nel giugno di quest'anno di grazia 1914 si parla ormai così dappertutto: e più specialmente così in questo immenso, effervescente, emporio d'internazionalismo, di «rastas» e di tango che è l'Hôtel Excelsior del Lido di Venezia. — _Ihre Post ist hier._ — È qui la sua posta. Pure il tedesco! Questo ragazzo è completo. — Parlami italiano e dammi la posta. Di dove sei? — Di Torino, Signore. — E perchè parli tedesco? — Perchè il primo cameriere vuole così. E poi mio padre è tedesco. — E tua madre? — Egiziana, ma figlia di greci. C'è tutto. Intravedo un complicato e vagabondo romanzo di guardaroba e cucina, un poco più basso dei romanzi dei piani superiori degli alberghi. E questo ibrido essere vestito di rosso, dal viso già sfiorito, dallo sguardo reso già obliquo dall'ereditarietà della mancia, ne è il prodotto. — E ora vattene. Ed eccomi solo col giornaliero mucchio di carta in mano, la porzione quotidiana di vanità e menzogne trattenuta sul setaccio di varie calligrafie e di non sempre ferme ortografie. ...«Pregiatissimo... Carissimo... Egregio... Stimatissimo... Illustre...» Sicuro: tutto il rispetto umano si rifugia nello scritto: alla voce, il resto... «Amico mio» — Ahi!... — «suo silenzio»... «tè»... «sempre»... Riduciamo, per esempio, a dieci giorni questo «sempre»: un rapido calcolo finanziario, e... Avanti. «Si ha il pregio di portare a conoscenza della S. V. che a parziale scioglimento della riserva contenuta nel foglio citato a margine...» — Servizio: per la burocrazia il mare parla così. . . . . . . . — «Patrò»... Oh! San Benedetto del Tronto! Chi sarà? Ma riconosco subito i poco ortodossi caratteri dell'unico scrivano pubblico locale, al quale tutti i marinai di laggiù ricorrono. Ecco una lettera certamente schietta. _«Patrò». Lu paroco della Marina mi ave ditto che tu sei volute scrivere quelle cose dellu sciò che io che songhe Antò Picchinsù tè songhe dite anno (l'anno passato). Lu paroco dice altretante che tu non sei credute a lu sciò e che sei ditto che ne lu mare Adriatiche lu sciò nun se pò più vedere a cagione che so cose delli vecchi. Patrò, sei fatte male prassà (molto). Antò Picchinsù te pò sulla Croce dire che li peccati de lu mondo so troppi prassà e che lu santissimo Gesù e la Matonna de Loreto te farano vede nu sciò che tu no lo sei viste maie e tutte l'Adriatiche se avrà tanto grande spaventoso che paranze, lancette, sciabiche non vano più pe lu mare. Sei capite, patrò? Lu diavole che s'è preso lu mondo e lu mare perchè la fede non c'è più e iè venute lu socialisme. Questo te dice Antò Picchinsù, patrò, che ci devi credere con tanti saluti e te racomanda alla santissima Matonna de Loreto._ _servo oplicatissime_ ANTÒ. Io invidio, o Antonio detto Becco in su, la tua anima ottuagenaria e semplice. È questo il mare che dovrebbe diventar spaventoso per i troppi peccati del mondo? Puoi tu concepire vuoto di vele gialle e rosse questo azzurro infinito che s'avvicina trascolorando in opale e viene a sfrangiarsi in spuma candida, fusione perfetta di luci, colori, ombre, balenii, capolavoro di armonia? Leva le vele all'Adriatico, spoglialo dei casotti multicolori disseminati sulle sue sabbie di pallido oro e ne avrai un cimitero o una visione d'apocalissi. Più che ogni altro mare, l'Adriatico vuole l'uomo e l'inno mattutino dei suoi pescatori, se no è mare di tragedia, o dissennato profeta Antonio. Ma in quanto ai peccati del mondo, questo vecchio che minaccia uno _scïò_ senza precedenti, non ha torto. Io immagino facilmente che quello che egli chiama peccato, lo desuma da ciò che la sua annebbiata vista gli mostra sulla tranquilla spiaggia del suo paese, quando una modesta anzichenò, folla di bagnanti la popola durante le arsure estive. Scherzi semi-innocenti da collegio, laggiù: discorsi da refettorio conventuale a confronto di ciò a cui si assiste e che si vede qui. L'officina centrale del peccato, caro Antò, è questa. Bah! giù di nuovo sulla sabbia calda, aprendo le braccia a croce e socchiudendo gli occhi per lasciar entrare a poco a poco il pulviscolo d'oro e di rame che offusca le visioni della terra. Così. . . . . . . . — Est-ce-que vous aimez beaucoup à vous laisser rôtir? — ......... — Eh, monsieur! — Madame? — Mademoiselle, s'il vous plaît... Qu'est-ce-que vous avez à me regarder comme ça? Eh, per Bacco, non si passa dal pulviscolo d'oro e di rame, alla — dirò — stupefacente visione d'una giovane donna più che nuda, perchè la maglia rosa e attillata che le fascia il busto, parte molto più in giù delle spalle e finisce molto più in su del ginocchio, rimanendo tutto aperta e appena trattenuta di lato da una fettuccia di seta rosa che s'incrocia lungo i fianchi più che nuda, dicevo... — Dame! — le rispondo levandomi in piedi per fissarla e catalogare il tipo, perchè qui un simile costume e un approccio così — come dire? — disinvolto, non precisano proprio nulla — Mademoiselle... mademoiselle qui? — Sonia, ça suffit. — Russe? — Oui. — Ça suffit aussi... S'offende? No, ride. Regola: mantenersi impassibile quando una sconosciuta di questa specie ride. — Vous êtes bien original... — mi dice. Seconda regola: aprir le braccia senza parlare e accennare un breve gesto di accondiscendenza rassegnata. — D'où êtes-vous? — Italien, si vous permettez. — Ah! très-bien. — Pourquoi très-bien? — Parce qu'alors vous chantez. Ancora! Non so quante volte attraverso il mondo mi son sentito rivolgere le stesse esasperanti parole con la medesima intonazione di assoluta certezza. Ma in quale testo internazionale, sconosciuto soltanto a noi italiani, è scritto che noi cantiamo tutti e che le nostre aspirazioni spaziano tutto al più nel tratto di scala melodica che va dal soprano al basso profondo? La solita risposta: — Vous vous trompez: je ne chante pas du tout. — Et «alors» qu'est ce que vous êtes? Quell'«alors» è assolutamente notevole. Le indico vagamente il mare, il paziente assorbitore delle più grandi sciocchezze... — Entrepreneur de bains? Questa non me l'aspettavo. Cerco di risponderle «no» con naturalezza, ma non riesco forse a moderare abbastanza la vivacità del mio diniego. — Je vous ai offensé? Allons: vous me le direz après ce que vous êtes... Prenez mon bras et accompagnez-moi voir le tango là-bas... Prendo il braccio — è la parola nuda — e mi avvio con lei verso le lunghe file dei casotti che s'allineano dinanzi alla terrazza dell'Hôtel e dove s'annida, ferve e fermenta quasi tutto quello che s'annida, ferve e fermenta nella natura umana. E c'è infatti un tango, ballato sulla sabbia nel preciso succinto costume mio e della mia sconosciuta compagna. I soliti abbominevoli tziganes, personaggi che condividono con gli chauffeurs, coi couriers, coi manicure e con i masseurs, la loro moderna importanza — con un sovrappiù loro speciale, derivato dalle avventure del celebre Rigo, moderno Re della loro razza — si sdilinquiscono sui loro archetti, accompagnando le snervate battute della loro musica con guizzi da cavalli da monta che scuotono la criniera. Un ibrido personaggio, rasato, pettinato quasi «à la vièrge», dagli occhi cerchiati di nero, vestito di color perla e dalla calzatura estremamente «vetrina di gran calzolaio», agita in ritmo il suo corpo ambiguo trascinando con sè la femmina della sua specie, una creatura d'ossigeno, di labbra rosso-vizio e movenze di serpente caldo: maestro e maestra di tango: riverite e privilegiate posizioni sociali dell'anno 1914 dopo la passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Il loro ballo è seguito con irrefrenabile ammirazione da cento occhi dipinti, è scrutato con sguardi di benevolenza attraverso occhialini d'oro di maestose matrone sedute là intorno in religioso silenzio, è applaudito da bambine dalle gambe nude e dalle vesti troppo corte, imitato da bambini aggrappati a mezza vita delle loro istitutrici tedesche, assurto all'onore di un'istituzione sociale che compendi in sè, grazia, bellezza, le più alte elezioni, tutte le più nobili aspirazioni. — Mais pourquoi ils font ça debout? — domanda a mezza voce una Canadese... — Qu'il est charmant ce Monsieur Kravna! Il est vraiment adorable! — mormora la mia compagna fissando i suoi occhi antropofagi sul maestro. — Allons: à nous! — esclama brevemente; e mi si appoggia addosso respirando forte, pronta al ballo. — Non: je deteste ça — le rispondo irrigidendomi. Qua le situazioni si decidono alla svelta, da gente da ferrovia, da piroscafo e d'albergo che ha la quasi certezza di non incontrarsi più. La mia è risoluta in due brevissime scene: la prima, una netta voltata di spalle dopo uno sguardo di indescrivibile, sprezzante stupore; la seconda, un conciso dialogo riferito a me e udito nel mentre, libero, mi avvio verso il mio casotto. — Sonia, quel est ce monsieur-là? — Sais pas: une éspèce de fou... Il mare è là: ripieno di corpi umani, punteggiato da cappelloni di paglia, da cuffie rosse, bianche, azzurre, cosparso di minuscole imbarcazioni bisessuali, si lascia pervadere da mille odori complicati e dorme respirando appena, come mastino sdraiato al sole e insensibile agli sciami di mosche. E sarebbe questo il mare giustiziere, il truce mare del vecchio marinaio di S. Benedetto del Tronto? Eh! Via! Ha il sonno così duro! E lo sguazzio della lascivia umana non alza di un centimetro le placide, silenziose sue piccole onde che vengono ad una ad una a cancellare mollemente le traccie lasciate da centinaia di piedi nudi, mossi in ritmo... II. La metà delle lettere che si scrivono nel salone di un grande albergo sono scritte per essere scritte e come relazione vera con la persona a cui vengono indirizzate, non hanno generalmente che l'indirizzo. Quanti occhi assorti e quante penne sospese a mezz'aria, in questi tavoli omnibus, dove ciascuno sembra cercare i periodi sul viso femminile incontro e fa durar le lettere più che può! Io son venuto a sedermi qui per questo motivo: che una signora, forse ungherese, forse peggio, nello scendere dall'automobile dell'Hôtel si è diretta subito verso la mia uniforme e mi ha chiesto due stanze non esposte al mare. Invano il direttore si è precipitato dal suo banco ad avvertir dell'equivoco. Niente: la predetta dama ha insistito freddamente nel chiedermi le sue due stanze non esposte al mare e il mio neutro silenzio non le ha spiegato nulla. È stato necessario voltarle le spalle: e siccome ella ha certamente ritenuto che io le mostrassi il cammino, mi ha seguito dentro il salone di scrittura già affollato. E allora mi son seduto pacatamente a un tavolo, piantandola in asso. E una volta seduto, bisogna ben scrivere qualche cosa. Bene! Quando alcuni di questi foglietti saranno riempiti, metterò «Amico mio» in testa al primo, — «cordiali saluti» in fondo all'ultimo, e sceglierò un indirizzo che corrisponda ad una persona di spirito. Ed ecco, caro Indeterminato, perchè ti scrivo. Chiama queste pagine «note sincere di un'ora di grande Albergo» invece che lettera; e supponi di avermene dato l'incarico. Prometto l'assoluta verità. Intanto il posto di fronte a me s'è riempito e al disopra del basso cristallo che taglia in due la larghezza del tavolo, vedo un'ondata di capelli biondi, molto sapientemente pettinati secondo la foggia di alcune di quelle figurine etrusche la cui missione consiste nell'essere dipinte eternamente in fila attorno ad un vaso. Continuare a scrivere: far mostra di niente; vediamo quanto tempo resterà chinata la testa. Molto. Una manina lunga e gemmata scrive, scrive di là dal vetro, dritta, veloce, sicura, animata da reale impulso: quindi, o l'amante o l'interesse. E una busta è chiusa e gettata affrettatamente di lato. L'educazione degli alberghi prescrive che una busta si guardi sempre. _Una linea di caratteri che non conosco._ _Ministère de la Guerre_ _Bureau 628_ _St. Pétersbourg._ Un'altra busta copre presto la prima. _M.r le Comte Raoul de F..._ _Poste restante_ _Paris._ Ma!... E la testa bionda si leva, fissando lo spazio avanti a sè. Due occhi di acqua marina velati da lunghe ciglia mandano come una calda vampata sotto l'arco puro e sottile delle sopracciglia. Un naso dritto, diafano, palpita stranamente nelle narici come aspirasse un fiore: e una bocca bambina, rorida, perfetta, si schiude sul terso candore dei denti. Un Americano che mi siede accanto, lascia addirittura cadere rumorosamente la penna sul cuoio della scrivania come un punto ammirativo messo alla sua contemplazione. Un altro individuo ricciuto e biondastro che ha parlato poco fa uno strano italiano col cameriere e siede di fronte all'Americano, assume quello sguardo profondo dell'uomo che corrisponde all'apertura a ruota della coda nel tacchino. Son due inesperti: sistemi sbagliati. Infatti la bellissima creatura estrae freddamente una sigaretta dal suo astuccio d'oro e non ha bisogno nè di fiammiferi nè di nulla: con lo sguardo non ha domandato loro nulla: non esistono per lei. Ma ha finita la carta del suo scaffaletto: e allungando la mano al disopra del cristallo ne cerca nel mio, come se il tavolo fosse assolutamente vuoto. Bene: questo gesto è di troppo, come è di troppo dimenticar di prendere anche le buste. — Gliene porgo qualcuna in silenzio e la testa s'inchina appena di là dal cristallo. — Messieurs, s'il vous plaît... E quest'altra che cosa vuole? È una donna semiscollata che indossa un vestito quasi da circo equestre e ci presenta, con un sorriso elencato nella lista dei sorrisi, una grande gualchiera già carica di biglietti e di monete d'argento e — nientemeno! — d'oro. Per quale ragione, non si sa bene e non si domanda nemmeno. Forse di là, in un salotto attiguo, vi saranno dei giuochi di prestidigitazione, o si mostreranno cani ammaestrati. Ma qui non si bada a queste cose; si mette giù del denaro perchè quando si sta qui, se ne mette giù in qualsiasi gualchiera venga presentata. L'Americano infatti ne dà rumorosamente, levandosi in piedi perchè il suo gesto illustri tutta l'immensa ricchezza dell'America e sia soprattutto notato dalla testina bionda, che non gli accorda però il minimo segno di considerazione. L'individuo ricciuto ne dà anche lui con gesto largo, rivolgendo un viscido sorriso «anche» alla femmina della gualchiera. Ed entrambi, disillusi, si levano e se ne vanno. Riprendo a scrivere, dopo la breve interruzione della quota. La testina bionda fa altrettanto. E siccome siamo rimasti soli al nostro tavolo, lo spirito intona in sordina, come sempre in simili casi, la prima frase del duetto lohengriniano: _Cessaro i canti alfin — che siam soli_ _la prima volta è questa..._ Ma ammutolisce subito perchè Elsa non risponde affatto. Ed ecco che una donnetta di mezza età, di mezza ricercatezza e dal volto rimasto a mezza espressione dopo la spugnatura d'una vita acida, s'avvicina e le parla in una lingua che non comprendo. La maniera secca e breve con cui le vien risposto precisa la sua posizione di subordinata, ed è evidente che la sua signora non sa qualche cosa che ella le domanda. E allora la donnetta si rivolge a me parlandomi nella sua lingua, cosa che rappresenta l'estrema impertinenza del forestiero in Italia: la stupida presunzione che a noi soli incomba l'obbligo di conoscer le lingue altrui, mentre egli non può curarsi di imparar la nostra. Aspetta, amico ancora indeterminato... Ecco fatto: ho alzato sgarbatamente una spalla rimanendo a bocca chiusa e ricominciando a scrivere... — Do you speak english? — insiste la donnetta. Bene: se scendiamo in un terreno neutro, giù la penna... . . . . . . . Ma l'inglese di costei zoppica troppo. Interviene finalmente il francese della testina bionda... spiega, domanda, disgela... — ... Mais je suis fachée, Monsieur, d'avoir interrompu vôtre lettre... — Pas du tout: j'ai fini... Je vous assure, Madame. . . . . . . . Lettera d'albergo, mio caro... Stile Excelsior e 1914. Cordiali saluti. _tuo_ ......... III. Devo dunque al caso la conoscenza di questa bella e altera persona che sembra concedersi a monosillabi e par mantenga una sua vista interna su un'immagine che trascina con sè attraverso il mondo. È Olandese, ha ventitrè anni, quattro di matrimonio, due di divorzio, vesti magnifiche e gioielli imperiali. Parla a scatti socchiudendo gli occhi e a voce bassa: e usa camminare lentamente tra le folle, guardando fissa avanti a sè come se attorno non esistesse nessuno. Tutto a Venezia, è «très-joli» per lei. La divina armonia dei marmi, dei colori, dei riflessi; lo splendore degli scenari, degli sfondi, delle linee architettoniche stemperate nel cielo e nell'acqua, è «très-joli»; il silenzio dei rii solitari dove la gondola s'insinua scivolando furtiva come per recarsi al delitto o all'amore e striscia il suo fianco nero sulle viscide vegetazioni smeraldine delle pietre e dei mattoni, è «très-joli»; le risonanze del remo sotto i ponti, l'allegro cinguettio di uno scialletto che chiacchiera con la compagna da una riva all'altra, tutto è «très-joli, vraiment très-joli». E pare che a poco a poco, per il miracolo di questa città di sogno, regina dell'idea e carezza dello spirito, la sua anima si spogli d'una veste vecchia, come un fiore che liberi i suoi petali intatti da un primo involucro vizzo. Il «très-joli» si cambia in «J'aime ça», «J'aime tant ça». Poi «Mon ami, c'est un rêve delicieux, ça...». IV. Da S. Giorgio Maggiore, da S. Giorgio dei Greci, da S. Stefano, da S. Pietro, da cento campanili che il tramonto colora d'indaco nelle basi e insanguina nelle guglie, le campane dicono agli uomini che un altro giorno della loro vita è trascorso. Tra San Giorgio Maggiore e S. Marco, come tra due colonne principali d'una ribalta infiammata, sopra la linea dei tetti dei comignoli delle cupole, intagliata netta nel cielo, par si celebri la fine trionfale del dì con un'immensa sinfonia di colore, diretta da un prodigioso maestro nascosto tra nuvole d'oro. E guardando in là, da questa spianata prossima all'Hôtel, l'occhio si ritempra dalla prossima vista della turpe architettura mezzo orientale, mezzo tedesca dell'enorme vespaio umano che mi ospita. Enorme vespaio. Vi venni deliberatamente perchè ritornando stanco da un lungo periodo di solitudine sulle desolate coste della Libia, volli riavvicinarmi alla grande vampa del mondo, per necessaria reazione. È inutile mostrare agli uomini un volto cupo nella stanchezza: è il riso che li sconcerta e li sormonta. Un sintomo di debolezza e tutta la muta vi assale... Ed ora, già sazio e rifugiato di nuovo in beata solitudine, innanzi a questo spettacolo magnifico, si scioglie in me come un inno di pace e benedico Iddio per avermi dato a compagno un «io» col quale non mi annoio quasi mai. — È solo? Vorrei rispondere a questo signore che mi si para inaspettatamente di fronte, le parole del filosofo greco: Levamiti davanti! È un certo personaggio molto gioviale, molto servizievole, che ho incontrato varie volte coi miei compagni e che dall'accento netto, un po' forte, incisivo, non si riesce a comprendere di che regione d'Italia sia. So di lui due cose: che è a capo di una vasta azienda dal nome esotico e che la sua cordialità ha come un fondo opaco che non mi spiego e non mi piace. — Pare... — Aspetta forse qualcuno? — Non precisamente: aspetto che l'oro delle cupole della Madonna della Salute, svanisca in violetto. Come vede, è un'aspettativa piuttosto stravagante... — Oh! — commenta in tono incolore il personaggio. — È uno spettacolo che a Venezia — insisto — vale qualsiasi compagnia... — Anche quella là? — ribatte sorridendo il personaggio senza rilevare affatto la mia non invitante dichiarazione. Quella là, chi? Ah! Contro i bagliori d'incendio del tramonto una fine figura nel viale apparisce che lentamente vien verso di noi, e pare come soffusa da una luce di miracolo che l'accompagna nel cammino e dà rilievo al suo passo ritmico. Non v'è dubbio: è la mia recente conoscenza del salone di scrittura, mia compagna di qualche giorno di gite. Che cosa vuol dire, costui? Una frase qualsiasi o vuol precisare un senso alle sue parole? E mentre cerco una risposta che non viene, la bella creatura s'avvicina, guarda prima lui con un strano, fuggevole, laterale sguardo di rispetto, nuovo nei suoi occhi, poi guarda me chinando un poco il capo con un sorriso di saluto e passa. — La conosce? — gli domando con indifferenza. — Mi pare che conosca piuttosto lei, — mi risponde ambiguamente l'uomo ridendo, ma con una nota di più del necessario. Poi cambiando repentinamente tono: — Sa perchè mi son permesso interrompere la sua contemplazione di Venezia? — aggiunge —. Perchè devo partire dall'Italia e volevo salutarla. La notizia non m'interessa gran che. Ma un elementare dovere di forma mi costringe a mostrare una certa sorpresa. — Una gita commerciale, immagino.... — No, son chiamato sotto le armi per un lungo periodo di manovre... — Lei? E dove? — In Germania. Io sono tedesco, sa? Ho il brevetto di ufficiale del Genio... Ma vede, noi quando usciamo dalle università siamo tutti classificati ufficiali secondo il genere dei nostri studi. Io sono ingegnere chimico. — Ma... e come mai la richiamano dall'estero? È la prima volta che ciò le avviene, o si tratta di chiamate periodiche? Si stringe nelle spalle. — Per me è la prima volta — dice: e mi offre una sigaretta. Non ho alcun motivo per insistere di più. Che la Germania ordini alcune manovre militari non ha il minimo nesso con la regale visione di questa città che s'addormenta sotto un manto stellato d'argento e s'avvolge nel velo della sua nebbia violetta mentre l'Adriatico, con mille braccia scure le si insinua addosso e l'allaccia e l'attira come sposa che il sole gli contese. E saluto con compassione questo straniero che visse a lungo tra noi e come noi, in quest'atmosfera di calme visioni e di placido fermento di ricordi dove poco o nulla si domanda all'avvenire, e che ritorna al suo cupo paese a far inutile frastuono d'armi in un mondo che dorme del sonno pesante dei pingui. Ora non c'è più nessuno spiraglio di luce rosata nel cielo. La nebbia s'alza e s'addensa dovunque, diluendo in grigio la massa dei palazzi, delle chiese e delle case, mentre le campane dei cento campanili intonano nell'aria immota la loro nenia mesta per la grande Regina che sussulta e s'assopisce. V. Uno dei direttori dell'Hôtel, naturalmente poliglotta, naturalmente intelligente, riassuntore unico della vita umana che in forza della sua professione conosce in tutti i più disparati aspetti, ha scoperto che tra i tanti libri d'ogni lingua esposti in vendita nell'antisala dell'Hôtel, qualcuno ve n'è ch'io vidi nascere sui miei tavoli di bordo tra sbalzi di latitudine, di longitudine e d'anima e tra razze di ogni colore. Non osava dirmelo: e voleva che io indovinassi dai suoi inchini intenzionati, dal suo sguardo carico di significato, che egli li aveva letti e che quindi io ero già letterariamente in suo possesso e alla sua mercè. Ciò rientra, del resto, nelle facoltà intellettuali dei moderni direttori d'albergo, che hanno in generale un'istruzione da ministro. Finchè, nel presentarmi l'ultima nota settimanale di spese, non si è deciso a rivelarmi il suo segreto. — Tra autore e lettore è già avvenuta una trasfusione che — ahi! — somiglia un po' allo strano senso che la vista d'un'antica amante suscita. Una comunione è avvenuta ed è incancellabile. Avanti a voi è un essere che ha seguito le strade del vostro spirito e che da quel disco fonografico, inciso da voi, che è il libro, ha sentito ripetere in sè le vibrazioni vostre, assorbendo il vostro più segreto pensiero. Il direttore approfitta di questa circostanza e mi assicura che se io volessi soltanto osservare intorno a me nell'ambiente in cui siamo, potrei trovare molti soggetti di studio. — Può essere... — gli rispondo vagamente — e del resto stia certo che già me ne sono accorto abbastanza... Ma l'uomo sorride coll'accondiscendente sorriso di colui che ne sa di più. — Sì, signore: ma per quanto lei osservi e in parte anche indovini — mi dice — non arriverà mai al colpo d'occhio sicuro che acquista chi, come me, vive da lunghi anni in fornaci di questo genere. Vede: per esempio, signore, da che lei è qui ha già commesso un paio di errori. — Sentiamo... — Giovedì scorso, lei andò a passeggiare di sera dopo pranzo, solo, lungo la spiaggia avanti ai casotti, fino a notte. — Sa! Noi seguiamo tutto... — Mi pare di sì. Ebbene? — Come, «le pare»?... Non ha osservato niente? Non ricorda niente? Lo vede che ha bisogno del mio aiuto! Non ha notato numerose passeggiatrici solitarie, pronte alla parola, inventrici di mille pretesti per attaccare discorso... mare... luna... malinconia... nostalgia... il «bull terrier» o l'«aberdeen» che si sperde sempre... la scarpina bagnata dall'onda... il piccolo grido di spavento e di richiamo...? Oh! ah!... oh!... — Ma... — Ebbene, senta: Il venerdì mattina, come lei sa, si pagano i conti della settimana d'hôtel... Mi spiego?... E si regoli nelle serate di vigilia.... — Grazie... Poi? — Secondo errore. Come classificherebbe quella molto bella signora, forse olandese, che lei deve aver certo conosciuta nella sala di scrittura qualche giorno fa? Se dovesse descriverla che tipo ne farebbe? — Appunto: m'aiuti lei... M'interessa... — Ah! Allora mi fermo. — No, no... vada avanti sicuro. — Ebbene: gliela classifico io. Propensione per le uniformi italiane: specialmente di Marina. È un tipo recente che in questi ultimi tempi, chi sa perchè, si riproduce continuamente. Una ne va e l'altra viene. Il tipo ha due sottospecie: il brioso, il gioviale che dopo poche parole dà dello _chéri_ e che ridendo butta inaspettatamente le braccia al collo in un angolo di salotto; e il solitario, l'altero, l'assente, che aspetta a stringersi al fianco in una calle stretta, in un vano di ombra della luna, o che avanti ad un Tiziano o ad un Veronese che ella contempla con occhi umidi a lungo, stringe forte la mano di colui che l'accompagna... Va bene? Tanto l'una che l'altra sottospecie scrive molto, riceve molta corrispondenza sigillata e preferisce impostar le proprie lettere da sè. Si direbbero — non rida! — spie, se questo genere non si fosse da un pezzo rifugiato nella letteratura francese di una certa specie lagrimatoria e _revancharde_. Vorrei sapere chi crede alle spie, qui? Spiare che? Chi è che da noi ha mai pensato a nascondere qualche cosa? Pure un non so che di simile deve sussistere, per quanto la nostra mentalità non riesca a persuadersene. — E la sconosciuta persona di cui parlavamo deve appartenere a questa classe indeterminata... Vuole un consiglio? Se ne guardi! Non condivido totalmente la sua opinione, ma annuisco. E siccome squilla il campanello elettrico che annunzia nuovi «arrivi», il nostro colloquio è bruscamente interrotto da un inchino affrettato che il direttore mi dirige per accorrere al suo posto, nel peristilio che s'apre sul grande viale del Lido. «Se ne guardi...» Le parole mi si ripetono nella mente con una subitanea insistenza, mentre mi siedo appartato in una delle grandi poltrone di marocchino del salone, di fronte alle arcate dell'entrata, dove si sprofondarono corpi di tutte le razze. E se avesse ragione? La spia: sulle scene, primissima avanguardia di guerra... Ma via! Quale assurdo pensiero! Se si dovesse soltanto ammettere una simile possibilità, questo povero paese nostro non sarebbe più che un immenso vivaio di spie, allagato com'è, di esotismo torbido, libero, indisturbato, quasi padrone della nostra vita. Guarda! Dei colleghi! Non precisamente: dei colleghi alleati: ufficiali di marina Austriaci, accompagnati dall'addetto navale Austro-Ungarico a Roma, che io conosco. Giungono ora e il direttore li ossequia con un forte angolo d'inchino. Sono con loro alcune signore e alcuni bambini vestiti da marinaio, sul cui berretto, per antica professionale mia abitudine di leggervi il nome ricamato in oro sul nastro, il mio occhio fugacemente si posa... Oh! Maledetti! «Lissa» e «Novara»... Selvaggi o idioti... Potessi figgere in tutta la vostra orda con punte roventi nel cervello queste lettere della nostra sciagura, che venite a mostrarci in casa nostra!... — Oh! Come sta? È destinato a Venezia? — È l'addetto che mi parla. Su la maschera, italiano, il cui cuore duole, come se uno spillo ne martoriasse la punta. E colleghi alleati e bambini mi si trattengono intorno, mentre le signore aspettano un poco più all'indietro. — Da qualche giorno... Lei? — Accompagno questi ufficiali, venuti da Pola per le regate internazionali, sa? Siamo appena arrivati col «Metkovitch» da Trieste ora... Non ci siamo ancora cambiati... — Lo immagino — gli rispondo — dal nastro di questi bambini... Un sussulto che si propaga a ondate all'intorno. Chi asserisce ancora che l'uomo appartiene alla stessa famiglia, mente. V'è sulle labbra di tutti costoro e forse anche sulle mie, lo stesso sorriso che ci venne insegnato nell'infanzia, frale scudo alla verità. Ma le pupille parlano, fissate da un attimo di odio ereditario, ribollito all'istante dalle più intime fibre del nostro essere. Latini e barbari ci ritroviamo di fronte, come sempre, animati da un'ostilità assorbita nell'alveo materno, più forte della nostra natura, incancellabile, eterno. Non batto ciglio, mantenendo tranquillo lo sguardo sui volti intorno... — Max! Rudolf! Frida! — chiamano alcune voci femminili. — E i bambini si ritraggono, condotti via da una governante dal bianco vestito di leggiera mussolina, che contro lo sfondo luminoso dell'arcata, rivela con profusione tutta la sua rosea nudità di bionda. No, che non è morta la guerra: il contratto sorriso di costoro è divenuto quasi un ghigno che riproduce quello dei loro padri nel martirologio italiano, come ci venne descritto da bimbi. E non so perchè, provo per un istante la sensazione netta che ci ritroveremo un giorno di fronte così, su questo scintillante Adriatico, sconvolto da un orrendo «Scïò»... Ma comincia l'untuosa cortesia austriaca, fatta di sorrisi slavi e di dialetto veneto, a cui dà spirito l'ultima operetta viennese, e fibra, un'educazione mezzo ecclesiastica e mezzo militare. Bisogna rassegnarsi. Fuori tutte le risorse della cordialità internazionale, tutti i ganci orali dell'alleanza... — Italiano, e che ci vuole a sorridere a un Austriaco? Una contrazione: niente. E poi è un periodo di feste che mi s'annuncia... Verranno qui due navi tedesche: la «Goëben» e la «Breslau» insieme allo «Sleipner» — l'ex-cacciatorpediniere trasformato in veloce yacht di S. M. l'Imperatore di Germania. E subito dopo giungerà l'« Hohenzollern» con a bordo Sua Maestà... Feste, feste della nostra alleanza, la vera, l'unica garanzia della pace, che nessuno oserà rompere mai... . . . . . . . — Non so più come fare — mi dice il direttore dell'Hôtel che ritorna a me non appena son rimasto solo. — Non ho più camere disponibili e continuano a giungere telegrammi di richieste, potrei dire, da ogni parte d'Europa. Son tutti tedeschi che piovono qui in questi giorni... Magra clientela e non troppo desiderabile... Esigente, pitocca e grossolana. — Risponda no. — Sarebbe imprudente. Sono vendicativi e organizzati anche nella vendetta. Lei non può averne idea... Si guardi intorno: decorazioni, tappezzerie, lampadari, cristalli, mobili, tutto è «made in Germany», tutto ci vien di là... Lei mi capisce?... Non c'è che un sistema... Mandar via i pali... — I...? — I pali. E siccome lo guardo con una certa sorpresa, — Noi chiamiamo così — prosegue — tutti coloro che ospitiamo a ridottissimi prezzi e anche gratis e che servono di richiamo. C'è un po' di tutto: autentica nobiltà che ha molte relazioni e le attira qui vantando l'ambiente, la stagione, ecc.: un magnifico profitto per noi; pseudo-artisti che «lavorano» nella cerchia intellettuale, intrattengono gli ospiti veri e rappresentano una speciale attrattiva, molto apprezzata dal forestiero «rasta». E poi — palo supremo — alcune abitatrici così dette di passo — ben mascherate di rispettabilità nei saloni da pranzo, da ballo, di scrittura e nei salotti del pian terreno, ma che dopo la breve salita dell'ascensore, cambiano un po' carattere... Mandar via costoro non è un gran male. Li raccomanderemo ad un altro Hôtel, tanto devono ben passare la stagione in qualche modo. Li richiameremo quando avremo di nuovo stanze vuote. Lo vede che lei ha bisogno di essere istruito? Proprio vero: ho bisogno di essere istruito: e quest'uomo che ha per orizzonte una lista di nomi rinnovata ogni giorno, possiede inestimabili tesori di scienza. Peccato che una tedeschina verso cui si precipita per chiederle con premura se ha pranzato bene, me lo porti via con un «Ia wohl» che è tutto un poema di riconoscenza gastrica, seguito da altri desideri gastrici per l'indomani. VI. — Ich habe die Here... — Costui che mi saluta alla scala della sua nave, con un inchino composto di tre oscillazioni sulle reni, una breve sull'«ich», un'altra breve sull'«habe» ed una lunga sull'«Here», tenendo ferma la mano destra lungo la tempia, mi ricorda quei musi di vitelli bolliti, che dalle vetrine di alcune trattorie popolari romanesche fissano l'uomo con un glauco disdegno discendente, coronato d'alloro. È roseo, paffuto, implume e orecchiuto; alto, tarchiato, mal vestito e legnoso; e ride come se un capitano di vascello, annidato dentro di lui, gliene desse di quando in quando l'ordine. Un suo collega accorre: un altro, un altro ancora, percorrendo il ponte di coperta con un passo che richiama alla mente la mazzuola del calafato. E mi circonda la cortesia teutonica, espressa in cinque o sei tempi, così come prescrive qualche suo codice segreto. Andiamo: una colazione di «comandata» mi aspetta e m'è necessario un preventivo contatto con costoro, per non sentir poi una dissonanza troppo acuta: giacchè è proprio a tavola che si accentua il contrasto delle razze e di tante altre cose. Ma nell'avviarci verso poppa, rasentiamo un casotto dall'ampie vetriate con tendine di seta bianca accuratamente chiuse come sui tabernacoli. — L'alloggio del Kaiser... — mi si dice. E mi si dice con una voce fatta quasi afona dalla reverenza; e mentre mi si invita ad entrare, espressioni ed atteggiamenti raggiungono quel massimo di umiltà grave che soltanto il sacerdote raggiunge, quando nel sacrifizio divino si proclama indegno dell'ostia consacrata. Io non so se lo sguardo più che tranquillo dei miei occhi latini che racchiudono un'eredità secolare di cose grandiose e di viste trionfali, e che ora si soffermano appena su un tavolo enorme, sormontato come da un casellario ripieno di biglietti di ordini, intestati con la ruvida corona imperiale e trascorrono poi su una comunissima poltrona da circolo, e si trattengono anche meno su alcune fotografie di paesaggi nordici, incorniciate da carta dorata, sia stato interpretato come evidente manifestazione di una irriverenza ingenita nella mia razza. Forse...: e devo esser illuminato... — Da questo telefono — mi ammonisce un ufficiale dalle orecchie larghe e mobili da antropoide, indicando un apparecchio telefonico posato sul tavolo e certamente già connesso alla rete della città, — dipendono le sorti dell'Europa... Nientemeno! E perchè no del mondo? La superbia non ha mai limite, come non ne ha la scempiaggine di chi nel 1914 può credere a simili facezie e ripeterle a un ospite con un tatto così squisito. Sono dunque in potere di questo filo propagatore di chi sa quali volontà. O cara chiesa della Salute, nelle cui volute barocche carezzate dal tempo e dal vento marino i colombi in amore s'annidano, rispondi tu per me a questi rozzi millantatori che son venuti a legare la loro nave ai tuoi piedi, così come un mastino ad un altare prezioso! Costringili tu ad elevare per una volta lo sguardo ed a fissarti nella maestà delle tue cupole: tenta di instillare nei loro crani brachicefali un po' della nostra signorilità di pensiero, per la quale nessuna «kultur» può trovar sostituti!... — Tanto noi siamo alleati! — sorride in tre tempi l'ufficiale, mentre i lobi delle sue orecchie sussultano tre volte. Già: siamo alleati; è bene ravvivare alquanto alcuni ricordi sbiaditi. Tanto alleati, che nel discendere la scaletta del boccaporto che conduce nel Quadrato Ufficiali, tre o quattro manate confidenziali sulle spalle aggiungono al mio passo un impulso inaspettato. Ecco: siamo in Germania. La Germania di sette o otto Von allineati, impettiti, muti, avanti ad una tavola sovraccarica di bicchieri e di vivande già pronte; la Germania dei cristalli policromi, dei lampadari dai fiori metallici contorti, delle piroincisioni, delle fotografie malamente colorate: la Germania della complicazione, della pesantezza, del cattivo gusto in ogni cosa. Io stono qua: lo sento: lo vedo; il mio spirito italiano osserva, analizza, critica troppo, e se un sorriso tenta velare un po' questo mio sentimento, m'avveggo bene che esso sprizza da ogni gesto, da ogni inflessione di voce, irrefrenabile come lo sviluppo di un germoglio, sfuggente alla volontà come il pulsare del sangue: mio, mio nell'essenza, nella genitura, nell'eredità, alimentato da aria italica e dai prodotti della mia terra fatta di polvere di veri dominatori. E vedo la marionetta di me stesso rimanere in piedi ad ascoltare una specie di saluto al Kaiser che il Comandante lancia con un tono fatto di predica, di cattedra e di comando; poi la vedo levare un bicchiere all'altezza precisa alla quale tutti i «Von» lo elevano, ingurgitare di colpo del vino del Reno, e picchiar forte il calice vuoto sul tavolo, con un rumore simultaneo e secco che ripete l'urto sulla terra del calcio dei fucili d'un plotone, al comando «pied'arm!». La vedo osservare il morso avido, accompagnato dall'apertura animalesca degli occhi, dalla scossa del capo, dal succhio delle labbra, nel silenzio tutto teutonico della nutrizione. — Ahi! Quanti interminabili piatti sfilano, quanti sermoni ascoltati in piedi, irrorati di nuovo, e chiusi dal colpo unico dei bicchieri sul tavolo! Su, giù: su, giù: a tempo, con scuola, con metodo; e gli occhi brillano, e l'alleanza si stringe e le cordialità manesche sulle spalle si moltiplicano, mentre il discorso scivola, scivola verso una buca finale che la mia marionetta sa già quale sarà. Essa sa già che questo suo vicino di dritta, il cui sorriso s'accentua e diviene quasi fisso, domanderà tra poco: — ... E come passate voi la sera qui?... — preludio di altre domande che l'alleanza sa formulare in tutti i paesi del mondo traendole dal catalogo del libertinaggio marittimo, nelle sue ultime linee. Ci siamo. No, per Bacco! Il «se lei viene da noi a Wilhelmshafen o a Elbing... le faremo vedere...» non è reciprocità che lontanamente lusinghi la mia marionetta che quasi di colpo sparisce per ridarmi il mio posto. No: e un mio sorriso perfettamente idiota ferma — _Ach!_ — e poi storna le questioni, mentre l'io s'ecclissa davanti al suo sostituto che ritorna subito. Finito? No. V'è ancora da brindare levandoci di nuovo, inchinandoci tutti verso il centro della tavola, in maniera che le nostre teste si tocchino, come si toccano i bicchieri. Formiamo così una capanna conica di corpi ben stretti, assolutamente seri, ben fissi nell'atteggiamento di scambiarci una parola d'ordine che è invece una chiacchierata declamatoria nella quale entra un po' di tutto. E il rito è celebrato. Vorrei conoscere quale sia il nesso che spinge l'uomo a ingurgitare del liquido sulle cose che egli dice, quando le ritiene solenni e impegnative per la sua fede. Ora, per esempio, con tre o quattro sorsi di extra-dry ci siamo assicurati una quantità di cose che nessuno infrangerà. È inutile: la storia beve; ha sempre bevuto troppo, tanto che spesso oscilla e non la si comprende più... . . . . . . . Scendo nel motoscafo col netto senso di rientrare in Italia. — È mia quest'acqua che rispecchia le snelle linee dei marmorei palazzi creati dalla mia razza; mia quest'ampiezza rosata di spazio, dove si librò sovrano il pensiero dei miei padri per dar fremito al mondo. Canta gondoliere! La tua canzone la so! Va, caro scialletto, va per la calle dondolando sugli agili fianchi: fa risuonare dei tuoi zoccoletti il lastricato liscio da dove i colombi tranquilli non fuggono. Figure, linee, suoni, tutto è per me e per il mio sangue. E mentre il motoscafo rasenta le rive da dove le galeazze lionate salpavano cariche di forza e di saggezza a portare sui mari il fulgore del nostro spirito, le campane di San Marco suonano, sciama compatto dalla Piazzetta un turbine di colombi che il colonnato del Palazzo dei Dogi respinge e dissolve, e mi pare che tutta l'aria vibri per un grande inno italiano terminato da un immenso, immateriale bacio a questo paradiso italiano. VII. Il Sire è giunto. L'«Hohenzollern» — il yacht Imperiale — è passato stamane a pochi metri dalla mia nave ormeggiata ai Giardini, accolto da colpi di cannone e dal ronzìo degli apparecchi cinematografici, così come giustamente gli si conviene. I nostri equipaggi, raccolti in striscie dense ed immobili lungo i fianchi delle navi, hanno gridato gli hurrah di rito, ai quali un uomo isolato sulla plancia, intabarrato, stringente un cannocchiale sotto un'ascella, rispondeva appena portando di scatto due dita alla visiera del berretto: lui: il Kaiser. Poi i cannoni hanno taciuto: una ressa di gondole ha formato come le siepi di una strada immaginaria tracciata nel bacino di S. Marco, ed il yacht imperiale vi si è inoltrato a lento moto fino alle boe dove è stato ormeggiato. Un gridìo immenso sorgeva dalle siepi ed era condensato a tratti in un urlo solo che si ripeteva tre volte. Ho creduto di sognare: mi son chiesto con stupore quale Venezia fosse quella che avevo sott'occhio; quando e come fosse stata invasa così. Tutto tedesco quel grido!: — Hoch! — Hoch! — Hoch!... — Grido di migliaia: da dove — o angelo dorato del Campanile di S. Marco — da dove venuti? E non so perchè ho provato un brivido a cui non ho potuto dar nessun nome... * * * — Questo qui — mi dice un tenente di vascello tedesco, col quale mi son fermato avanti ad un enorme ritratto che domina tutta una paratia del Quadrato Ufficiali a bordo dell'«Hohenzollern» — questo qui ne farà vedere delle belle!... E abbassa la voce, stemperandola nel sorriso della confidenza. «Questo qui» è il Kronprinz. E io guardo con sorpresa la mia guida domandandole perchè. — Perchè? — ripete questa; ma naturalmente non va più avanti, affidando la risposta ad un gesto prettamente tedesco che significa attesa e che consiste in una rapida oscillazione della mano tenuta dritta, palma in fuori, ed all'altezza del petto. Io penso che lo champagne di rito che ha bevuto poc'anzi con me, e forse con molti altri ufficiali prima di me, gli abbia dato leggermente al capo. Devo aspettar che? E, in ogni caso, il mio Paese non ha nulla a vedere con le questioni interne della Germania e col carattere del suo futuro governante. No: questo gioviale fanciullone, quasi albino a forza di esser biondo, deve realmente aver troppo brindato, e le sue confidenze hanno soltanto per fondo le bollicine esilaranti delle coppe tracannate... Infatti nel guidarmi attraverso gli imperiali appartamenti mi suggerisce le più strane osservazioni sul dubbio gusto degli addobbi, sorride con indulgenza su alcune imperiali volontà, sorvolando però, non approfondendo troppo; pronto al viso tedesco di reverenza non appena il suo spesso labbro si agita per pronunziare la parola cesarea, la parola di dominio, designante la massima potenza umana. Ed ecco che la psiche di questo straniero mi sfugge... * * * _Parsifal_: l'apoteosi del Germanesimo. Wagner agli intellettuali, attraverso i teatri di Europa infiacchiti tutti nello spirito nazionale; e Carlo Marx alle masse, rese irrequiete da un materialismo senza limiti. Che cosa sono, armi e dottrine? programma o spontaneità? Ma... Sono alla Fenice, in un palco che potrei dire internazionale: una principessa tedesca che parla francese, un addetto d'ambasciata austriaco, due «_Von_» della marina tedesca imbarcati sul _Goeben_ e due signore del mio paese, sì, ma che parlano tedesco. Sfilano le scene dalle insulse parole e dalla musica filosofale, nel più profondo silenzio che massa umana possa produrre. Tace persino la tosse del teatro, persistente nota di ogni uditorio. Crani lucidi e spalle bianche sono immobili; e, disegnate dagli sparati candidi delle marsine, tante file parallele si allineano nella semioscurità della platea, come solchi di un campo nevoso in disgelo. Incorreggibilmente latino, io trovo che il cosiddetto genio tedesco può essere sempre raffigurato da una enorme piramide rovesciata, ed in bilico su un vertice non suo. L'occhio non vede che una grande superficie tedesca; così, l'origine vera, sapientemente nascosta, gli sfugge. Ecco qua il Capolavoro. In questa folla religiosamente intenta, corrono infatti fremiti che solo l'arte può produrre: io stesso in certi momenti ne subisco il fascino e sento che il veleno tedesco è veramente ben preparato se può infiltrarsi nelle vene così. Ma se analizzo questi momenti di reverenza ne trovo subito l'origine e mi sorprende che tutti costoro non sentano che la piramide oscilla. Il vertice è il Vangelo malamente profanato da erotismo e impasticciato da nebulosi personaggi, faticosamente nati da tavolino tedesco. _Kundry_ non è che una complicata _Maria di Magdala_, la quale aveva certo dovuto fare innumerevoli orgie di birra prima di mettersi a detergere piedi e a belare «redenzione... redenzione» insieme all'estatico _Parsifal_, giustamente punito con interminabili «piantoni» per non saper nemmeno lontanamente avvicinarsi alla grande figura che dovrebbe imitare e che può, tutto al più, parodiare. Lo Spirito Santo è distaccato dal cielo per diventare comunissimo piccione, fatto apposta per scorrere lungo un filo di ferro, secondo un sistema tedesco brevettato: l'altare cattolico, dopo la manipolazione tedesca, perde una quantità di cose, ma conserva i gradini, dove al posto dei chierici s'inginocchiano graziose giovanette dalle gambe troppo in vista tra le spaccature laterali della cotta. — Chiamiamole pure _Graal_ queste strane chiese, e chiamiamo pure cavalieri quei buoni personaggi che vi passeggiano dentro e che certo ebbero precedenti da _Gambrinus_... O puri, limpidi maestri del mio Paese a cui bastavano poche schiette note a strappare lagrime e far delirare le folle, quando il sentimento italiano era intatto e trovava nella vostra musica la sua perfetta espressione, su dalla tomba! La Germania avanza e stritola i vostri sepolcri che le fanno argine. Ombre insigni e luminose, proteggeteci. — Quando ci avranno assuefatti a questa odierna mentalità musicale, ahimè! — la questione è assai più elevata — sentiremo e penseremo alla tedesca e chiameremo _Elsa_ o _Ortruda_ le nostre figlie: schiavi saremo: irrimediabilmente schiavi... — È veramente magnifico! Non si può andare più in là! — mi dice l'addetto austriaco mentre cade la tela tra gli scrosci degli applausi e la luce inonda di nuovo la sala. Vorrei rispondergli con l'ambiguo «tu lo dici!» evangelico, ma trovo miglior soluzione il «colossale!» che gl'inferisco senza smuovere un muscolo del viso: e m'avvedo che la mia parola di commento, grazie al Cielo, lo persuade poco. Ma intanto gli applausi continuano il loro scroscio. E guardiamola dall'alto questa frenesia morbosa che è un mero fenomeno d'inoculazione di virus tedesco! Sono mani italiane che si agitano, sono bocche italiane che, malate, gridano il loro entusiasmo. È un triste spettacolo patologico da studiare in tutte le sue fasi... . . . . . . . Fuori, la notte stellare intagliata dai parallelepipedi scuri delle case. I rii fremono della chiusa vita delle gondole che sciamano dal Rio della Fenice in massa compatta per disperdersi nelle oscure arterie d'acqua, dove punti luminosi s'inseguono. Tonfano i remi con risonanze da pozzo, e il grido lugubre dei gondolieri si ripete qua e là come chiamate di animali notturni a cui l'immaginazione presta aspetti favolosi. L'odore della bassa marea, esagerato dall'umidore fresco della notte, sembra condensato e più acuto. — Ah! È ben Venezia questa: l'immutabile Venezia che ci fu tramandata dai padri e che noi dovremo, intatta nella sua reale essenza, cedere alla nostra volta alle generazioni future. Ma per le calli, sui ponti, lungo le fondamenta, canti isolati persistono, accompagnati dal rumore del passo. Il loggione della Fenice rincasa e son i lamenti di _Parsifal_, i piagnistei di _Tuturel_ e di _Kundry_ che si insinuano nelle vene di Venezia: da un campiello nascosto si diffonde, stonato, il coro dell'entrata dei cavalieri del _Graal_. — Come olio velenoso e irresistibile, il canto teutonico si propaga profittando sinistramente del sonno della città. Ma verso la Piazzetta di S. Marco un canto, un canto italiano finalmente s'eleva. La voce è grassa, rauca, intercalata da note gutturali e da note in falsetto... _Ai nostri monti, ritorneremo..._ Non fa nulla. È musica nostra: e la gondola sembra correre verso di essa come ad un richiamo, scivolando vicino alle prore aguzze delle sorelle addormentate al traghetto. Allo scialbo chiarore della Piazzetta deserta, il cantatore si rivela. È semisdraiato sui gradini della colonna del Leone. Lo vedo alzarsi, tentare di camminare, interrompere il canto, barcollare, riprenderlo... Maledizione! È ubbriaco! VIII. Il caldo respiro della fine di giugno avvolge questa mattina Venezia. È un alito calmo, di una strana potenza avvivatrice: ed i colori ne acquistano come una loro speciale luminosità divenendo d'una generosità magnifica, prodigando tutte le sfumature, tutte le combinazioni, sfoggiando un'inarrivabile arte. Al disopra dei tetti, le nuvole immobili si caricano di un grigio appena rosato, con bizzarre, sottili, pazienti delineazioni d'oro. E grandi lame di luce le traversano come rigide code di comete, divergenti tutte da un centro misterioso che s'è annidato a mezz'altezza nel cielo, sopra a S. Nicoletto del Lido. L'acqua del bacino di S. Marco ha preso l'aspetto di cosa lucida e solida che non possa aver più alcuna relazione col vento. E più in là, ridotte al minimo dall'alta marea, le punteggiature nere delle bricole s'inseguono nelle lontananze, come una strana popolazione della laguna, radunata per una silenziosa mostra mattutina, intorno a innumerevoli isolette sommerse, da cui misteriosi capi sorvegliano. Come un tremito continuo d'aria agita tutto questo scenario di pace, che sciami di bianchi gabbiani traversano a volo lento e senza grida. Ma per contrasto la Riva degli Schiavoni, le Mercerie, le calli intorno a S. Moisè, la calle dei Fabbri, brulicano, si riempiono, aspirano umanità da mille ristretti conduttori di pietra e ne fanno un'unica corrente scura avviata al grande collettore di Piazza S. Marco. E l'immensa sala di marmo, che ha per pareti, fissati per l'eternità, sogni di insorpassabili artisti, e per soffitto il cobalto del cielo, coi suoi tre enormi stendardi immobili come stanchi di anni contro l'oro della Basilica, coi suoi drappeggiamenti sanguigni pendenti tra i colonnati delle finestre, cogli sciami dei suoi colombi volteggianti bassi tra le mura come per non distaccarsene mai, è pronta a ripetere ancora una volta una di quelle cerimonie, che già vedemmo inquadrate da una cornice d'oro vecchio e ricoperte dalla scura vernice del tempo, nei musei o nel fondo d'una nostra falsa memoria. Ma è strana folla, questa che mi circonda e trascina! Se frotte di fanciulle dalle pesanti capigliature d'oro e avvolte di nero negli esili corpi, cinguettano, col sorriso nella voce e negli occhi, ruvidi accenti ed aspre intonazioni di gruppi di altra razza sormontano e soffocano il loro bisbiglio. E sono tanti e tanti... La loro ossatura elefantina è come di uno stile diverso: il loro vestito porta impressa nel taglio una mentalità squadrata, violenta e goffa: e il loro riso gutturale pare l'espressione di un'orgia perpetua alla fine dalla quale debba sempre scorrere un po' di sangue. Ah! Com'io sento stamane più forte l'ingombro di questi corpi dall'insolente andatura, nelle ristrette calli di questa divina città italica, non fatta per simile stirpe! Come ho il sentimento di un netto distacco tra razza e razza, tra ambiente e ambiente! Mastodontiche case a cuspidi, vie fiancheggiate da monumenti riempiti di grottesche, ma colossali statue: basse birrerie ornate come chiese sacre alle divinità dell'orgia, dove gli _ach!_ risuonano al giusto tono; stabilimenti immensi dove tutto si falsifica, dalle gemme alla pietra: dove tutto s'imita, dal capolavoro d'arte alle sostanze alimentari: dove si ruba all'altrui genialità ogni idea per sminuzzarla in azioni...; cieli plumbei, vegetazioni scure, tutto questo ci vuole a costoro. Che cosa vogliono, che cosa fanno qui? — Oh! Mais enfin j'ai le plaisir de vous rencontrer! Où avez-vous été donc? È l'Olandese del «très-joli». Le sue palpebre battono sui suoi occhi chiari quasi su ogni sillaba, per indicare forse una repressa collera, mentre ella mi ferma allo sbocco in Piazza, del Ramo dell'Ascensione. Le spiego che le mie mansioni di servizio — (il «se ne guardi!») — mi hanno costretto a mille occupazioni diverse, impedendomi di... — Alors, il faut un Kaiser en personne pour vous dénicher? — m'interrompe bruscamente. Il Kaiser? Ma sì! In che mondo vivo dunque? Il Kaiser discenderà tra poco alla riva della Piazzetta di S. Marco, ed il suo popolo si reca a dargli un saluto fedele. Il suo popolo? Ha ragione: Il «suo» popolo. La folla compatta che ora ci circonda è sua: quasi tutta sua. La Germania girovaga, multiforme, occhialuta, dagli strani cappelli troppo piccoli per gli squadrati crani, dai colletti enormi, dalle faccie sciabolate alle tempie, dalle grasse femmine coi capelli tirati sull'alto del capo e radunati in misera nocca, è qui, è quasi tutta qui, come richiamata da una parola d'ordine che ha vuotate regioni. Una gioia impossibile ad esser riprodotta dalla nostra razza, ha come slacciate le espressioni di questi volti e la carne sembra dilatata, libera dai suoi legami al cranio. — Vite, vite! — esclama la bella creatura con un'animazione troppo in contrasto col carattere che le conoscevo. — Écoutez. Il vient... Courons! Ah no! Non corro affatto. Lascio che i suoi segni imperiosi si dileguino per sempre nella folla, mentre, non so da dove, le note gravi dell'inno tedesco s'alzano nell'aria e «och!» formidabili risuonano tutt'intorno a me. Ho accanto un'intera famiglia: il padre col suo cappelluccio verde dal bravo piumino piantato all'indietro nel nastro, gli occhiali a spranga, gli occhietti suini nascosti da sopracciglia da caricatura, la zazzera, il collettone, la giubba alla cacciatora, i corti calzoni di velluto da cui sbucano due polpacci informi: la madre, spelacchiata, con un cappello che doveva esser l'orgoglio della vetrina di chi sa quale villaggio di Pomerania, con un naso aggiunto in fretta e composto a palla con la poca materia rimasta, dopo fabbricata una enorme faccia rossa dalle mascelle stritolatrici: stretta nel collo, nella vita, in tutte le giunture: multicolore, sbraitante, lucida; due figlie allungate, appiattite, ingiallite da qualche macchina; identicamente vestite, impalate, rese ossute da un'altra macchina... Tutta la famiglia spalanca contemporaneamente la bocca quando la marea di un «och!», lanciato dall'altra estremità della piazza, la raggiunge. Gli occhi si rimpiccioliscono nel grido sotto la spinta degli zigomi: e i palati aperti, scuri, sembrano dover finire in una specie di borsa da pellicano, tanto attingono voce. «Och! Och! Och!». Ah! Com'è brutta qualche volta la fede e quale cattivo odore tramanda! I colombi s'aggirano spauriti in un volo folle che sfiora le nostre teste, come gabbiani sulle creste d'onda d'un mare agitato. E, ad una ventina di passi da me, due siepi di fucili aprono una strada perfettamente libera che io posso in parte dominare dall'alto di un tavolino di ferro, offertomi dal cameriere d'un Caffè con un «Bitte» untuoso. Il solito cane d'ogni cerimonia s'aggira nello spazio vuoto, fissando con stupore l'umanità che urla e che non riconosce più. L'elegante figurina olandese s'è unita ad un gruppo di giovani signore che forma come un fiore dalle delicate tinte sul bruno della folla. È là: vicino ad una siepe: agitata, fervida di commozione. Tacciono ora le musiche. Gli stendardi ondeggiano lievemente come per l'avvicinarsi di un soffio di vento, mentre l'oro dei mosaici della basilica s'abbruna perchè una nuvola densa s'è avvicinata al sole e lo nasconde. E improvvisamente un coro vocale s'eleva da ogni punto della Piazza mentre rimbomba lontano, quasi in misura, la voce più cupa del cannone. «_Deutchland, Deutchland über alles_...» È inno questo? Non so: a me pare un'esplosione di violenza, intollerabile nella serenissima magnificenza di questa nostra regale città... Suona, campanone di S. Marco, suona con la tua voce venerabile che fece nei trionfi tremar di gioia il cuore dei padri. Soffoca con le vibrazioni del tuo bronzo sacro, questo canto straniero che tenta innalzarsi alla tua immacolata altezza. Schiaccialo giù contro terra e che la nostra terra lo assorba e disperda come assorbe e disperde la sciagura del fulmine! Suona! Suona! Eccolo il Kaiser: delle scintille e un manto azzurrastro, seguito da altre scintille ed altri manti. Scrosciano applausi, la siepe dei fucili si eleva, il canto si esaspera, ingigantisce nelle risonanze delle mura, diviene come un solo urlo scandito dal cannone. E gli occhi metallici di questa razza intrusa si velano di commozione... Come i miei, di rabbia... — Questa è la festa, la grande festa della pace! — esclama un lungo e giallastro tedesco aprendo le braccia al cielo, con un gesto da eroe dei Niebelungen. E come ad indicare che il Dio della Pace è proprio lì, sceso dai suoi inaccessibili regni, venuto per qualche istante a contatto dei mortali, le sue braccia si riuniscono in alto e si abbassano orizzontalmente rivolte al Kaiser, mentre le pelose mani, aperte verticalmente, riproducono un caratteristico atteggiamento di fakiro in adorazione. Passa il Dio teutone. — Dal gruppo di signore del quale fa parte l'Olandese, fiori vengono gettati su di lui che saluta senza sorriso, meccanicamente, con due dita pigramente elevate alla visiera dell'elmo. Rispondono forse le immagini sacre alle folle prostrate ai loro piedi? L'insensibilità è attributo di ogni simbolo divino. Egli passa. Clamori e fiori sono usate cose nella sua vita terrena: e quando il turbine dell'umanità, rotte le dighe dei fucili, precipita come corrente, al suo seguito, pare veramente che una mareggiata si chiuda sulla scia di un enigmatico colosso. . . . . . . . Più forte, Marangona di S. Marco! Dì all'Italia che a due metri dal suolo l'aria è sempre pura e che una densa legione di spiriti italiani vi turbina sempre agitando spade, corone di alloro, pergamente, pennelli e scalpelli, legione enorme che sorvolò per secoli sulla Terra e discese dovunque. Dì che dov'essa discese, la capanna si cambiava in casa dalle linee armoniche, la palude si prosciugava, campi fertili sorgevano, s'arginavano i fiumi, s'aprivano strade, la vita selvaggia dell'uomo diveniva civile: come per magia, i popoli davano un balzo verso un'esistenza migliore e innalzavano monumenti!... Diffondi il vigore eterno del tuo bronzo nel torpore dei nostri muscoli stanchi, nella vecchiaia dei nostri occhi, nella fissità del nostro spirito costantemente rivolto all'occaso come girasole malato... Un gran silenzio. Il campanile s'è ammutolito, il cannone tace e la folla come cumulo di neve sudicia, si discioglie e disperde in tanti rivoletti lungo le calli oscure. Venezia riprende la sua vita in semitono, dove nessun grido osa unirsi alla gran voce del tempo. E i «battitori» delle botteghe, avanti alle loro vetrine, riempiono le Procuratie dei loro sommessi inviti ad entrare, curvi nella loro posizione servile, deformati da un fisso sorriso, simile al senile sorriso che accompagna un'offerta oscena. — Bitte shoën, fraulein... S'il vous plaît, monsieur! Entrez, entrez... E sono Italiani, questi? IX. L'Hôtel attraversa come un cattivo periodo di stanchezza mentre luglio s'inoltra. Esso non rigurgita più. Gli ibridi tipi girovaghi dei due sessi che han racchiusa tutta la loro fortuna nel gramo bagaglio e tutta la loro storia nello sguardo, son spariti. E giornalmente, tedeschi, ungheresi ed austriaci riempiono gli autoscafi che compiono il servizio con la stazione ferroviaria. Essi partono, chiusi in uno strano silenzio, con qualche cosa nell'espressione che è impossibile definire e che finora nella nostra vita non avevamo visto mai. — È una stagione straordinaria questa! — mi ripete il direttore dell'hôtel, dando alle parole «stagione straordinaria» un significato di sconforto commerciale. — Non si riesce a comprendere che cosa avvenga. Gli altri anni in questo periodo non si avevano — si può dire — partenze, mentre invece quest'anno l'albergo si vuota e non vi sono richieste. C'è poi un fenomeno singolare... — Quale? — Quello dei tedeschi... Si direbbe che si son passati una parola d'ordine contro Venezia... Monsieur Marna è desolato! — Ah! Poveretto! E chi è monsieur Marna? — Il maître d'Hôtel. Dice che vuol tornarsene a Parigi perchè qui non c'è più lavoro. Io non so che pensarne. Nemmeno io. Le giornate si succedono monotone, calme, arroventate dal sole e Venezia indora sempre più i suoi tramonti radiosi, nei quali i campanili ergono la loro mole violetta su una tranquilla fantasmagoria di sangue e sembrano giganteschi. E il resto del mondo apparisce come separato da noi da queste cortine magnifiche: sembra così lontano, così lontano... Il mare stesso pare non aver mai conosciute tempeste ed ha perduto ogni sua voce in una strana interminabile sonnolenza. Mare da bagnanti. Non ci dice nulla. E si comprende allora la volgarità dell'arte di alcuni pittori di marine che gettano qualche pennellata di ardente colore su spiaggie monocrome, su monocromi sfondi d'azzurro, ricercando l'effetto in poveri contrasti ed assegnando all'uomo la missione di chiazza, sparsa a caso qua e là, fino all'estrema prospettiva... * * * Ah! la buona sabbia calda dove le membra seminude sembrano aspirare vigore da innumerevoli pori! Che gioia prostrare il corpo sulla madre terra in una intima comunione di piccolo essere mortale con la materia immortale, scambiando scorie d'anima con correnti di pace prese in anticipo sul gran conto finale. Là: fissiamo il cielo, su, nello zenit profondo e vedremo apparire alla nostra immaginazione, mondi non deturpati da niente, nemmeno da una definizione impossibile. Così: un nirvana azzurro... Che? Che specie di parola risuona vicino a me? Chi la pronuncia? Peuh! Due derivati del tipo uomo, appartenenti agli ultimi gradini: due giovinastri dagli occhi sottolineati da una sfumatura violacea ed estremamente ricercati nel loro abbigliamento. Essi mi passano vicino, camminando a piccoli passi e sorreggendo entrambi un unico giornale aperto, sul quale fissano lo sguardo avvizzito. — Guerre! — han detto: — Mais alors c'est la guerre... La loro vista politica dev'essere un poco annebbiata dalla falsa luce che certo guida la loro opaca esistenza. Guerra a che? A qualche lozione per capelli? A qualche malsana ricetta? Ma no: levandomi in piedi, vedo che più in là lungo la spiaggia, capannelli di corpi si seguono, dominati nel mezzo da altri giornali, e sento che la parola si ripete, s'estende, vola, mugge come un'improvvisa bufera, portata da uomini in corsa, da donne spaurite, mentre, come se una minaccia immediata fosse già contenuta nella parola stessa, qualcuno già raccoglie i suoi vestiti per abbandonare la spiaggia. Ma è pazzesco tutto ciò: dev'essere il sole a produrre un simile fenomeno di follia collettiva... — No signore, — mi risponde un americano circondato dalla sua famiglia. — Voi avrete la guerra: legga qua. Leggo. Resto immobile e non trovo una parola che possa esprimere lo stupore che provo. — Che vuole che risponda la povera Serbia? E con la Serbia vi sarà la Russia, e con la Russia la Francia. L'Austria, si capisce, avrà la Germania e voi... Pare che questo discorso sia stato anche troppo lungo per la sua fretta e quella della sua famiglia. Presto: verso l'hôtel, dove già tutti i bagnanti si radunano: le scalee brulicano e tutta questa genia d'ozio, ritrova di scatto un'animazione che cancella subito le varie patine imposte alle proprie marionette nella commedia della vita antecedente. L'orario, l'orario dei treni: la domanda è unica e par troncare esistenze. I «tout de suite» imperativi delle donne, sormontano le pavide obbiezioni degli uomini, mentre tutti i campanelli dell'hôtel si mettono a squillare come percorsi da uno stesso brivido... * * * Passano monti di valige, bauli, culle di bimbi; i più disparati bagagli s'incrociano, trascinati da domestici spauriti. E a poco a poco la folla esotica s'avvia, vuotando questi ambienti che videro tutte le stravaganze d'un'epoca, che accolsero senza inchieste ogni portafoglio, e dove si bearono tanti che ritennero il vivervi, massima — ricompensa — alla — vita. * * * Sembra che gli orpelli delle decorazioni, i colori degli affreschi sieno pervasi dal pallore di una improvvisa agonia. In pochi giorni il silenzio ha guadagnato file di stanze, gruppi di appartamenti, interi piani: e le finestre chiuse un poco alla volta, dànno l'idea di successive morti. Le orifiamme di festa, fitte sulla sabbia spariscono; alcuni cancelli son chiusi; le tende sulla spiaggia son ripiegate e rimosse. E a sera nel contemplare l'enorme massa chiusa, buia, ostilmente eretta nelle ultime luci del tramonto, si sente che s'è chiuso qualche cosa di più che un edificio, che s'è spento ben altro che delle lampade elettriche: è un'epoca che muore, ed il mondo ne prova come un primo tremito. Sul mare non un soffio di vento, non il minimo segno di moto: un velario scuro si alza a mezzo cielo nascondendo una larga zona di stelle e pare che dietro, verso Levante, là dove l'occhio non indaga più, qualche cosa di malefico si crei che stringe il pensiero come lo sfioramento della morte. E mentre, rievocata non so da che cosa, mi sorge nel ricordo la visione delle legioni dei fantasmi che i vecchi pescatori adriatici vedono turbinare sul mare nelle notti di tempesta, una stella cadente riga il cielo con un'abbagliante scìa rossastra. È volgare credenza che una tal vista realizzi il pensiero concepito nell'istesso istante. Ahi! Adriatico, che vedrai tu? LA TRAVERSATA DELLA MORTE. (L'UOMO). _Making the sun like blood, the earth a tomb,_ _The tomb a hell, and hell itself a murkier gloom._ (BYRON, CHILDE HAROLD XXXIV). I. Alla vista dilatata ancora dal largo e dalle raffiche di capo Linguetta, non c'è gran che di cambiato dentro questa rada, dall'ultima volta che vi venni, ai primi tempi della nostra occupazione. Stessa impressione d'immenso lago perennemente sconvolto dal Ponente, stesso addensamento di nuvole in corsa sulle cime dei monti, sbrandellate attorno alla vetta di Kanina, diradate verso la vallata di Valona e più in là divorate dalla distesa di paludi che si allunga a perdita di vista fino alle foci della Voiussa, come se il vento vi si fosse aperta una grande via maestra del cielo; identico paesaggio di verde carico e di grigio, di vette scure e di balze incolte, dove i cipressi s'ergono qua e là come indici tesi allo zenit e ricordano quella cosa che qui imperò per secoli e che per una mareggiata di sangue s'è ora ritratta lontano lontano senza speranza di riflusso: la Turchia. Già: ecco laggiù a Krio-Nerò, a Valona, l'altra sua impronta: i timidi minareti lasciati qui a recitar le preci della sua morte; e l'idea che poveri, spauriti «muezzin» compariscano ogni ora a ricordare con singhiozzante voce Allah e la sua misericordia alle molte migliaia d'italiani qui venuti dal Carso e dal Tirolo, apparisce dissennata, come una frase comica interposta da un pazzo in un epilogo tragico. Ma tra le case fronteggianti il mare allo sbocco della grande strada che unisce la lontana Valona alla sua marina, è qualche cosa di cambiato. Fresche tinte e vernici dimostrano che a vecchie abitazioni s'è data nuova vita: due immense croci rosse dipinte sul tetto bianco dell'antico Kursaal, dove or non è molto risuonavano a beneficio spirituale degli ufficiali austriaci le poco argentine voci delle canzonettiste viennesi, rivelano che quell'edificio è divenuto ospedale in espiazione dei suoi molti peccati. E poi le piccole cataste di legna, viveri e munizioni d'allora, i pochi rotoli grigi del fil di ferro dei reticolati, le corte file delle salmerie e dei cannoni, ora appariscono sulla sabbia della spiaggia moltiplicati per un coefficiente uguale a quello che ha moltiplicato le prime truppe inviate quaggiù fino a raggiungere oggi un prodotto enorme. Così, alla vista dei cubi e delle piramidi scure che nascondono le case e le sormontano, è possibile abbracciare d'un tratto col pensiero quanto divori la guerra e quanto lavori la terra per nutrirla. E repentinamente quella sensazione a cui è impossibile dar nome e confini e che si produce dovunque la vita umana bruci a larghe vampate, scaturisce dalla vista di ogni cosa: e tutta la nitidezza del panorama se ne offusca. Navi, navi e navi: le grandi, al largo, in linea ordinata, disciplinate anche nel riposo; le piccole, sparpagliate a caso, più strette alla terra e frammiste a barcacce d'ogni dimensione e d'ogni tipo, resti di vecchie generazioni di barche da lungo tempo ripudiate dal mare libero e rimaste senza alberi e senza sartiame, carcasse senza membra. Mai ve ne furono tante qua. E che qualche grave avvenimento del mare si prepari, è dimostrato dal fatto che in mezzo a loro, bianche come un simbolo della carità, listate di verde lungo tutta la loro lunghezza e largamente crociate di rosso, due immense navi-ospedale si distaccano nette sul grigio delle sorellastre che le circondano e che macellano perchè esse si riempiano. La mia s'è ancorata vicino ad una di queste: e col Ponente arrivano a bordo le acri zaffate dell'acido fenico, l'odore di tutti gli alberghi della morte. Più in là quattro transatlantici giganteschi, dai quali una sovrapposizione di pittura grigia ha fatto scomparire ogni lucentezza dell'antico lusso, hanno quell'aspetto caratteristico delle navi che aspettano il loro carico: braccia di ferro protese e immobili, macchinari che sibilano chetamente come operai rimasti inoperosi, uomini raggruppati in silenzio qua e là nelle vicinanze del boccaporti e getti di vapore smorto dovunque. Io so, noi sappiamo, che cosa aspettano... È un carico che li riempirà tra breve tutti e quattro e che giungerà qui, partorito dalla costa, dai monti, da tutta quella sterminata distesa di terra vertebrata dai Balcani, percorsa dal Danubio, estesa fino ai confini meridionali della Germania e occidentali della Russia. È un carico che cammina da mesi per giungere qui, colonna senza fine d'ogni sciagura, assottigliata ogni giorno come valanga discendente al sole dei piani, orda umana radunata dalla guerra e spinta dalla guerra, inerme, al mare per essere inghiottita e dispersa. Tra poco giungerà un secondo scaglione di prigionieri austriaci fatti dai serbi nella loro prima campagna vittoriosa, quando l'Austria, non ancora provincia germanica, aveva la gola stretta dalla morsa di Kumanowo e Leopoli e si sentiva soffocare. Erano ottantamila; un popolo, nella pingue retata di Pasic. Ma quando la Serbia, invasa, ritrasse il suo esercito in Albania dirigendolo alla salvezza del mare, dovè fare della sua preda, divenuta troppo pesante, un greggie disordinato: e sospinse tutto avanti a sè per monti senza strade, per vallate senza traccia d'uomo, nel fango e nella neve, spaventevole massa su cui la morte ed i corvi tripudiarono a lungo e che lasciò un cammino tracciato per sempre da ossa. Fame, colèra, tetano, assideramento, sfinimento e pazzia, traversarono regioni in ridda furiosa, ieri come oggi e come domani, nella sinistra gioia di poter uccidere senza freno, senza ritegni di nomi, di croci e di cifre, sicure di ogni impunità. Cifre? Eccone una sola, ed anche questa vaga, indecisa. Pare dunque che tra tutti gli scaglioni arriveranno al mare circa cinquantamila ex-uomini.... A sei o sette giorni di marcia da qua, il computo del secondo scaglione faceva prevedere così: ma in questi giorni, gli ultimi del calvario, molte ultime forze si saranno spente, e che la cifra venga di molto abbassata non sorprenderà nessuno. Sicchè la differenza... E questo è il carico che aspettano i quattro giganteschi transatlantici grigi, mentre il Ponente porta via i loro sbadigli di vapore ed i monti di Valona s'abbrunano... II. Io vedo un gruppo di cavalieri sboccare dalle case della marina là dove termina la strada di Valona e correre al galoppo sull'ansa di sabbia che da lì va fino ad un grande pontile d'imbarco eretto in questi giorni: il «terminus» della fiumana di dolore, il punto dal quale non si «camminerà più». E subito dopo vedo apparire da dietro allo stesso sipario una Cosa che ha il colore della sabbia e che avanza lentissimamente. Il suo corpo si allunga come biscia che stani e il suo contorno si sfrangia e si ricompone, si allarga e si restringe, con contrazioni di cui è impossibile precisare l'origine e che sembrano sussulti dolorosi. Il chilometro circa di spiaggia che i cavalieri hanno percorso in pochi minuti, vien ricoperto dalla Cosa in un tempo lunghissimo, con un moto che non somiglia a nessun altro conosciuto e che ricorda piuttosto il lento progredire di un'alluvione. Tutta la Cosa brulica, non si capisce di che, ma il suo brulichio non ha niente di umano, giacchè essa non può appartenere alla terra o almeno alla terra delle nostre abitudini. Essa va, va, spinta da una forza che par venire dalle sue spalle, e con propulsione così continua, che nel dubbio non debba finire mai, una diga di soldati e di marinai s'è formata nelle vicinanze del pontile a far argine infrangibile. E quando la testa della Cosa vi giunge, essa vi rigurgita sopra con tutta la massa del suo corpo come fiumana di lava su un ostacolo. Da una cosiffatta moltitudine s'alza sempre un clamore: e questa, per un fenomeno che fa smarrir il nesso delle idee, tace d'uno spaventevole silenzio. E subito s'intuisce che ogni sua forza, ogni sua estrema forza è concentrata nel lavoro meccanico del cammino, senza poterne sperdere nemmeno una particella per altre funzioni. Tutto è sopito nella Cosa: essa non ode, non vede: va; per un impulso che dura da mesi e che ebbe inizio a un grande tratto d'Europa da qui. Ed ecco che tutta la baia, nella sosta serale del Ponente, è pervasa da un tanfo orribile: esso è giunto come un'improvvisa bruciatura nell'olfatto e basta esso solo a descrivere la miseria più orrenda di questa infelicissima cosa che è divenuta l'umanità dal 1914 in poi. Nessuno che abbia fiutato un simile lezzo di decomposizione potrà più dimenticarlo: esso sarà un'ossessione di tutta la sua vita, accompagnerà i sogni delle sue cattive notti e i suoi tristi momenti di solitudine. Sciami di pontoni s'addensano attorno al pontile sul quale la testa della Cosa straripa, versandovi brani del suo corpo: fischiano barche a vapore, ma il loro fischio è breve, come non osassero lacerar troppo il silenzio terribile che incombe sul semovente carnaio che brulica lì intorno chetamente; e subito file di convogli s'irradiano nel mare, lentamente, come convogli funebri. Ecco, passa la carne umana che «non cammina più»: pare che essa vuoti da sè stessa la terra, prima che questa scompaia per un cataclisma imminente e finale: passa nel suo lezzo, che ora mozza il respiro: e tutta la rada ne è piena... Passa: qualche viso simile al viso dell'uomo, qualche membro nudo si precisa; qualche occhio imita lo sguardo... Che famiglie, che madri!... Questa carne non ha mai appartenuto a nessuno... Non è che una lebbra spontanea del nostro triste pianeta... E i quattro transatlantici, come svegliati di soprassalto, ora sbuffano vapore, agitano le loro braccia di ferro e s'accingono ad ingoiarla a larghe boccate. * * * Il tramonto sparge violetto nei monti e lacca rossa nel cielo. Il motoscafo che mi conduce a terra, corre a breve distanza dalla spiaggia dove la Cosa passò e che è ridivenuta deserta. Alla prima sera l'ocra della sabbia s'incupisce. Ma vicino al pontile d'imbarco è qualche cosa di cui non riesco a precisare la natura. È una catasta che prima non v'era, e attorno alla quale soldati nostri e militi della Croce Rossa inglese s'affannano. Altri soldati formano crocchi qua e là lungo il cammino che la Cosa percorse... Che sarà? Che cosa è che i soldati sollevano e trasportano verso la catasta? Motoscafo, férmati!... Voglio esser ben sicuro di quanto gli occhi vedono... Sono corpi? Sì: corpi esanimi. L'ultima loro forza fu assorbita dal faticoso cammino sulla sabbia e caddero esauriti senza potersi rialzare più. .... Uno ve n'è che cammina ancora, sorretto da un soldato nostro. Ma ben presto il movimento delle sue gambe s'intirizzisce, il corpo s'affloscia e il suo peso non può più esser sorretto. Odo il grido del soldato che chiama un compagno in suo aiuto. C'è ora al pontile un ultimo zatterone che raccoglie i detriti della Cosa che possono ancora giungervi e sul quale giacciono in fila corpi rattrappiti che sembrerebbero morti se di quando in quando non si rivolgessero lentamente per il dolore delle ossa scarnite, gravate sul legno. Ed è verso questo che i due soldati tentano condurre il corpo da essi sostenuto, mentre le sue gambe immobili strascicano sulla sabbia e il capo bendato gli ciondola sul petto nudo. No: non si può più sperare in niente: è inutile continuare: l'abbandonano: e il corpo cade vicino alla catasta, flosciamente, come avesse le ossa rotte. Allora avviene una cosa unica. Dopo qualche istante di immobilità, sembra rifluire nel corpo un piccolo resto d'anima che può ravvivargli soltanto le braccia e gli lascia inerte il resto, come nelle agonie del «curaro». E a bracciate lentissime, rampando come un drago dalle reni spezzate, striscia sulla sabbia, immergendovi il viso. Sembra che dall'orribile catasta cento invisibili mani di morti lo attraggano a loro: va, va, la povera cosa che muore, va serpeggiando nella direzione verso cui è attratta... Giunge nella fila, solleva il busto da terra puntellandosi con un braccio: ansa, si ritorce, il puntello del busto gli si ripiega di scatto, s'appiattisce, non si muove più. È al suo posto: s'è collocato al suo posto. Poco lontano di lì alcuni soldati zufolano. Motoscafo, avanti! Vola, motoscafo! III. Pare che i quattro transatlantici partiranno subito non appena riempiti: seguirà una nave da guerra inglese, anch'essa carica dello stesso carico. E le varie centinaia di ritardatari, rastrellati dai monti, dalle paludi giù verso Valona e il mare, verranno imbarcati sulla mia nave per essere trasportati in Sardegna, al lazzaretto dell'Asinara... Ah! Per Bacco! meglio affrontar di nuovo i siluri dei sommergibili e il bombardamento di un'intera squadriglia di aeroplani, come stamane a Durazzo, quando, dal basso e dall'alto, frusciava e rombava la morte. Ma... sta bene; vedremo da vicino come «lavori» anche il colèra... Una volta stabilito che l'uomo debba finalmente sparir dalla terra, è bene che tutti i mezzi concorrano insieme a distruggerlo... È notte; la cupa notte di guerra, dove tutto si occulta e tace. Navi, monti, case, accampamenti e la catasta dei morti, son svaniti nel caos nero del mare e del cielo. I «chi va là!» delle sentinelle suscitati dal passaggio del motoscafo, c'inseguono rabbiosamente nel buio, come voci di fantasmi acquattati a mezz'aria e disturbati da noi. Dal subitaneo intensificarsi del tanfo dei prigionieri comprendo che uno dei transatlantici in partenza ci dev'essere vicino. Ma è molto lunga questa nave: lo deduco dal tempo nel quale son costretto a non respirare più. Da dietro ai monti di Kanina sorge come il diffuso bagliore di un incendio lontanissimo e il castello del paesetto, annidato sulla cresta, vi s'incide sopra con un nero, per contrasto, più denso di tutto il nero d'intorno. Ah! la luna! Il che vuol dire, tra poco aereoplani: e cioè rimbombi, vampe, costellazioni di shrapnel e... chi lo sa? Qualcuno già segnato dal destino intanto pranza e forse ride. IV. Tutta bianca di calce cosparsa sui ponti, avvolta da un'atmosfera d'acido fenico, e qua e là sbarrata come per guidare armenti ad una via prefissa, la nave sussulta per l'urto di quattro pontoni enormi che le portano il carico. — Si può cominciare? — domanda una voce dal basso. E un capitano dei carabinieri, col volto rivolto in su verso l'ufficiale di guardia, aspetta la risposta. Scintillano alla scala due file di baionette: sfilacciature di cordami intrise di liquido disinfettante son distese sul ponte: sbuffano a prora improvvisate doccie d'acqua di mare; medico ed infermieri rimboccano le maniche dei bianchi camici: tra i cannoni di prora, lunghe fila di gavette fumigano, fiancheggiate da mucchi di pane e da schiere di «bidoni» di vino: sì, che si può cominciare. Avanti! Avanti, Austria, il cui Impero è il mondo! E, appoggiato a due bastoni, comparisce alla scala lo Scheletro. I suoi abiti furono lungamente seppelliti con lui e la putredine li scolorò, li rôse e lacerò. Così un ginocchio ne emerge, ridotto alla macabra plastica delle ossa. I suoi piedi sono avvolti in cenci legati con una cordicella e non è difficile riconoscere in questi, lembi di stoffa militare. Non può camminare perchè «gli si è logorata la carne» delle piante e deve gravitare su piaghe. Ha nella bocca contratta un ciuffo d'erba che mastica. Dai suoi occhi affossati s'alza uno sguardo obliquo di mendicante assassino: sguardo che si fissa su noi elevandosi a poco a poco come trattenuto da un peso. — Io, tenente, — dice in italiano sillabato in tedesco, lo Scheletro, mentre porta a scatti una mano fasciata al berretto che è forato in alto da una palla. È vero: sul bavero lucido di untume, due stelle in diagonale son rimaste attaccate ad un fondo di velluto rosso. Allora, passi a dritta, lo Scheletro: la dritta, il lato privilegiato di ogni nave. E al taglio della scala apparisce al suo posto l'Agonia. Piedi fasciati da cenci anche lui: tibie nude, intorno alle quali i pantaloni color terra, tutti sfrangiati, s'afflosciano. Un resto di camicia color terra apparisce nella scollatura d'un cappotto militare color terra e che al posto dei bottoni ha complicate legature di spago. Più su è una testa di uccello scarnito dalla quale due occhi piccoli, nerissimi, mandano le cupe vampate della febbre. E questa testa terribile ripete le strane oscillazioni delle teste delle testuggini. — Questo, a prora sinistra — dice il dottore che lo riconosce «suo» immediatamente. Col passo di un ottuagenario l'Agonia ubbidisce. Va, ma si sofferma, tossisce, socchiude gli occhi ed ansa, e un infermiere l'accompagna al suo imminente destino. — Giù i bastoni! — _Was?_ — Giù i bastoni! Questi. — È il capo cannoniere che impone così. E tre, quattro figure sparute, in cenci, dai capelli biondi lunghissimi, una delle quali ha tutto il capo fasciato da bende sordide, obbediscono. Un'occhiata a questi bastoni che cadono e rimbalzano sul ponte, perchè l'eloquenza delle cose, spoglia del fastidio della parola, domanda tutto lo sguardo. Grossi, noccuti, alti, furono fatti per sostenersi, ma anche più per difendersi dagli uomini, questi bastoni che tastarono così a lungo la superficie della terra. Essi si consunsero su di una «Via Crucis», dove tutto era disputato, dalla radice strappata alla terra con le unghie, agli stracci dei compagni caduti. L'esistenza era ad essi raccomandata e fu il continuo strofinio delle mani che diede loro quella patina lucida che soltanto l'essenza umana distillata dal tempo può dare. E allora da questi randelli che ormai s'ammucchiano e il cui picchio sul ponte divien quasi isocrono, si sviluppa come un'anima tetra: non pare più legno la loro materia... Avanti: la fila ha ora un afflusso press'a poco regolare, nel quale di quando in quando rallentamenti per corpi portati a braccia dai marinai, s'interpongono. Sulla candida coltre della calce un sentiero scuro si traccia, di fango, di stracci, di stille di sangue. Sembra che la nave galleggi in un inferno da cui sgorghino senza posa dannati per una ascendente via di liberazione. Ah! nell'anno di sventura 1916 è necessario ricorrere ai paragoni d'extra-mondo, perchè la storia degli uomini s'è tutta impallidita e non può più dar confronti... Avanti, «miei» popoli d'Asburgo; «miei» reggimenti, «miei» fedeli soldati...! povera putredine di sfacelo di razze. Tutta la nave ne è invasa: e l'orribile, veramente orribile tanfo di mezza morte che se ne sviluppa, dopo aver avvelenato ogni ambiente, s'infiltra nelle cose perchè nell'avvenire ne rimanga sempre. Guarda! Un bambino! Un bel bambino biondo, con dei grandi occhi scuri irrequieti, nei quali l'infantile smania «di guardare duramente come i grandi» si confonde con una punta irrefrenabile di sorriso che persiste anche qui. Nella fila abbiamo già scelti diversi interpreti: coloro che parlano lo strano italiano di Dalmazia mordicchiato da slavo: e non son pochi... — Chi sei? — Boris — risponde pronto il bambino, passandosi da un'ascella all'altra una magnifica pagnotta della — e non c'è dubbio — Reale Intendenza italiana. Boris! Nientemeno! È pulito, ben vestito, porta un bel berrettone nuovo, e ha, pare impossibile, scarpe. Qualche secondo di stupore: presto, perchè la fila putrida incalza... Vorrei chiedergli molte cose: ma l'anomalia della sua presenza è troppo forte; e non so da quale condensazione di idee mi vien ispirato di renderne proprio lui responsabile. — Perchè sei qua? — E son parole queste che traducono male il pensiero che tutti noi formuliamo internamente: — Piccolo! perchè non sei tra le braccia di tua madre? — Perchè — risponde Boris, mentre uno zoppo a cui un'orrenda ferita sul volto ha dato una fissa espressione di ghigno, lo incalza, — perchè ero tamburino della banda del reggimento. V'è un biondo teschio che dalla scala sospinge lo zoppo e lui. E il fanciullo si mette a correre verso prora nello spazio rimasto libero durante la sua fermata. Tutti lo seguiamo con lo sguardo mentre va a confondere la sua fresca innocenza nella ressa color terra e che stilla sangue... E la fila atroce continua... Non una parola; sempre l'inesprimibile silenzio che gravava ieri sulla Cosa, laggiù, sulla sabbia fatale: unico rumore, il fruscio sul ponte degli stracci che fasciano i piedi, ritmato dal colpo secco dei bastoni che cadono. È che la parola è dei vivi e questa massa contiene ancora in sè, sempre, ostinatamente, la morte. V. Il loro computo è fatto: son «circa 45 tonnellate», come dice il Direttore di macchina a proposito della maggiore immersione della nave. Ma siamo in dubbio se il peso medio assegnato ad ogni uomo sia giusto: quaranta o cinquanta chilogrammi? Teniamoci bassi; nessuno di noi sa quale sia il peso medio di uno scheletro. Ma è necessario troncare il dibattito. La nave è già piena nelle stive e nei ponti: tanto, che per noi di bordo non c'è altro rifugio che lo «spar-deck» e la plancia, dove alla lebbra è proibito salire. Dunque partiamo. Austria, al tuo destino! Con improvvisati steccati, con sentinelle, si riesce a mantener sgombri quei punti dove è necessario lasciar libero giuoco ai macchinari per la manovra. E visti dal palco di comando appariscono ben strani questi spazi vuoti, scavati nel fitto della massa umana!... — Pronti a prora? — Pronti. — Vira all'àncora. E la catena dell'àncora stride, come se l'argano le facesse male. Ma che cosa avviene?... Non so: non riesco a rendermene conto... Gli ufficiali che sono sulla plancia si guardano tra loro allibiti. Ma, per Bacco! che cosa avviene a prora? S'è levato da laggiù un urlo complesso e raccapricciante che costringe il nostromo ad alzar le braccia con un gesto quasi disperato per farci comprendere che l'àncora ha lasciato il fondo. Ogni rumore, ogni voce, sormonta questo urlo che non ha niente di umano. E contemporaneamente, come da un palco privilegiato per uno spettacolo di insorpassabile orrore, noi, pur essendo desti, assistiamo a qualchecosa che ricorderemo come un sogno delle nostre febbri. Signore! troppo tu ci punisci per averci creati... Laggiù è un monte di corpi improvvisamente impazziti, freneticamente stretti, avviticchiati, urlanti... e da principio non altro può distinguersi; ma nelle maree, nei risucchi della massa, compressa dai fianchi della nave, dalle palizzate e dai cannoni, si delineano come dei centri: centri di lotte forsennate combattute a morsi, a unghiate, a colpi bestiali. E poi, dove è possibile fissar la vista, particolari orrendi si precisano: una bocca incastrata in una gola, braccia che percuotono ripetutamente su teste bendate, con l'insistenza atroce dei colpi di becco del gallo che ha vinto, mani ficcate nei volti nella posizione d'afferrare un teschio, moncherini ritorti, dorsi denudati dai brandelli che li coprivano, teste scosse per i capelli, corpi orizzontali pestati come si pesta la vipera dopo il morso... Penetrare in quella massa è impossibile: non si districano i grovigli dei vermi o delle serpi. Invano le sentinelle ficcano qua e là i calci dei fucili e interpongono a leva le baionette: è inutile che graduati s'affannino a separare i gruppi rotolati al margine, come macigni di montagna in subbuglio tellurico... L'acqua! i getti d'acqua come ai pazzi furiosi! Su! Le pompe di lavaggio in moto! Acqua sui fomiti, come negli incendi. Acqua! rovistando nei meati di membra, sugli aggrovigliamenti più densi, su bende, su sangue, su tutto e a tutta forza... Infatti sei bianchi getti, resi miracolosi dal ghiaccio di febbraio, soffocano a poco a poco la bufera demoniaca e, come acqua santa, la spengono. Ritorna istantaneamente l'immobilità e il silenzio. Un ufficiale vien sulla plancia trafelato. — Ma dunque? — gli vien chiesto. — Si era cominciata la distribuzione dei ranci, Comandante... Ma ai primi pani dati... — E un suo gesto verso la massa completa la frase. Ho compreso. E subito viene elaborato un piano perchè la scena non si rinnovi. La distribuzione del pranzo verrà fatta fuori della massa, clandestinamente. I prigionieri verranno chiamati uno alla volta e ricevuto il loro cibo, non saranno più mescolati con gli altri. Marinai armati regoleranno il flusso: un ufficiale sorveglierà. Ogni volta si procederà così. Precauzioni come per pasti di belve... Ma il nutrire costoro è ben pericoloso, e non possiamo usare forcine di ferro, noi. — Le due macchine avanti! — A sinistra la barra! E il Ponente, che già soffiava forte, ora comincia a muggire tra i sartiami perchè la nave gli corre contro. L'arco di mare tra Capo Linguetta e l'isola di Saseno s'allarga, irto d'onde e di schiuma. E intanto cinque o sei corpi esanimi son portati giù. Ve n'è anche uno piccolo: Boris. Forse sarà inutile preparare le loro razioni... Ah! Noi siamo la generazione chiamata a scontar tutte le colpe della natura umana. La presente strage sarà punto d'arrivo della vecchia storia e di partenza della nuova: avvenimento unico come il diluvio universale, si chiamerà forse diluvio di sangue. Ma dalla sofferenza nostra dovrà nascere qualche cosa di migliore e di diverso: dal cataclisma che ci distrugge, razze sorgeranno che non somiglieranno a noi, perchè dal ribrezzo del ricordo nostro, dalla vista della terra ereditata da loro lorda di sangue e semidistrutta, noi saremo da loro maledetti. VI. Due radiotelegrammi: con uno ci vien segnalato un sommergibile nemico nei pressi di Capo Laki e diretto al sud verso di noi; con l'altro ci si dice che n'è stato visto un secondo poco lontano da Otranto e cioè dove noi saremo tra tre ore. Ci s'ingiunge di prendere le precauzioni del caso. Sta bene: quello di Capo Laki non ci potrà raggiungere; resta il pescecane d'Otranto e sarebbe ben strano essere silurati dagli austriaci con questo carico austriaco. Bah! In questa guerra, tutto è giuoco di «roulette». Noi siamo il rosso e sappiamo che intorno a noi c'è molto nero sotto mille forme; mezz'ora fa, sugli scogli di Capo Linguetta, c'è sfilato accanto un cadavere di cacciatorpediniere, sventrato, a cui venne «nero». Il suo Secondo, scampato a morte, è ora secondo comandante di bordo su questa nave. Tener ferma la posta sul «rosso» e avanti. Avanti: ma questo mare, la cui violenza apparisce, come sempre, illogica e sproporzionata alla piccola causa inconsistente del vento, ci flagella troppo. Bisogna liberare la coperta dall'ingombro di 45 tonnellate di prigionieri che formano massa passiva al rollìo e impigriscono la nave al colpo di mare. Dove li metteremo? Chi sa! Ahimè, checchè si dica non è sempre possibile rispondere di tutto. Credere a quelle maschere che si dichiarano onnipresenti e onnipotenti in tutte le contingenze della vita, è pura follia: c'è per tutti un ritardo di Blücher. Dove li metteremo? Ma giù: che, secondo scuola, s'«arrangino». E sieno ben chiusi su di loro i boccaporti perchè l'acqua, che si frange sul ponte e subbuglia, non invada le stive. Ecco: siamo finalmente soli e la coperta può liberamente sparire nelle montagne d'acqua che le s'accavallano sopra. Nulla alla nostra vista ci rammenta l'orribile carnaio chiuso sotto i nostri piedi e che ora per la sofferenza del mare deve certo fervere per un parrossismo di sudiciume. È scomparso nella tempesta anche lo scellerato tanfo che ci avvelenava il respiro. Ora s'ingoia vento con piacere: gli spruzzi gelati dell'acqua sul volto ci ribattezzano per una vita pura che avevamo dimenticata. Sommergibili? No. Oggi è giornata di «rosso». Un simile tempo non si addice alle loro gesta. Oggi se ne staranno accucciati in 25 metri di fondo a ruminar cadaveri nel ricordo, cosa che è fatta per rallegrare i loro onesti riposi... Potremo tutt'al più saltare su qualche mina strappata dalla tempesta e portata alla deriva. S'avvicina la notte, il mare è un nero inferno che urla: chi potrebbe vederla? * * * Cinque ufficiali bulgari, ottenuto il permesso, sono venuti stamane sullo «spar-deck» a godersi il mare ritornato amico — e cioè nemico — e la vista della costa calabrese, che l'incrociatore divora in rapida corsa. V'è a bordo circa un paio di centinaia dei loro soldati, e vennero insieme fatti prigionieri nei recenti scontri coi francesi, sulle ultime spanne di terra serba non ancora divorata dalla mascella austro-bulgaro-tedesca. Ricapitoliamo: bulgari, fatti prigionieri da francesi in terra serba e consegnati all'Italia; non è facile la giusta espressione geografica in questa forsennata strage di popoli. Ieri sera, per semplice principio di organizzazione, fu ordinato che i bulgari fossero separati dagli austriaci, il che vuol dire che vennero compressi, per necessità di cose, in una stiva unica, col vantaggio di maledir insieme il mondo in una lingua sola. Agli ufficiali delle due nazioni vennero assegnati camerini da ufficiale, come il regolamento prescrive; il loro pranzo fu quello degli ufficiali di bordo e venne loro servito nelle rispettive cabine, la cui porta una sentinella sorveglia. Proibizione assoluta di uscire senza permesso e proibizione al personale di bordo di avvicinarsi a loro e usar loro la minima cortesia. Occupato nell'osservar la costa, la vista dei cinque ufficiali m'entra di quando in quando nei limiti estremi ed indecisi del campo visivo, senza acquistar alcun rilievo. Son cinque alte stature intabarrate in color foglia secca e sormontate da berretti rotondi; una accanto all'altra, immobili. Ma ad un tratto m'avvedo che son tutti e cinque rivolti verso il casotto di rotta e che uno di loro s'avanza in direzione della scaletta della plancia in atto di chiamata. — Che c'è? — Peut-on oser vous déranger, monsieur le commandant? — Osez. — On vous demande la permission de vous parler. — Accordée. Je descends. Il messo corre a mettersi in fila coi colleghi: e tutti e cinque s'irrigidiscono d'una assoluta rigidità; poi con uno scatto perfettamente simultaneo alzano la mano al berretto e s'inchinano, rimanendo curvi in angolo di dorso uguale. Bene, Berlino! Su le schiene. — Che c'è? — chiede di nuovo l'interpellato. — Est-ce que monsieur le commandant parle l'allemand? — domanda un biondo messere che ha le mascelle quadre e porta gli occhiali a spranghetta. Ecco una domanda pregna d'inopportunità tedesca. — S'il vous plaît, nous ne parlerons allemand du tout... — Ah! oui, commandant — mormora l'uomo confondendosi. — Je comprends. — C'est heureux... E spiega in un francese comprensibilissimo che egli ha fatto tutti i suoi studi in Germania e che perciò la lingua estera che gli permette d'esprimersi meglio è la tedesca. Bene. Poi? Poi, il mondo è una miniera inesauribile di cose inaspettate. In una forma solenne che fa intravedere un cattedrante tedesco in gestione oratoria, egli ringrazia della gentile delicatezza loro usata nel separare loro e i loro uomini dagli austriaci... Guarda! Ma il genere umano è dunque davvero impazzito? — Oh! Vous ne savez pas, monsieur le commandant, quelle est notre douleur pour avoir été forcé à... E giù: la serena radiosità della mattina, il mare calmo, aprono la stura a confidenze impressionanti, nelle quali tutti s'uniscono. Ma non ne sono soltanto queste le cause: in una parentesi, uno narra qual è stata la loro commozione la sera prima, nel vedersi davanti ad un letto con lenzuola candide, in un ambiente illuminato a luce elettrica, dov'era pure un lavabo scintillante contornato da asciugamani immacolati... — Et puis le diner... les assiettes, les verres, monsieur le commandant... Vous n'avez pas l'idée de ce que tout cela peut signifier pour nous, qui dépuis longtemps n'avions plus l'habitude d'être considerés comme des hommes... Si deve a tutto questo lo strano impulso di costoro? Forse... e forse dicono la verità. La risposta è che a loro riguardo non è stato usato che il regolamento, semplicemente. — Oui, mais de nous avoir séparés des autrichiens... e c'est une initiative... — insistono ancora come su un motivo principale — ... nous écrirons tout cela à nos familles... — Oh oui, monsieur le commandant — intona colui che ha studiato a Berlino — la famille: cette chose dont le seul mot force les êtres humaines à la douceur; cette chose que le bon Dieu nous donne et dont Goethe... Basta, per carità. Congediamo Goethe e chiediamogli scusa se la nostra latinità, che si rivolta all'etica e all'estetica tedesca distillate in Bulgaria, sta per mettersi a ridere. Ecco: le cinque schiene si curvano: uno! — si raddrizzano in linea: due! — mano alla visiera: tre! — dietro front: quattro! — march: cinque! È fatto: non ancora; c'è un altro che aspettava di parlare a sua volta: il dottore di bordo. Quest'uomo vive nella melma umana da ieri: ha passato la notte a tagliare, a fasciare, a confortare, disinfettare, lavare, chiuso nel sepolcro avvelenato e squassato dal mare. Annuncia che abbiamo cinque moribondi: tre per esaurimento e due per... — Per? Dalla plancia odono: e lo dice a bassa voce. VII. La nave della sciagura è ferma sulla boa ed è avvolta da una nuvola di gabbiani che han trovato buon pasto intorno a lei. Siamo a Messina: una città di cui tutti al mondo conoscono la storia di dolore relativamente recente, non è vero? E poi le case sgranate, le macerie deserte, quelle colline rimaste nude come non fossero mai state abitate, le linee delle baracche, dovrebbero parlar chiaro nel loro linguaggio di distruzione. Ebbene: tutti questi europei che salgono in coperta ad uno ad uno e che indubbiamente rappresentano varie caste e varie colture, dalle buone alle infime, si stropicciano gli occhi, guardano la terra intorno, e ripetono invariabilmente la stessa parola: Napoli. Nessuno che si domandi dove sia il Vesuvio, dove sia sfumata Capri, che fine possa aver fatta Ischia: nomi conosciuti dovunque; niente: Napoli. E non è difficile pensino con gioia che è stata bombardata molto bene dalla squadra austriaca, questa Napoli che hanno sott'occhio tutta sventrata... E quando qualche marinaio napoletano stupefatto, s'irrita e dice loro «Messina!» appoggiando il nome con sonori appellativi dialettali non precisamente forbiti, essi lo guardano con diffidenza. Messina? Mai sentito. No, Napoli; e noi italiani siamo degli incor- reggibili burloni... L'orda è ritornata in coperta ed ora noi allaghiamo con acido fenico il sepolcreto da cui è uscita. Vampate nauseabonde si sprigionano dai boccaporti aperti, e non c'è più rifugio: bisogna respirarle e ripeterne la mortifera analisi ad ogni colpo di polmone. Ma oggi riserpeggia un po' di vita in questo immondo stracciume. L'acqua, la sicurezza d'un buon cibo, il riposo, il sapere che ogni lamento verrà raccolto, la sensazione animale di sentir rialzar la curva della propria esistenza, rimasta per mesi abbassata al livello della morte, è risurrezione rapida per questa carne disfatta. E negli occhi ravvivati si riaccende la fiamma della bestia tranquilla, con qualche sprizzo sinistro d'Austria.... VIII. Io non so come, se dalle sentinelle o dai graduati o dagl'interpreti, certo è che da qualcuno son già stati raccolti gli episodi della spaventevole marcia attraverso la Serbia e l'Albania. Non mi par verosimile quello che mi si racconta, perchè a tutto è un limite. — Signore! — mi dice un giovane sergente austriaco che interrogo: un istriano di Snegnevitza. — Se è vero? — E i suoi occhi si velano e la sua bocca si contrae... — Non so da dove cominciare... Si riceveva da principio un pane per settimana: poi più nulla. Erbe, radici, corteccie, tutto fu buono. Bisognava scavare nella neve con le mani per trovare qualche cosa. Si camminava, si camminava, seguendo gli altri su pei monti o lungo il letto dei torrenti. Ci fermavamo quando volevamo... Bastava buttarsi nella neve, fuori del branco. Ma non bisognava dormire perchè si era derubati subito degli abiti, dei pochi danari, di tutto, da bande di prigionieri stessi, pronti a uccidere a bastonate se si resisteva. E quando si rimaneva nudi si moriva. A meno che... — A meno che... — ... uno non si riunisse a una banda e andasse ad accoppare i caduti, per vestirsi di nuovo. Ma vede, signor comandante, questo derivava da una legge matematica... — Cioè? — Le scarpe. Sì. Nessuno aveva più scarpe dopo pochi giorni di marcia. Ora per camminare ancora, occorreva fasciarsi i piedi. Dove prendere il panno se non nella massa stessa? Dapprima si spogliavano i morti... ma non sempre si poteva aspettare... Allora o si «affrettava» la morte, o appena uno cadeva gli altri gli si precipitavano sopra... Ecco perchè noi che siamo arrivati, avevamo tutti i piedi fasciati... Comprende? E poi questi stracci dovettero esser rinnovati molte volte... Lei comprende bene? E questa insistenza nel domandarmi se io comprenda, dev'essere giustificata dall'espressione mia che deve in questo momento far dubitare della mia ragione. — Il terribile erano i crepacci nella neve. Non bisognava mai essere i primi a passare. Tenendosi in coda, invece, si passava benissimo. — E come? — Sì, sui caduti... Sa, a scendere riuscivano tutti, ma quando si trattava di risalire su pareti ripide di fango ghiacciato, facevano troppi sforzi e ricadevano giù: naturalmente per sempre. Bisognava avere un poco di pazienza ed aspettare, ma poi si passava... Fu un colonnello a darmi questo consiglio e me ne trovai bene. Mi vidi un giorno camminare accanto questo colonnello quasi nudo e stentai molto a riconoscerlo dal berretto: aveva calzoni ridotti come questi miei e una bisaccia da soldato a tracolla, piena di erbe e corteccie: nient'altro. Sa, lui non poteva servirsi del bastone come gli altri, e allora io gli «procurai» un cappotto. Così mi diede il consiglio di cui le parlai e non ho avuto a pentirmene... Ma, scusi, il signor comandante mi segue? — Seguo. — Dunque con buoni muscoli, un robusto bastone e un po' di furberia uno poteva ancora cavarsela. Per esempio, non v'era pericolo di perdere di vista la colonna in marcia: bastava guardare a mezzo cielo... — Ma questo sciagurato vaneggia! — io penso guardandolo fisso. — ... dov'erano nubi di corvi... E avanti e dietro se ne vedevano a perdita di vista. Così non si sbagliava mai. Ma una cosa a cui non si poteva rimediare era la fame. Corteccie e neve, a lungo fanno male... E io non mi sono mai potuto adattare a quello che ho visto fare a qualcuno, impazzito dalla fame... Meglio addirittura buttarsi a terra per sempre... E che diamine! ma questo non glielo dico, non glie lo posso dire... E poi — dice in tedesco come parlando a sè stesso — è proprio da pazzi mangiare dalla bocca... — Dio! — ... dei colerosi caduti... Basta, cristiano, in nome del nostro Dio comune, in nome delle due donne che soffersero in ugual modo per metterci a «questo» mondo! Tu, purificato da un inferno più atroce di quello che da bambini ci terrorizzava, non sei più mio nemico: noi italiani che abbiamo la tua vita in mano per un minimo tuo segno di rivolta, in questo momento non potremmo ordinare la tua morte. Ah! Possa esser questo che tu hai sofferto, l'Inferno di coloro che ti ci spinsero vivo! IX. Notizie macabre abbiamo raccolto a Messina sul passaggio dei quattro transatlantici che ci hanno preceduto nella stessa nostra «Via Crucis». Il colèra, rimasto solo a uccidere, s'è sentito il tiranno di bordo e come se le povere orde raccoltevi fossero condannate, o in battaglia, o in marcia, o in riposo, sempre e dovunque a dare ogni giorno una stessa cifra di vittime, ha stabilito quante centinaia gliene occorressero per mantener la cifra costante; e le ha volute. Tutto il ferro disponibile di bordo venne usato per assicurare a ciascuna vittima la discesa negli abissi, dove il furore dell'uomo non poteva più raggiungerla. Ma poi il ferro finì e... * * * ... e ora che la mia nave è in pieno mare, può facilmente rintracciare sull'acqua il cammino delle altre. Quando sulle creste delle onde si vede la spuma frangersi su una chiazza scura, non ci si bada più, si sa già che cosa è. Invece dei corvi d'Albania, i gabbiani del Tirreno: ma son sempre le stesse scorie gettate dalla Cosa sulla terra e sull'acqua, ovunque essa passi. Stamane tocca a noi gettarne via. È stato ordinato agli ufficiali prigionieri di assistere alla cerimonia e ho letto nei loro occhi la sorpresa che venisse data una benchè minima importanza ad avvenimenti così comuni...: e si trattava di soldati loro, di gente della loro terra affidati a loro. Alla smorta luce dell'alba, biancheggia a poppa la calce che questa notte è stata versata a secchi sul ponte: ma la rugiada l'ha di nuovo qua e là disciolta e vi si sdrucciola facilmente. Allora bisogna camminare guardinghi per non sdrucciolare su certe masse fasciate di grossa tela e cosparse anch'esse di calce, che giacciono allineate una accanto all'altra e traballano per il sussulto delle eliche. Silenzio! C'è qualcuno laggiù a prora che inconsapevole canta... Un segno convenuto alla plancia e le macchine si fermano. E ora il mare solo intona un suo inno lene intorno a noi, mentre l'organo del vento l'accompagna con poche note ferme e basse. — Io son la pace — dice, con eterne parole... Un gruppo di sei marinai interroga il comandante con lo sguardo. Per risposta questi si toglie il berretto e gli ufficiali delle varie nazioni imitano il gesto. Ah! come disperatamente s'avvinghia il primo sacco alla ringhiera di questa nave! Poi il gran tonfo, la scomparsa, la ricomparsa per estremo addio e lo svanire biancheggiando nell'infinito azzurro. Un altro tonfo... un altro... Poi un intervallo, perchè il quarto sacco s'è piegato ad angolo contro la murata e il peso di ferro vi s'impiglia: non cede, bisogna scuoterlo quasi brutalmente, questo sacco, come in lotta, e nel cadere solleva alti spruzzi che ci vengono addosso. Giù ancora... È finito; avanti le macchine! Uomo, che sei? — «Merci» — mormorano gli ufficiali. E alcuni gabbiani piombati sull'acqua, ritornano ad alzarsi, delusi, gridando. X. L'Asinara non ci ha voluti. In questo apocalittico anno 1916, cataclismi d'uomini e di elementi si succedono come se il mondo s'avviasse alla fine. Noi sentiamo che qualche cosa nella terra è veramente peggiorato perchè tutto ciò che avviene è senza precedenti: la storia è inutile e il suo libro può chiudersi. Così è senza precedenti la terribile bufera che imperversa sulla Sardegna da tre giorni e che non permette più a nessuno la navigazione nel canale di S. Bonifacio. Siamo perciò ridossati nel golfo degli Aranci, che è tutto un muggito di vento. Mai a memoria d'uomo — ci urla un vecchio pescatore passandoci vicino col suo battello fuggente nella schiuma sconvolta dalle raffiche — si vide una simile cosa. Son venuti in terra i demoni! E siccome oltre l'impossibilità di avvicinarsi a noi per il furore del tempo, al trinchetto della nostra nave scudiscia al vento la triste bandiera gialla dei contagi, noi siamo abbandonati da tutti e giacciamo isolati nel fondo d'una insenatura, dove tra le raffiche, i demoni urlanti si sono dati convegno e trasvolano invisibili nel nostro sartiame, sghignazzando. I ponti sono sgombri. E io so che nella continua, pestifera chiusura, ora, riacquistate le forze, la massa fermenta. Questa notte una rissa feroce è scoppiata improvvisamente tra bulgari e austriaci, giù, nell'oscurità delle stive. I fucili spianati, pronti a far fuoco, han ricondotto la calma: una calma piena di lamenti verso prora e verso poppa: i due campi. E oggi pare che serpeggi qualche cosa tra gli austriaci. Strani crocchi s'appartano per parlare a bassa voce... qualche gesto indica le sentinelle: misteriosi messi, con varie scuse, si recano tra i bulgari bisbigliando qua e là: e agli ordini dei graduati di bordo s'è avuto qualche caso di resistenza. Chiedono più acqua; non vogliono più la carne in scatola; e acqua non ce n'è quasi più a bordo per nessuno: la carne in scatola è ciò che usiamo tutti noi, perchè i viveri freschi son finiti ed è impossibile procurarsene, visto che siamo ripudiati dalla terra. Alzano troppo la voce, costoro, e il loro sguardo è torvo... Noi non siamo che centocinquanta di fronte a varie centinaia d'esasperati. Allora non bisogna esitar più. E mentre il vento urla al di fuori e la nave sussulta per le raffiche, il comandante e gli ufficiali, penetrati nel sepolcreto, coi piedi immersi in una poltiglia indescrivibile, stabiliscono ripartizioni, fanno scelte, prescrivono isolamenti e chiusure. Poi un breve discorso a tutti i graduati prigionieri messi in riga, reso efficace dalle armi prontissime. D'interpreti non c'è bisogno. E non si ha nessun seguito. La Cosa ragiona così. * * * Siamo giunti all'Asinara con un mare orribile che non s'è placato nemmeno per altri due sacchi cosparsi di calce che gli abbiamo gettati in pasto stamane. Troppi ne ha avuti in questi giorni: e ha ingoiati i nostri due con ingorghi indifferenti, quasi senza schiuma. L'isola della morte è qui, invasa da raggruppamenti di centinaia di tende e di baracche piene d'Austria, dai quali s'alzano come dei pacifici fumi serali di villaggio, e che invece sono fumi macabri. È il tramonto. Il disco rosso del sole sembra soffermarsi sulla cresta d'una collina per dar ancora uno sguardo alla povera umanità brulicante su per le balze e divenuta irriconoscibile. L'ultimo suo raggio obliquo colpisce la nave mia come un proiettore gigante che indaghi in uno scafo appena giunto e mai visto. Ecco: s'è persuaso che anche noi siamo carichi dell'ordinario carico di morte: e allora il raggio si riempie di violetto, impallidisce, s'alza nel cielo e si spegne. Qua sotto il bordo sono i pontoni che accolgono quanto noi raccogliemmo a Valona. La fiumana color terra s'è stabilita e «procede rapida» giù per la scala, mentre dai boccaporti spalancati si diffonde nell'aria il veleno degli antri da cui sgorga. Per lungo tempo subisco lo sfioramento di tutti gli sguardi che mi passano davanti ad uno ad uno, e che son tutti pieni di un'espressione identica: la gioia della sicurezza dell'io, mista a un poco di perplessità sull'avvenire e soverchiate entrambe dal niente di un fatalismo abitudinario. Nulla per tutto il resto: nel loro sguardo non c'è posto per altro. Un solo volto s'irradia di sorriso: queldel piccolo tamburino del reggimento, che non serba alcuna traccia del trambusto dei famelici dal quale fu travolto: Boris. Passa: e staccando le sillabe dice: — A ri-fe-ter-ci e cra-tzie. È l'unico che abbia parlato nel lasciar la nave. Gli ufficiali invece hanno parlato un po' troppo: informeranno... scriveranno... «Merci»... riconoscenza... «oublié la guerre... quand la paix viendra, nous...». Ma alla fine del discorso non segue — e non deve seguire — alcuna stretta di mano. Un saluto rigido di qua: l'inchino ad angolo, di là: «Bonne chance!». — Presto che è notte! — gridano dai pontoni i carabinieri di scorta, mentre con una matita segnano su liste che hanno in mano, decine e centinaia, come i muratori contano i mattoni. — Sergente, come si fa? — chiede uno di loro con una voce piena d'apprensione e riferendosi alla cifra da noi telegrafata alla partenza. — Ne mancano diversi! Il conto non torna! Vien tranquillizzato con un rapido gesto a croce del pollice a mezz'aria. — Pronti? — Pronti. Cala la sera. Dalla terra giungono zaffate d'acido fenico portate dalle prime brezze partorite dalle colline e nelle quali s'interpone come il ricordo d'una vita pura che non ci appartiene più; l'odore del lentischio; l'alito fresco e sano della Sardegna. Laggiù, qualche lume s'accende: altri ne sorgono in fretta e palpitano lungo bizzarre linee geometriche suggerendo un'immediata immagine lugubre: viali di enormi cimiteri. Ecco: i pontoni si discostano dalla nave e la nostra spaventevole missione è finita. Ad uno ad uno l'ombra li ingoia, seguìti dal nostro sguardo silenzioso... Ma ogni riflessione nostra è ad un tratto bruscamente interrotta da un grido che viene... da dove viene? dall'ultimo pontone? Forse. Ma questo è l'anno delle cose incredibili. È proprio una voce che proviene dalla cupa distesa del mare: una voce nemica; e chiara, netta, ci investe lo spirito con una forza tale che ne proviamo un brivido... Io non so, nè saprò mai, chi della confusa massa di uomini che la notte ingoia, ha saputo in questo momento elevarsi al disopra della propria sciagura, più su della marea di sangue che sommerge l'Europa, e lanciare il suo augurio di vita: di vita all'Italia. Io non so chi e quanti sieno coloro che ora dai pontoni che corrono verso le lugubri luci della terra, ripetono insieme il grido augurale... ma debbo a questi ignoti martiri un attimo di coscienza nuova e radiosa: debbo a loro se ho potuto per un istante pensare che l'uomo, no, non è la più scellerata, la più abbietta delle cose create: quella che porta in sè il germe del male, e che per nefasta prerogativa può anche ragionare il male che sparge intorno a sè, aumentarne le dosi con l'aiuto della scienza, mascherarlo come vuole con l'aiuto della morale... È in grazia loro che io posso ora provare in me l'intrinseca gioia di sentirmi un essere animato da uno spirito che può inorgoglire e sentire in sè la grandezza dominatrice della propria Patria, che s'eleva, luce eterna, al disopra d'ogni lutto, d'ogni scempio, d'ogni inimicizia, d'ogni odio. Sono questi sconosciuti nemici che, affascinati, l'acclamano. E mentre le colline dell'Isola della Morte s'arrossano delle fiammate macabre che bruciano la lebbra degli uomini, io vedo che più in alto, nel cielo, là dove i fiotti di fumo nero non potranno giungere mai, brillano le prime stelle, purissimamente. UNA NOTTE DI NATALE. (LA FESTA). I. Nel silenzio delle motrici ferme, il comandante ha mormorato «Basta» distogliendo l'occhio dal periscopio e accennando col capo una mossa di stanchezza. E lentamente è venuto giù dalla scaletta verticale di ferro, aggrappandosi ai «tarozzi» con movenze di grosso quadrumane infagottato. Nella camera di manovra del sommergibile dove siamo già in quattro, egli col suo cappotto impermeabile ci apparisce enorme e tutti ci stringiamo alle file orizzontali delle colonnette degli accumulatori d'aria, per dargli posto mentre se lo toglie di dosso. Che c'è? Non può? Infatti le sue braccia tentano più volte invano di sollevarsi e liberarsi dalle maniche, come trattenute da una strana paralisi. Bisogna che l'uomo destinato al «pianoforte» — così è chiamato sui sommergibili il complesso delle file multiple delle valvole d'aria, raccolte press'a poco in un rettangolo dove spesso scorrono, come su tastiera, le mani del manovratore — si levi, si raddrizzi e l'aiuti. — Perchè? Per un incidente di qualche giorno prima..., come mi dice il comandante stesso con un accenno di sorriso... Già: davanti a Cattaro, un cacciatorpediniere austriaco aveva scoperto il sommergibile e gli si era precipitato addosso. Bisognò immergersi più che in fretta per non essere sventrati. E nella rapidità della manovra il timoniere del timone orizzontale diede troppa barra, sì che il sommergibile inclinò troppo la prua verso gli abissi e dagli accumulatori rovesciati si sprigionarono i vapori mortali del cloro. Tornar su, la morte: bisognò restar per un'ora immersi in venticinque metri respirando cloro... E si sa, si ebbe qua e là tra l'equipaggio qualche infiammazione bronco-polmonare, qualche bassa emissione sanguigna... — Ma... peuh! roba da poco — conchiude il comandante — e a me è restata questa curiosa «storia» delle braccia che non riesco più a sollevare... Silenzio. Non si ode che un tenue gorgoglio d'acqua di là da queste pareti intricate di metalli lucidi, che par venire dall'alto, da molto lontano ed ha risonanze da caverna. È il mare: la terribile cosa che avviluppa la nostra esistenza, che grava sul poco ferro che ci separa da lui e che pure ci sembra estraneo, indifferente, non meritevole del minimo pensiero. Noi pensiamo soltanto che ne abbiamo per circa cinque metri al disopra di noi perchè ce lo dice il manometro: e che sotto ce n'è un abisso perchè ce lo dice l'abitudine. Di noi, della nostra vita non emerge nel mondo dove gli altri uomini vivono, che un tratto di periscopio, un piccolo tubo che raccoglie un poco dell'ultima luce d'un giorno che non ci appartiene più e ce la porta quaggiù, raccolta in una larga lente — il panoramico — che è in mezzo a noi e che tutti per istinto di animali da luce fissiamo. Ora essa è quasi buia. Il diametro che rappresenta l'orizzonte, evanescente in un fondo violetto, mostra ancora un po' di rosso là dove, lassù, il sole è sparito. — Basta per oggi! — ripete il comandante — e poi non c'è nulla: il solito deserto... È vero: è la terribile impressione di questa guerra: il mare ridivenuto deserto, come ai primi tempi della creazione; e come allora, popolato da enormi mostri soltanto: noi, noi sommergibili, avanti ai quali ogni altra vita marittima anteriore sembra essersi ritratta rabbrividendo. Il gorgoglio del'acqua s'è spento. Ed ora i nostri respiri ritmano un silenzio che è divenuto profondissimo. Verso prora e verso poppa, attraverso le porte stagne aperte, due lunghe prospettive di ambienti bianchi, pieni di cose metalliche brillanti, violentemente illuminati da file di lampade elettriche, si distendono. Come per un giuoco di opposti specchi, uno sembra ripetere l'altro indefinitamente: e non so perchè la loro vista susciti nel pensiero l'immagine di piccole cappelle ardenti scavate per capriccio in una materia immensa e sconosciuta, nelle quali tutte le fiamme sieno state accese nell'attesa di una misteriosa funzione, che tra breve avrà inizio. Nessuno che vi si muova: nulla che rompa la densità di questo intraducibile silenzio di tomba. I ventitrè uomini che vi abitano sembrano aver fatto corpo con la cosa e avere assunte le funzioni di organi suoi, fatti di una materia chiamata carne, invece che di metallo. E che essi abbiano un nome che li distingue uno dall'altro come gli uomini della terra, e che esistano in scaffali sparsi lassù in qualche parte del globo, alcuni «stati civili» che dicono come essi son nati, quando, e da chi, è un'idea che quaggiù fa sorridere. Dove son nati? Ma... press'a poco qui, a mezz'acqua dell'immenso mare... Come? Ma come nei miti... da misteriosi accoppiamenti di ibride creature somiglianti agli uomini che si inseguivano nuotando negli abissi dove la luce non giunge. — Quando? Chi sa: da poco o da moltissimo... e forse noi non li conoscevamo perchè il mare ce li aveva sempre tenuti nascosti, per rivelarceli solo nel giorno della massima strage mondiale... Questa. II. Ma son creature diverse dagli altri uomini, non c'è dubbio. Parlano a voce bassa scandendo le sillabe e senza sorridere mai: per nutrirsi riscaldano poco cibo su fornelli elettrici e non bevono che acqua quasi sempre tiepida. Respirano un composto formato da gas deleteri e da miasmi compressi dove entra tutto, dall'odore della traspirazione a quello della nafta e della cucina, e che essi chiamano «aria» perchè lassù ciò che si respira si chiama così. Qualche volta dormono; e allora il loro sonno è fatto di trepidazioni e sobbalzi, di aspirazioni acri e di temperature da forno. Se sognano, il loro sogno costante è lo scoppio di uno dei loro siluri contro una grande nave austriaca sorpresa dal periscopio... Prodigiosamente sonoro, lo scafo dov'essi vivono, per la perfetta trasmissione acustica dell'acqua, raccoglie ogni minimo rumore dentro un vastissimo raggio e può ripetere i palpiti di eliche lontanissime, riprodurre l'esplosione di torpedini e siluri avvenuti chi sa dove...: ed essi hanno uno speciale udito per distinguere le varie voci del mare assorbite dal ferro dentro cui vivono, e non s'ingannano mai: — Passa un cacciatorpediniere... Un motoscafo c'è vicino... Viene, lassù, una grande nave... To!! Un battello a remi!... La loro vista è fatta per i quadranti indicatori, per il bianco lucido della vernice e per la luce elettrica: essa s'è come inaridita: qualche cosa le manca: qualche cosa che essa cerca continuamente. Ecco perchè il loro sguardo è dilatato come quello dei minatori che sogna il verde dei prati e quello di alcuni santi dell'arte italiana quattrocentesca che cerca l'azzurro paradisiaco d'un più alto cielo. Ma il fatto che più li fa differire dagli altri uomini, è questo: essi non hanno nervi. L'abitudine ai più spaventosi pericoli ha portato le loro sensazioni a un livello uniforme e inalterabile: tutto può essere morte per loro: ogni incidente può tradursi in suprema catastrofe: si urti in una cima, o in uno scoglio, si sconnetta appena una chiodatura o per svista del timoniere si tocchi il fondo, si impigli comunque un'elica o si dia in una rete, tutto, intaccatura, avaria di un organo, bomba, colpo di cannone, torpedine, è la fine, inesorabile fine sulla quale l'immaginazione non osa soffermarsi perchè troppo altamente atroce. No: se non fossero diversi, essi dovrebbero già non altro essere che poveri pazzi... III. Invece ragionano, questi strani esseri dei sommergibili, e con una pacatezza di mente che sembra affilata e portata a lucido come nei sogni prodotti da alcuni narcotici. — Sa che cosa faremo? — mi dice il comandante, mentre si china sulla carta dell'Adriatico, fissata su una tavola a destra della camera di manovra. — Passeremo la notte sul fondo. Vede? Qui. «Qui» è un quadratino tracciato con la matita a circa cinque miglia dalla costa austriaca. — Altri ve ne sono un po' più su e un po' più giù, disseminati regolarmente lungo il litorale nemico. — E questi? — gli domando. — Colleghi: il dormitorio dei colleghi... Ciascuno ha il suo posto fisso, abbastanza lontano dall'altro perchè non avvengano gomitate... — Il mio posto — prosegue, dopo un accenno di sorriso — è decisamente buono: trentacinque metri di fondo e sabbia mista a fango: ci si sta benissimo. Ecco qui, guardi... Sicuro: trentacinque metri d'acqua sul capo, dice la carta, e sabbia e fango: ci si deve star benissimo. — Noi siamo press'a poco sul quadratino K... Del resto, se avessi sbagliata la mia posizione di uno o due miglia... poco male. Il fondo è quasi uniforme e potrei cadere tutto al più in 40 metri. E adesso, andiamo!... Certo, 5 metri più, 5 metri meno... Strano! Al verbo «andare» siamo abituati a dare, sulla terra, un significato orizzontale o tutt'al più non molto inclinato. Ora questo «andiamo» che significa precipitare verticalmente in giù, verso gli abissi, capovolge un po' la mia mentalità non ancora troppo subacquea, e... Ma non è questa la sola cosa strana qui... Ecco l'ufficiale in 2ª: un giovanissimo sottotenente di vascello, che conserva ancora nello sguardo un po' di terra, parlare anche lui un suo linguaggio difficile, dopo l'«andiamo» del suo superiore. — Duecentoquaranta in meno per l'equipaggio, comandante — dice. — Già: i quattro malati. Dia pure duecentoquaranta. E prima che io possa chiedere di che si tratti, attraverso una valvola che m'è vicina, fruscia improvvisamente qualche cosa che sviluppa a poco a poco come una nota musicale. È una delle tante bocche del sommergibile che s'è messa a bere: e in un solo sorso che dura pochissimo, ingurgita 240 litri d'acqua, per compensare — mi spiega il sottotenente di vascello — il peso di quattro uomini calcolati a 60 Kg. l'uno e sbarcati all'ospedale di... prima della partenza. — Se no il «battello» è leggiero, tende a salire. Ecco: ora va bene... Un colpo secco taglia la nota musicale. La bocca ha finito di bere: e nessuno parla più. Qualche viso laggiù nella prospettiva di cappelle ardenti si volge verso la camera di manovra con la tranquilla curiosità degli oziosi. — Poi nulla si muove più. — Tutta la massa del sommergibile, uomini e cose, sembra gravata da un peso maggiore e terribile, ora che l'ultima piccola tendenza al galleggiamento, l'ultima piccola spinta verso l'alto è annullata tutta. Ci sentiamo un «grave» e la parola richiama insopportabilmente le leggi della caduta irrefrenabile dei gravi che i maestri c'insegnavano nei corsi di fisica. Siamo dunque un grave in equilibrio indifferente, pronti cioè ad ascendere o a discendere se un minimo peso d'acqua venga tolto o aggiunto: natante o macigno: pronti a ritornare alla luce e alla vita, o a calare indifferentemente alla morte. Ecco un'indifferenza che risponde poco alla parola. Ma che dura poco: la decisione è di andare in giù. — Apri al centro! — ordina infatti il comandante. E un'altra bocca ubbidiente si mette subito a bere per riempire un piccolo stomaco di ferro che dev'essere vicino a noi, tanto se ne odono chiari gl'ingurgiti avidi. Tutti gli occhi si fissano sul quadrante di un grande manometro, la cui importanza è resa dalle dimensioni manifesta su tutti gli altri piccoli manometri disseminati qua e là tra i rami di metallo, come fiori bianchi, stranamente piatti, rotondi e senza petali. È lui che dice in metri a che punto dell'abisso siamo, partendo dallo zero della superficie. La lancetta è ancora fissa su cinque metri: ecco che sussulta e si muove... che sale... — Chiudi! — dice il comandante, il cui occhio è divenuto attentissimo. — Bisogna dar poco peso per non arrivare a toccare il fondo con troppa velocità — mormora a me che gli son vicino. — Sei... sette... otto... nove... dieci... Sento la voce di un graduato precisare in metri i gradini della nostra discesa. Le sillabe si distaccano nette in un silenzio che par quasi condensarsi in materia, tant'è opprimente e assoluto. Si ha solo il sentimento che qualche cosa dell'immenso mare stringa, stringa, stringa come in una mano enorme, il corpo del sommergibile e che qualche cosa che prema di più s'addensi nella chiusa aria intorno a noi. — ... Quindici... sedici... dieciassette... dieciotto... Come si sente lontana la terra, e tutte le sue cose! . . . . . . . C'era una volta una raccolta d'uomini che viveva lassù e che s'occupava d'odio, d'amore e di morte, e alla quale forse appartenemmo anche noi. Ma per sconosciuta ragione essa sparì e restammo noi soli... — Venti... ventuno... ventidue... ... che fuggimmo racchiusi in questa scatola di ferro nella quale, ultimi della razza feroce, forse morremo. Sparì lasciando fiamme e rovine sul povero pianeta dove essa aveva per millenni vissuto: sicchè nulla portammo con noi quaggiù che ad essa appartenne:... — Venticinque... ventisei... ventisette... ventotto ventinove... ... ed anche il ricordo di tutto che fu vita ora si dilegua. Finite le passioni! Noi siamo in un punto del creato dove nessuno passò mai e scendiamo sempre più giù verso l'epidermide della terra, vergine dalla creazione dei mondi, mentre infinite porte d'acqua si chiudono su di noi. — ... Trenta... trentuno... trentadue... Trentadue metri: è già l'altezza di una collina: avremo «dentro» di noi la forza di risalirla? Chi sa? Chi sa quali viventi organismi del mare fuggono terrificati al nostro calare tra loro; chi sa su quali rami di mostruosa flora noi ora strisciamo! Quali braccia verdi e quali tentacoli bianchi ci palpano? — Trentatrè... trentaquattro... Che siamo più noi? Uomini o cose? Cose: avviluppate tutte da una grande pace e distaccate per sempre da ogni cura d'esistere. Uomini no; chè siamo ritornati materia prima, con l'anima ridivenuta embrione: per una progressione a rovescio, crisalidi d'uomo... Scendiamo più giù e ritroveremo in noi i nostri rispettivi germi: più giù ancora, e certo svaniremo nella matrice del mondo... — Trentacinque... trentasei... trentasei... — Trentasei — ripete il graduato con un punto fermo nella voce. Non la minima scossa, non il minimo rumore, eppure io posso leggere in tutti gli occhi che non scendiamo più, che il grosso bozzolo nel quale siam vivi s'è coricato sul fondo. La lancetta del manometro s'è fissata e ci dice che l'acqua intorno a noi ci rinserra nella sua stretta con una pressione più forte che tre atmosfere e mezza. . . . . . . . — Bene: — dice il comandante, — e ora diamo un buon pugno alla bestia perchè non si muova più... Se no, si divertirebbe ad andarsene a zonzo con la corrente, strofinando il ventre sul fondo. Dare 200... Di nuovo il fruscìo e l'ingurgito dentro gole di metallo... Silenzio. Duecento litri d'acqua son dati per forza al mostro perchè il suo ventre s'aggravi e stia quieto. Ed eccoci calcati nella sabbia... o nel limo, o nel fango o tra ciuffi d'alghe... forse vicini ad avanzi di naufragi... Chi sa? IV. Le otto pomeridiane: le otto degli uomini che uno dei loro orologi segna quaggiù. Per noi ogni ora è luce elettrica: e la corsa del sole, le differenze di temperatura sono abolite. Il tempo non produce altre manifestazioni sensibili che l'addensarsi e l'inspessirsi dell'aria che noi respiriamo. Quando intorno alle tempie una benda invisibile si stringe, e raddoppia, triplica i suoi giri, quando il respiro si cambia a poco a poco in ànsito, quando sui volti si distende come una patina livida, allora molto tempo è passato perchè molta anidride carbonica s'è prodotta. Allora, sotto l'influenza del veleno, gli uomini cadono a poco a poco in una cupa malinconia che non ha niente a che fare col loro carattere. Bisogna far circolare questa poltiglia gazosa — che pure entra ancora nei polmoni — attraverso masse di ossido di calce che assorbe il veleno e lo fissa: e poi bisogna far sgorgare ossigeno da appositi serbatoi. Ed ecco prodursi un prodigio: i volti ridiventano ilari e i movimenti, vivaci: erompe dagli occhi una gioia sovrannaturale di vivere... Ma è chimica, pura chimica. Gioia e tristezza in formule... E il tempo è calcolato così... * * * Stasera abbiamo ancora da respirare l'aria di sette o ott'ore fa che prendemmo in pieno Adriatico, quando giunti al nostro posto di agguato cessammo di navigare emersi come un'ordinaria torpediniera. Essa è pura tuttavia, salvo il fondo persistente e grave della nafta. — Ma da prora, da una delle cappelle ardenti comincia a giungere a zaffate l'acre odore di grassi da cucina. Ahimè!: bisogna ben nutrirsi anche quaggiù e subirne tutte le conseguenze. Ed è una gamma di emanazioni, ora confusa, ora distinta nei suoi componenti e che ha rigurgiti, soste e riprese: sinistra sinfonia dell'olfatto nella quale la persistente nota della nafta impera tra i «crescendo», nei duetti, nei terzetti, nei cori, sempre. Sulla sinistra della camera di manovra, riparati da una cortina rossa, son due tavoli sulla stessa linea ed uguali. Un lungo divano, che può essere cambiato in due cuccette, si addossa alla murata del sommergibile e serve di sedile. Di qua e di là, verso prua e verso poppa, due piccoli armadi danno forma rettangolare al ristretto ambiente, formandone le pareti corte. E qui un marinaio, dal volto di asceta novizio, prepara il nostro pranzo. Attraverso la stretta porta, tra aggrovigliamenti di metalli che sembrano viscere dilaniate e pendenti, egli passa e ripassa svelto, agile e silenzioso. Si chiama Vismara e sulla terra nacque a Milano. Il suo nome risuona spesso tra le cappelle di prora, di una delle quali dev'essere l'anima: infatti è lui che presiede ai servizi di mensa. I trentasei metri d'acqua che sovrastano a questo Vismara non premono affatto sul suo cervello di sano animale giovane e non ottenebrano la sua chiara visione di posate e stoviglie che egli maneggia con elegante disinvoltura. E siccome tutto richiama Verne quaggiù, non so perchè mi sembra d'averlo già visto nelle vignette che raffigurano i pranzi del Capitano Nemo, ma con l'aggiunta di due fedine e di un paio di grossi stivali, che egli non ha. — È fidanzato — mi dice il comandante, che si avvede che io esamino il suo uomo. Fidanzato! Ecco una parola che m'apparisce spropositata davvero sul fondo dell'alto Adriatico. — Lei si sorprende? Lo sono anch'io, e lo è pure il mio Secondo... È una malattia di questo sommergibile — prosegue ridendo: ma è un attimo di sorriso, repentinamente troncato da una contrazione cupa del volto. Il suo Secondo, il giovanissimo sottotenente di vascello, non ha sorriso affatto, e s'è passata una mano sulla fronte. Dovrei rallegrarmi con loro? Eh, non mi pare. I legami spirituali di questi fidanzamenti mi sembra percorrano una ben incerto cammino, da qui alle varie città d'Italia... Meglio tacere... — Del resto — prosegue il comandante a bassa voce per non essere troppo udito — qui a bordo in questioni matrimoniali abbiamo alcuni casi interessanti, se non molto allegri. C'è un certo Ricci, capo-silurista, che ha sposato una settimana fa in tre giorni di licenza, compreso il viaggio, tra una crociera e l'altra... e cioè tra un'immersione e l'altra... Da fidanzato, pochi giorni or sono, poco mancò non colasse a picco quando quel tale cacciatorpediniere austriaco di cui le ho parlato ci corse addosso per investirci. Questa che facciamo ora, è la sua prima crociera da marito... e speriamo bene. Ce n'è un altro, poi, Pagano, un silurista, richiamato in servizio per la guerra, che è vedovo da pochi giorni ed ha tre bimbi rimasti quasi soli a Sorrento. Avrei potuto sbarcarlo, ma egli mi pregò di non farlo, perchè qui sul sommergibile ha una più alta paga... e può mandar qualche cosa di più ai suoi piccini. Un altro corto silenzio. — Bah! Noi giuochiamo a carte — dice il comandante come chiusa di un suo ragionamento interno e con la sua voce pacata e velata da uomo sommergibile. — E se oggi venisse a qualcuno la bizzarra idea di modernizzare il conosciuto simbolo della fortuna, dovrebbe prendere quella tale donnina bendata e farla arrampicare sull'estremità di un periscopio, glielo assicuro io! Ah! Ecco Vismara che ci porta con sussiego qualche cosa che fuma — dopo aver appeso un tovagliolo al volantino d'una valvola che si protende vicino alla cortina rossa. È del riso elettrico e della carne in scatola, riscaldata elettricamente: cinque o sei ampères di cucina. Niente vino: nessuno ne beve nei sommergibili; e so già che non avremo sigarette, perchè è proibito fumare. — Il pranzo è servito — ci dice Vismara senz'alcuna ironia. La quale sarebbe inutile. Con trentasei metri d'acqua sul capo ogni lista è buona; siamo, d'altronde, ancora ben lontani dai manicaretti d'alghe e dalle altre leccornie marine di cui era ricca nei libri di Verne la mensa del Capitano Nemo... E poi, qua nessuno ne desidera... * * * — Permesso? — Avanti. Che c'è? Scorre la cortina rossa sulla sua guida metallica e una grossa testa scura, un po' calva, apparisce. — Oh! Capo! — esclama il comandante con una certa apprensione nella voce, sapendo bene che ogni annuncio può essere grave sui sommergibili. — Tutto bene? — Tutto bene, comandante... È il Capo Torpediniere Elettricista, una delle personalità più importanti di bordo e che ha mansioni assai gravi. La vita subacquea ha già devastato il suo viso, delineandogli il teschio sotto la pelle afflosciata. I suoi occhi nerissimi, rintanati nell'orbita, hanno il floscio scintillìo degli occhi di alcuni vecchi felini resi mansueti dalla grande età. Ma il suo profilo è purissimo e in certe posizioni, nel bagliore della luce elettrica, acquista spesso ombre e rilievi da medaglia. — Tutto bene... — ripete, soffermandosi con un sorriso d'imbarazzo. — Allora? — C'è che l'equipaggio m'incarica di augurare a Lei, al Secondo, e al signor comandante ospite nostro, il «Buon Natale». Diamo un balzo tutti e tre, come fossimo stati richiamati ad un tratto da una voce soprannaturale, fuori dall'abisso in cui siamo sepolti. Poi ci guardiamo l'un coll'altro stupiti, mentre la buona testa di medaglia ride. Già: proprio vero. Domani è il Natale degli uomini. E chi ha più nozione di giorni e di feste quaggiù? Se si provi a domandare a un uomo dei sommergibili in crociera, che giorno è della settimana, lo si vedrà smarrirsi e mettersi a contare sulle dita; poi dirà: Ecco, quando lasciammo la base era, poniamo, martedì; dunque oggi dev'essere... il suo ricordo è netto soltanto sul giorno della partenza, sul distacco dalla vita di lassù: dopo viene una serie tumultuaria di poco sole e molta luce elettrica che non ha più alcun legame col giorno e con la notte e che sconvolge il pensiero del loro succedersi. E dunque, domani è Natale, o pare sia Natale: per eccezione, qualcuno delle cappelle ardenti deve averlo ricordato. Ma il messo dell'equipaggio non ha finito. — «Ci» auguriamo — prosegue — di poter dare il «Buon Natale» a qualche nave austriaca col siluro... — Eh! — risponde il comandante inchinandosi a metà come per l'offerta d'un prezioso dono. Non ha finito ancora... — E preghiamo lei, comandante — dice rivolgendosi a me — di prendere delle note su questa notte e di farle pubblicare, dandone una copia a tutti noi per ricordo della sua visita, e del primo Natale passato sott'acqua... Diamine, buona testa da medaglia, perchè no? Se ne avrò tempo... Perchè io pure lavoro come te, ma lassù, su navi, sulle vecchie navi che galleggiano, sacerdotesse dell'antica lealtà del cannone e della luce del sole, e che devono tremar di te, sommergibile, odioso ragazzo, moderno pescecane di guerra. — Ma io temo, o cari sepolti vivi, che la mia semplicissima arte, da più che due anni dormente, sia ben al disotto di quanto meriti la vostra carne — che il mostro sommergibile giornalmente affloscia e divora nel santo nome d'Italia — e la saldezza del vostro cuore, che sfida l'uomo e i più profondi misteri del creato senza mai vacillare... Posso darvi parole, nient'altro che parole. E se per esse s'irradî lo sguardo d'Italia dalle rosse trincee del Trentino e del Carso ai verdi abissi dell'Adriatico, e si prolunghi al suo occhio divino l'immensa fila di cadaveri di coloro che morsero la roccia e la neve, con quelli di coloro la cui bocca rimase per sempre spalancata dall'asfissiante morso dell'acqua e vagarono fino alla dissoluzione ultima secondo il capriccio dell'onda... ebbene, amen! scriverò. — Dunque? — interroga il Capo Torpediniere. — Dunque? — domandano i due ufficiali, unendosi a lui... — Sì. È detto. E mentre il Comandante ringrazia il messo e lo incarica di contracambiare gli auguri all'equipaggio, io e il Secondo pensiamo che tornando in porto sarà anche miglior ringraziamento qualche bottiglia, progetto a cui si unisce con gioia il comandante, non appena la buona testa di medaglia sparisce e la cortina rossa ricade. V. Le dieci. È pronta per me la metà del divano che appartiene al S. T. di vascello, il quale è ora di guardia in camera di manovra. Nell'altra metà il comandante già dorme tutto vestito — se può chiamarsi dormire il suo rivoltolarsi continuo. Prima di tirar la cortina rossa, guardo ancora una volta come sia fatto il sonno del sommergibile. Verso prora e verso poppa, attraverso le prospettive delle porte, sorgono in fila le teste degli uomini di guardia, una per compartimento: ed è una ben singolare serie di volti fortemente illuminati e tutti rivolti per abitudine verso il centro, verso la camera di manovra, da dove parte il comando, così come in alcune tabelle musive egizie due file contrapposte d'uomini tutti uguali fissano al centro l'ara del sacrificio. Egizie? C'è qualche altra cosa qui che mi richiama alla memoria l'Egitto e che stento a precisare. Ah! ecco: questo profondissimo silenzio...: e socchiudendo gli occhi rivedo la cella mortuaria di Cheope perduta in una montagna piramidale di macigni, dove per la pace del gran Re ogni suono è in eterno escluso. No: occorrono veramente masse enormi di materia per racchiudere un simile silenzio che non rassomiglia a nessun altro. E così dev'essere. Qui gli uomini non devono parlare, non devono far nulla che impedisca la percezione dei benchè minimi rumori venuti dal mare e raccolti con prodigiosa sonorità dallo scafo. Questa è la guardia del sommergibile. Allora tutto sembra morto qui dentro: e tutta la vita è nell'udito. E adesso, giù adagio la cortina; bisogna far adagio anche nel distendersi sulla metà del divano. Proviamo un po' a fare come gli altri... VI. Oh, sì! Dormire! Qualche anno fa, disteso su una «cama Venezuelana», solo, in una capanna fatta di tronchi d'albero e perduta nel cuore della foresta vergine popolata di serpenti, ebbi una stranissima notte che ritenni unica nella mia vita. L'immenso mare verde tumultuava intorno a me e dall'impenetrabile distesa di rami e di foglie giungeva a me l'urlo assillante della fauna in caccia d'amore e di cibo, alla quale l'alba impose finalmente silenzio. Fu quella la notte del parossismo vitale della Natura dei tropici, nel massimo fervore della Terra. Questa notte, quaggiù, tutto che ricordi la Natura è sparito: sono nella morte del Pianeta. Intorno al ferro che ci chiude e che potrebbe esser bara, niente ha un'anima, nessuno ha una voce: è l'assoluto isolamento, l'esclusione definitiva dal mondo! E questa notte, antitesi precisa dell'altra, è pari negli effetti, chè anche in un sarcofago è difficile il sonno. Le lampade elettriche della cosiddetta cabina sono state spente. Ma tra i lembi della cortina rossa filtra luce dalla camera di manovra ed incastra triangoli vividi nell'ombra. Così c'è un barometro sopra di me che tutto illuminato scintilla e richiama senza sosta il mio sguardo come unica cosa precisa, tra molte cose dissolte dall'ombra e che han cambiato profilo. E c'è anche, un po' più in là, una smorta lama di luce di riflesso che investe uno scaffaletto di libri e dà tenue vita alle filettature d'oro dei dorsi. Libri. Sono essi che racchiudono e trasmettono ciò che l'uomo pensa: secrezione del cervello fissata attraverso i secoli, se essi sparissero simultaneamente dal mondo, quale scossa nella razza, rimessa repentinamente a nuovo e male aiutata dalla memoria: quale enorme rivoluzione in tutti i campi della vita! Ecco una balorda idea che non può nascere che qui, in fondo al mare, in una notte insonne di sommergibile... E ne deriva subito un corollario che ha il piacevole senso del nuovo: nessun libro ha ancora pagine per questo ambiente, o scritte quaggiù. E quando ne verranno, e saranno lette alla luce del sole, produrranno l'impressione d'una mentalità da alienato, che vive d'un suo mondo insano, misteriosa e sinistra come la vista di quelle creature degli oceani, che strappate dal fondo degli abissi e gettate dalle onde sulla spiaggia, morte, nessuno conosce. Guarda! Anche questo barometro ha le sue funzioni sconvolte quaggiù. Ricordo benissimo che quattro o cinque ora fa, quando ci posammo sul fondo, segnava 770: chi sa perchè ora segna 790, il che sarebbe una pressione enorme... Dev'essere guasto... È bene avvertirne il sottotenente di vascello che è di guardia. — No, — mi risponde a bassa voce, dalla camera di manovra, e senza muoversi per venire a vedere. — Ed è un «no» che ride. — 790, le dico! — E salirà ancora. Dagli accumulatori d'aria carichi a 150 atmosfere sfugge inevitabilmente aria ad enorme pressione, ed è questa che fa salire la pressione interna: più si prolunga l'immersione e più l'aria si comprime qua dentro. Ho compreso. — Grazie: buona guardia! — Buona notte. Ed ecco anche spiegato, perchè da qualche tempo ho cominciato ad avvertire nel capo come il ronzio d'uno sciame d'api. Ancora i libri. È un'ossessione. O prono, o supino, o sul fianco, è là che il mio sguardo torna sempre a fissarsi, tanto sembra inaccettabile l'idea che qualcuno li abbia scritti. Ebbene: giacchè dormire è impossibile, mi proverò a vedere che cosa dissero gli uomini della terra e che effetto faccia il loro pensiero ripetuto quaggiù. Eccone uno; a caso. Nella lama di luce che investe il barometro, è possibile leggere. Diamine! Bisogna inchinarsi anche qui: _La Divina Commedia!_ Ecco un grandissimo Italiano il cui onniveggente pensiero «è passato anche di qui» per spingersi assai più giù nella terra. _Che non è impresa da pigliare a gabbo_ _Descriver fondo a tutto l'Universo..._ O gran Signore dell'Idea, grazie del palpito di fierezza italica che il tuo nome mi dà, qui dove il passato fa sorridere e dove tutto che fu, sembra inutile... E, tracciata da un chiaro carattere femminile, v'è nella prima pagina una dedica: _«A te, mio..._ _perchè il mio amore t'accompagni NEL mare e ti preservi da ogni pericolo mentre scandisco le ore della tua assenza ripetendo la cara parola: Italia._ _«La tua....»._ Ah! A quale dei due ufficiali dovrei chieder scusa della mia involontaria indiscrezione; a quello che dorme a pochi centimetri da me, o all'altro che veglia di là da questa cortina? Io ignoro i loro nomi di battesimo, e non so per quale dei due questa sconosciuta e intelligente personcina invii l'eco della sua angoscia quaggiù, NEL mare, affidandolo a così alto messo. Ma in fondo la cosa è indifferente: sono entrambi fidanzati, e le parole dell'uno possono valere anche per l'altro. — Allora io guardo colui che dorme, e continua a rigirarsi così malamente su sè stesso, ed ho la visione di altri sonni agitati, in camere lontanissime da qui, dove giovani teste involte da trine ansano colla bocca dischiusa su guanciali scomposti, avvertite da misteriose forze d'intuito che questa è notte di pericolo... Bene: ancora una volta, un poco della divina armonia italica, per fugare ombre tristi: una pagina a caso... Purgatorio: Canto XV: _Quell'infinito ed ineffabil bene,_ _Che lassù è, così corre ad amore_ _Com'a lucido corpo raggio viene._ _Tanto si dà, quanto..._ Strano! Mi pare che al ritmo del verso stupendo s'aggiunga in cadenza un piccolo palpito partorito dal mare e proveniente da distanza enorme. — Che cosa sarà? Un fenomeno dell'aria viziata o della pressione troppo alta, che dà fermento alla mia testa? _Tanto si dà, quanto trova d'ardore;_ _Sì che quantunque carità si stende_ _Cresce sovr'essa..._ No: la cortina è rimossa, la luce inonda l'ambiente e il sottotenente di vascello viene ad avvertire il suo superiore: — Comandante! Immediatamente, come in tutti i marinai, l'immediato risveglio senza alcuna transizione, e il pacato levarsi in piedi. — Che c'è? — Il rumore di due eliche: mi pare s'avvicini... Tutti gli uomini di guardia l'han già percepito: nelle file di cappelle ardenti tutti son già desti: qualche oggetto metallico vien rimosso e tintinna: qualche porta stagna cigola sui cardini... vengono provate alcune valvole per brevi e violente fughe d'aria... — Silenzio! — ordina il comandante prendendo il suo posto in camera di manovra, vicino al panoramico. E su questo silenzio, s'ode il duplice battito che s'avvicina, s'avvicina: e così nettamente, da sembrare nato nel corpo stesso del sommergibile, come una pulsazione delle sue vene. Un cacciatorpediniere? Forse: ma nessuno in mare esprime un parere senza previa, assoluta certezza. Tutti gli sguardi son fissi, tutte le orecchie in ascolto: l'uomo tende ora i suoi sensi facendo ricorso agli istinti intatti dell'animale, sepolti in lui dalle prime epoche della razza. Ad un tratto, quasi sulla nostra verticale, il duplice battito rallenta e cessa; e subentra un fruscìo che anch'esso a poco a poco si spegne in gorgoglii tenui. — Ma questo è straordinario, — mormora il sottotenente di vascello. — S'è fermato qui sopra... un poco sulla nostra sinistra... mi pare. Ora udiamo alcuni colpi secchi, come di chiusure di pesanti porte metalliche. Ma che cosa sarà? A che distanza sarà? — Straordinario, davvero! — dice lentamente il comandante, che finora non ha pronunciata sillaba, chiuso nella sua spasmodica attenzione. — È un sommergibile: un sommergibile che s'immerge... come noi. E ha scelto la stessa zona nostra perchè è l'unica in questi paraggi che non abbia scogli o fondi troppo fangosi. Viene probabilmente a riposo anche lui nella notte di Natale — aggiunge con un sorriso — ed è vicinissimo. Sommergibile. — Nostro o... — Nemico, nemico — dice il comandante come se qualcuno avesse veramente formulata la domanda. — Non vi può essere dubbio. So dove sono i nostri: ben lontani da qui... — Ma qualche sbaglio di uno di loro... — No: impossibile: nemico — egli ripete con assoluta certezza e... — ma non continua e c'indica di tacere. Udiamo l'ingorgo d'acqua dell'altro; tre o quattro sorsi brutali, troncati dal colpo secco delle valvole di immissione. Poi il diffuso sciaquìo della discesa che è abbastanza rapida... Ed ecco i borborismi cheti della bestia che va a riposo e si predispone a dormire: chiavarde metalliche che stringono dadi, porte sbattute, passi su lamiere di ferro, tutto sembra visibile, tanto è meravigliosamente trasmesso e raccolto ogni suono creato nel ventre nemico... Poi, a poco a poco il silenzio. E nell'alta notte Adriatica, l'inscrutabile mare spinge le bianche greggi delle sue onde sul nostro destino. VII. Che cosa faremo? Quest'uomo che mi è vicino e si mordicchia le labbra intensificando il suo pensiero con uno sforzo così acuto che tutto il suo volto si contrae, deciderà. Dagli uomini dell'equipaggio che son venuti ad ammucchiarsi a prora ed a poppa della camera di manovra e hanno lo sguardo fisso su di lui, non si leva una parola, per supremo rispetto all'affannoso lavoro della sua mente. E nel profondo silenzio, sentiamo ancora qualche piccolo suono dell'«altro». Ad un tratto il suo volto si spiana come per un «Amen» interno. — Io ritengo — mi dice con voce martellata dalla volontà e abbastanza forte perchè tutti possano udire — che il sommergibile sia lontano da noi dai cinquanta ai cento metri, sulla nostra sinistra, e press'a poco alla nostra altezza. Dalla direzione del moto giudico che debba essersi coricato su una linea poco divergente dalla nostra e cioè che ci offra un fianco. Allora — e la sua voce si eleva un po' — proverò a lanciargli addosso un siluro, presentandogli la prora... So bene che il lancio ha pochissima probabilità di riuscita, sia perchè non ho l'assoluta certezza della direzione, sia perchè non è possibile regolare l'apparato idrostatico del siluro per la profondità nostra. Ma proveremo a dare all'arma il massimo periodo di immobilizzazione. Chi sa? Una probabilità c'è e ho il dovere di tentare... — Ma comandante, — obbietta il Secondo — e se siamo più vicini? — E allora maggior sicurezza. — E noi? — Noi, che cosa? — Noi sommergibile... la concussione potrebbe... — Daremo qualche giro indietro... — E un colpo secco della mano sul maneggio circolare del periscopio avverte che le comunicazioni son finite e che non è più tempo di parole. — A posto per il lancio! — ordina il comandante; e mentre con una specie di balzo l'equipaggio si dilegua verso prua e verso poppa nelle cappelle ardenti, come per una funzione finita, il mio occhio cade per caso sull'orologio: è l'una; ed io penso alle folle che nello stesso momento, lassù, sgorgano dalle chiese della terra dopo l'osanna per la nascita del Redentore, celebrata in triplice messa. E chi, tra i fedeli, ha pregato per noi? Chi di loro ha avuto la visione di quello che sta per avvenire quaggiù? — La prora? — chiede a un portavoce il comandante. E una voce che parte dall'alto, dalla torretta del sommergibile, e che attraverso il tubo acquista risonanze da catacombe, risponde: — Cinquanta. — Accosteremo a sinistra fino a trecento venti. — Va bene — dice l'invisibile timoniere. — Pronti per l'emersione! E successivamente, dal più lontano scompartimento di prora s'alza un grido che viene ripetuto in ogni compartimento da bocche diverse, arriva al centro, percorre la poppa e si spegne: — Chiuso 1!... Chiuso 2!... Chiuso 3!... Chiuso 4!... — Chiuso 5!... Chiuso 6!... Chiuso 7!... Chiuso 8!... È tolta così ogni comunicazione col mare e il sommergibile non può bere più. E se dal suo ventre pieno gli si farà espellere per forza dell'acqua, alleggerito risalirà. — Leva 300 alla compensatrice! — Obbedisce una turbina elettrica rapidissima che par frusciare con gioia. La lancetta del grande manometro sussulta, lentamente si sposta, scende. — Trentacinque... trentaquattro... trentatrè... — legge un uomo ad alta voce. Il fondo non ci avvinghia più: siamo di nuovo un corpo vivo del mare. — Timone a sinistra: avanti in parallelo: trecento ampères. Sinistra indietro... — dice il comandante che ha ripreso a mordicchiarsi le labbra e stringe con forza che par spasmodica, il volante del periscopio. — Siamo pronti a prora col siluro? — domanda, e la calma delle parole rivela un'ansia mal dominata, quasi angosciosa. — Pronti! — conferma una voce lontana e solenne. Ed ora, tutto qua dentro si muove: girano ruote, stridono ingranaggi, sussultano lancette nei bianchi fiori dei piccoli manometri: da tubi, da valvole si sprigionano sibili d'aria, e nelle articolazioni lucide delle motrici si alternano riflessi brillanti a brevi eclissi. Noi assistiamo alla vita interna di un mostro, nascosti tra le sue viscere, e le funzioni del suo cuore, dei suoi nervi, delle sue vene ci appariscono evidenti. — Mantieniti su 33 — dice il Comandante all'uomo che maneggia il timore di profondità — e ti raccomando di evitare inclinazioni... Già: perchè basterebbe abbassare la prora per tornare a immergersi nel fondo; la poppa, per contorcere le eliche. Ma che cos'è? Ecco che sulla sinfonia dei rumori interni, un gruppo di suoni esterni e di diversa tonalità si sovrappone. Ecco spurghi d'acqua che non ci appartengono, colpi affrettati che sembrano venir a picchiar sul nostro scafo. — Ah! è l'«altro» che ci ha uditi e s'è svegliato in sussulto: l'altro nel cui ventre devono avvenire scene spaurite per il prodigioso caso — forse l'unico della guerra — avvenuto. Ecco: muove anch'esso le eliche. Ah! Par di udire da qui gl'incitamenti, le raccomandazioni ultime e le rozze voci di comando dell'altra lingua: par di vedere l'«altro» comandante tender l'orecchio come il nostro, stringer il volante del periscopio con la stessa stretta convulsa del nostro, teso con tutta l'anima nel supremo intento di distruggerci. Par di... Silenzio: tutti i volti si fissano in un rigido spasmo che imita la calma. Viene la morte... tutti hanno udito la cupa scossa dell'altro che ci ha lanciato un siluro addosso... Sei, sette secondi d'attesa convulsa col respiro trattenuto, mentre qualche cosa che ci corre incontro — la Morte — sibila nell'acqua elevando sinistramente la sua voce d'acqua... È qui! Non una palpebra che batta. Viva l'Italia anche negli abissi, dove si muore in pezzi... . . . . . . . «Erano» due, non uno: e li abbiamo sentiti passare velocissimi poco al di sopra del nostro dorso... Forse bianche braccia di giovani donne e di bambini si son protese disperatamente nel mare per rendere vana la loro corsa...: forse il pargolo di Nazaret, dal fondo della sua culla adornata di mille ceri, deve aver detto NO... questa notte, NO... — Fuori! — grida il comandante. Si ode come il gigantesco sbuffo di un mostro che stia per soffocare, e segue un cupo sussulto. — La «nostra» morte va. I nostri secondi di ghiaccio si ripetono ora nell'altro... Ah! potessimo non fargli più riprender respiro!... È strano! Questi brevi secondi di attesa sono più carichi di angoscia dei primi... molto di più... infinitamente di più... spasmodicamente di più.... . . . . . . . e finiscono con una mossa disperata di tutti... Nulla!... Le eliche dell'altro continuano il loro ritmo beffardo, come quello delle nostre per lui. E da vicinissimo com'era, par si allontani verso Sud. Ma che cosa sono questi colpi secchi che il nostro scafo raccoglie? Sono serie regolari che il radiotelegrafista immediatamente comprende e che riempiono di stupore i suoi occhi. — Ci chiamano, comandante, col sistema Morse... — E rispondete! — dice il comandante stupito a sua volta. E un grosso martello da macchina, impugnato dal radiotelegrafista, si mette a picchiare sulle nostre pareti ripetendo la serie: poi si ferma, com'è d'uso. Un istante di attesa. Ecco: l'altro ci parla: un colpo semplice, uno doppio, due altri semplici: F — compita il radiotelegrafista... Un colpo semplice, uno doppio, un altro semplice: R... Tre colpi doppi: O... Avanti. Ormai tutti compitano all'unisono come una strana scolaresca guidata dal maestro lungo un sillabario. H.....L....I....C...H...E....... FRÖLICHE.... Il martellamento si ferma per un momento, come per chiedere se abbiamo compreso la parola. — FRÖLICHE! Che diamine dice? — domanda il radiotelegrafista rivolto al comandante. — Va bene: dite di sì — questi risponde mentre inarca le sopracciglia. E i colpi riprendono: W....E...I....H...N....A....C...H....T...E.....N Fröliche Weihnachten: basta. — Buon Natale! — traduce il comandante... con una inesprimibile espressione fatta di sbalordimento e di sprezzante ironia. — _Ma senti si che rrobba! Te possino «....» a te e a chi te cià mannato..._ — mormora un marinaio romano. Ma il comandante gli fa un brusco cenno di tacere. — Che ne dice? — mi chiede. Che ne dico? Se nella lotta di due tigri, dopo un reciproco balzo a vuoto che non può esser ripetuto, l'una improvvisamente si placa e s'allontana, è inutile che l'altra continui a ruggire... — Prendiamola dal lato ameno — gli dico. — Ricambiamo l'augurio... E, pronto, il martello traduce in colpi semplici e doppi il nostro «Buon Natale» che si propaga nel profondo dell'Adriatico, in sillabe nostre. E pare che il mare ascolti con reverenza la lingua che dovrà essere l'unica sua, tanto è lieve la carezza dell'acqua che nella nostra ascensione ci avvolge. Ritorna il silenzio da tomba; no: v'è ancora un piccolo rumore d'eliche lontanissime che a poco a poco si spegne... e che aizza ancora in noi un sentimento come di rimpianto... o di rimorso... o di che? Non so: nelle cappelle ardenti gli uomini imprecano. Ossigeno: si aprano le bombole dell'ossigeno per dar loro del buon umore chimico. Molto ossigeno. Che diamine! Oggi è Natale... O buon equipaggio del Sommergibile «....»: ecco: l'ospite ha mantenuta la promessa! E ha voluto lasciare a queste linee scritte tra voi, dietro la cortina rossa della camera di manovra, la loro intonazione cupa, così come gli venne dettata dall'ambiente vostro. Oggi, rilette al sole, esse gli ricordano l'impressione suscitata dalla vista di quelle creature degli abissi che strappate dal fondo e gettate morte alla spiaggia, nessuno conosce. SUPREMO GRIDO. (LA CASA). _He sinks into thy depths with bubbling groan,_ _Without a grave, unknell'd, uncoffin'd......_ (BYRON — CLXXIX). I. S'erano seduti in terra lungo un muro che proiettava nel cortile del vecchio forte veneziano una larga lama d'ombra violetta. Era quello il posto che nelle ore di riposo essi occupavano d'abitudine da quando s'era iniziata la seconda estate della loro prigionia. Di fronte a loro, nelle massicce mura patinate dal tempo, s'apriva tra due spigoli uno spiraglio bianco di case di Sebenico, addossate in lontananza alla collina di San Giovanni e sormontate dal campanile d'una chiesa di cui ignoravano il nome, ma che essi guardavano spesso. Stormi di corvi vi volteggiavano al sole esercitando i piccoli al volo tra i due edifici contigui. Le loro grida rauche, piene d'incitamento e di gioia, vi risuonavano forte, con risonanze da caverna, come di notte vi si ripeteva il lamento tragico delle civette. E ciuffi d'erba scura, erba da rovine e da sepolcri, dall'aspetto riarso, ma sempre viva d'una vita acre succhiata alle pietre, vi pendevano inerti. In quelle ore l'antica fortezza si vuotava tutta delle centinaia di soldati croati e bosniaci che la presidiavano, raccolti in piazza d'armi, di là dagli spalti, da un vecchio maggiore azzoppato sul Carso da granata italiana e che poteva così chiamarli bestie per due ore al giorno. Nulla s'intravedeva della duplice serie di baionette, nè delle complicate chiusure con cui l'uomo ama circondare l'uomo che gli cade in mano al buon tempo della guerra. E un silenzio pigro di convento gravava tra quelle rudi mura di violenza che sonnecchiavano al sole col sonno bieco delle fiere che è riempito da visioni di ferocia. S'erano seduti tutti e quattro quasi in posizione identica, eretti sulle reni per un'abitudine di fierezza acquistata in presenza dei loro carcerieri. Il loro occhio, spento da una rassegnazione non più scossa ormai da alcuna rivolta, si fissava a mezz'aria su quei punti immaginari che la tristezza dissemina nello spazio avanti a chi soffre, concentrando come in un fuoco di lente ogni suo pensiero. Forse da questi punti i raggi visivi della loro memoria si aprivano in là, traversando mura, terre e mare fino a riprodurre, come su uno schermo lontanissimo, la scena tragica che aveva nettamente separato il corso della loro esistenza e che rivedevano sempre. Il «Turbine», il loro cacciatorpediniere, era lì, come in quel giorno, al centro d'un vasto quadro azzurro, fermo, mezzo sventrato, lasciando sfuggire sangue, vapore e nafta dalle sue lamiere aperte, rantolando come bestia esausta e già inclinata per morire, in una di quelle strane posizioni d'agonia delle navi che precedono la loro lenta discesa verso le braccia protese dalle alghe. Il mare, cosparso di rottami, brulicava di naufraghi lordi di nafta, e presi tutti dalla tosse convulsa che questo liquido micidiale produce, aizza, esaspera cercando i bronchi ed avvelenandoli. Essi pure erano in mare, come gli altri, tossendo come gli altri. Quattro grandi cacciatorpediniere nemici si aggiravano intorno, fieri della facile vittoria e gridando al povero scafo, già quasi sommerso, d'arrendersi. Ah! arrendersi! Essi rivedevano il gesto disperato che accompagnava le parole frementi del loro comandante: «Non ho più nemmeno un colpo di cannone per rispondervi!...» mentre l'acqua gli saliva attorno e un getto enorme di vapore sibilante lo avvolgeva. Poi seguiva come in un sogno la scomparsa d'ogni cosa, tra muggiti, rantoli e ingurgiti: la sparizione della bandiera come in un cofano infrangibile, suggellato dall'azzurro in eterno... E si ritrovarono acciecati, storditi, ansanti, sul ponte d'una nave nemica, senza sapere come, guardati con occhio di possesso da gruppi di uomini d'un'odiata nazione che li scrutavano come bestie e bestialmente si rallegravano della loro vista. Prigionieri! La strana parola! Ventiquattro ore prima, quando il loro Paese era ancora in pace, essa sarebbe sembrata loro una di quelle parole disusate e antiche alle quali non corrisponde più nessun significato: ora essi se la ripetevano senza fine, colpiti dal doloroso stupore d'esser proprio loro a darle corpo e realtà in così breve tempo. E per la prima volta nelle loro anime semplici, passò quella sensazione nata dal fermento dei cervelli resi ottusi dalle più acute angoscie: la cosa che non corrisponde più alle sillabe da cui è definita: lo stacco tra la voce, cosa effimera e volontaria, variabile da nazione a nazione, dalla sofferenza, che è retaggio imposto ed eterno, uguale per tutti. Prigionieri! Chiusa minaccia d'armi intorno a sè, interrogatori da Inquisizione nei quali ogni domanda è tenaglia pronta ad abbrancare la voluta risposta anche dalla viva carne, e un pane straniero gettato col gesto di chi getti alla fogna del cibo guasto: e poi quella strana e persistente sensazione fatta di stupore, rimorso e vergogna da cui nasce come un timido silenzio... come l'attesa continua d'una condanna... E si raffiguravano il cacciatorpediniere che li aveva raccolti, fuggire verso la sua tana insieme ai suoi compagni, mentre essi, stringendo un pezzo di pane austriaco tra le mani convulse e sudicie di nafta, si domandavano come mai non fossero morti. Poi riavevano la visione della costa nemica, che s'avanzò verso di loro, tetra, alta, montuosa, fatta per prendere e chiudere uomini e maledizioni; e che se li prese e li chiuse, infatti, preda e ludibrio, vivi. Ed essi certo si rivedevano giungere proprio in quel cortile, quando da ogni porta, da ogni finestra, folle di visi ossuti e biondastri apparivano, fissati da un ghigno di gioia selvaggia risalita al sommo della razza dalle sue antiche origini bestiali, come un subitaneo flusso di schiuma velenosa, sempre pronto a ribollire nel suo sangue. — Turbine! Turbine!... — e il nome della loro nave morta, letto sui loro berretti, riecheggiava come un grido di antiche orde barbariche, all'inizio d'un lungamente atteso sterminio nella carne latina, finalmente vinta... — Turbine! Turbine! Da quel momento s'infiltrò nella loro volontà un torpore che non avevano provato mai e che distrusse subito ogni loro energia. — «Taljani!»... «Katzelmacher!»... «Welsche»... — questi erano i loro nomi: e così venivano interpellati quando si voleva comandare loro qualche cosa. E siccome nessun popolo sa chiudersi più del nostro, quando voglia, in un più cupo silenzio, essi da quel momento non parlarono quasi più, e nemmeno tra loro, perchè pareva loro che, avendo assistito al peggior momento della vita di ciascuno, essi non avessero più nulla da dirsi... Così; un silenzio estatico come quello d'ora. Ah! come il grido dei corvi esprimeva bene la disperazione che giorno e notte, senza sosta, li mordeva... — il corvo, il lugubre uccello che la guerra imbaldanzisce e satolla: la forma nera librata a mezz'aria sui caduti e che l'immaginazione colloca sul cammino dei fantasmi... E se ora la lontana campana della chiesa di Sebenico interponeva di tratto in tratto qualche squillo argentino, no, non era per loro il suo linguaggio di pace. Era troppo lontana: troppo soverchiata dalle grida di morte... Ad essi non diceva nulla. ... Ed il loro occhio non si distoglieva da quei punti a mezz'aria, dove tumultuavano le visioni del loro dolore... Così, come tutti i giorni, alla stessa ora... II. Erano ancora vestiti coi loro abiti di bordo che indossavano in «quel» giorno. I camiciotti dal largo colletto azzurro, benchè logori e ricuciti qua e là con grossi punti inesperti, erano tuttavia puliti per lavature periodiche che tutti e quattro ripetevano come a bordo e durante le quali essi restavano quasi nudi. Ma la tela, nonostante tutte le lavature, conservava ancora le giallastre roseole della nafta, il sangue delle navi, la cui tenacia, simile a quella del sangue degli uomini, non si vince: traccie sicure di catastrofi e di delitti. I loro galloncini di lana rossa, s'erano poco alla volta sbiaditi, come se ormai, avendo perduto significato e prestigio, fosse del tutto inutile mantener più qualsiasi risalto. Così anche i loro «distintivi di categoria» erano quasi spariti dalle maniche; ma resti di cannoni, eliche e torpedini, trapunti e riaccomodati con le estreme risorse dell'ago e del filo, persistevano ancora e valevano a dare un ricordo di ciò che fossero i quattro prigionieri italiani quando i loro galloni erano rossi e vivi. Due cannonieri scelti: un fuochista: un torpediniere palombaro. Liguri i due primi; siciliano e romano gli altri; e in quattro formavano appena novanta anni. Tra loro ogni differenza di carattere regionale era da lungo tempo sparita e volta per volta acquistava una maggiore importanza, della durata di qualche ora, chi tra loro avesse ricevuto una lettera dall'Italia. Le poche righe sopravvissute alle lunghe cancellature e ritagli della censura austriaca erano allora rilette a tutti come proprietà comune, così com'erano a poco a poco divenute comuni le parentele e reciprocamente famigliari i nomi di chi loro scriveva. Era l'Italia che inviava la sua parola attraverso l'Adriatico: e siccome la corrispondenza degli umili ha una sua costante uniformità di espressioni e di frasi, questa parola era per tutti identica e bene appropriata alla natura di tutti. E come per un tacito accordo di cui non potevano precisar l'origine, ma che rispondeva a un'oscura necessità di sentirsi ora meglio uniti e più alti nella scala dell'italianità, essi, che durante la loro vita di oscuri popolani e di marinai appena distinti da numeri, avevano sempre parlato il loro dialetto, lo avevano a poco a poco abolito, correggendosi a vicenda nei passi torbidi e accettando senza sorrisi i più irsuti strafalcioni derivati da sforzi mentali, non sostenuti che da vaghi ricordi delle scuole di bordo. Così chiamavano «brotaglio» l'ibrida zuppa nerastra che veniva loro data in pasto a mezzogiorno, e «strocoto» — ostrogoto — lo sciancato maggiore comandante della fortezza. Ed un giorno che uno dei loro carcerieri aveva gettato loro del pane legnoso, sghignazzando: — Brot... ansgezeichnetes brot, meine katzelmacher!, — Pane! di pane, mascalzone — gli aveva risposto uno di loro, il torpediniere palombaro romano, fissandolo in maniera tale che l'altro aveva levato il calcio del fucile a mezz'aria, pronto a colpire. Ma lo sguardo italiano non s'annebbiò, non s'abbassò: e il calcio lentamente ricadde. — Pane! Buono pane! — disse l'austriaco, pallido nel volto e nell'anima. * * * La lama d'ombra s'era ristretta. Nello spiraglio delle mura, aperto sulle lontane case di Sebenico, i corvi erano a poco a poco spariti, rintanati dal sole troppo cocente. Ed ecco che ad un tratto i quattro prigionieri ebbero come un simultaneo sussulto e distolsero insieme lo sguardo dalla ridda delle loro visioni per guardarsi stupiti l'un l'altro, mentre i corvi risgorgavano fuori dalle vecchie mura per riempire di strida il cielo. — Avete sentito? — disse uno a bassa voce, e continuando a tendere l'orecchio come facevano gli altri. — Altro che! Un rombo... — Cannone?... Cannone? L'ultima voce della loro vita libera: la voce della speranza. Qualche nave della patria era dunque vicina? Libera dunque di solcare l'Adriatico e sfidare il nemico nei suoi stessi recessi? Nella rapida successione delle idee, l'ansia dei loro volti si tramutava in uno stupore gioioso che inarcava loro le sopracciglia e schiudeva loro le bocche così come i bimbi accolgono una lieta, inaspettata notizia. — No — disse ad un tratto il torpediniere palombaro rispegnendo la sua espressione nel primitivo concentramento. — Troppo cupo! Troppo lungo... Mina o siluro... — E come mai, mina o siluro? — gli domandarono i due cannonieri come rinunciassero malvolentieri ad una ipotesi che si riferiva a un loro antico dominio. — Non so: ma le conosco queste esplosioni, io: mina o siluro, vi dico... del resto... Ma alle strida dei corvi s'aggiungevano ormai voci umane altrettanto rauche e repentine. Da uno degli androni bastionati che attraverso un'arcata davano accesso alla fortezza, ritornava dalle esercitazioni di piazza d'armi un folto drappello di soldati a righe rotte, gesticolanti e vocianti. Certo qualche cosa era avvenuto laggiù, verso il mare: qualche cosa a cui essi avevano potuto da lontano assistere e che ora cercavano descrivere l'uno all'altro. Selvaggi di razza, essi ripetevano i gesti ingenui dei primitivi della terra e cercavano, come loro, tradurre con grida monosillabiche i punti culminanti delle loro impressioni. E si vedevano braccia sollevarsi in alto a figurare altezze, o rigirarsi a descrivere ricadute d'acqua e vortici: gomiti spinti con uno scatto all'infuori, forse dinotavano squarci; e nel vocìo confuso della loro massa in fermento s'interponevano le imitazioni della detonazione, protratte in muggito o sincopate da quella mossa sporgente della bocca che serve all'uomo come complemento di descrizione terrifica. Sorti in piedi, i quattro prigionieri videro questa folla agitata dilagare nel cortile e suddividersi in rivoli grigi verso le varie scale che conducevano alle camerate superiori, mentre tra le chiuse mura si diffondeva l'acre odore della perspirazione umana misto a quello più lieve dei prati riarsi dal sole. E un gruppo passò vicino a loro, alla cui testa era un sergente, uno di quei tipi che alla nostra natura latina più specialmente ripugnano, perchè nelle mascelle squadrate, nel piccolo occhio grigio, nel pelame biondastro, nel cranio appiattito e nella rozza ossatura sembrano portar scolpita l'idiota ruvidezza e la tracotanza bestiale di una razza a noi eternamente ostile. Sghignazzava l'uomo, rivolgendosi ai suoi che lo seguivano e che assentivano col sorriso untuoso del subordinato, uguale in tutte le gerarchie. — Ach! Ach! — esclamò costui, soffermandosi avanti a loro — Ein Italianisches Unterseeboot... Buuum! Buuum!... La frase non venne compresa interamente. Ma la parola che conteneva le sillabe care del nome della loro patria si fece largo nel loro stupore, divenuto immediatamente angoscia per le risa della soldatesca accalcatasi intorno. — Ein Italianisches Unterseeboot!... — ripetè il sergente scandendo le sillabe della seconda parola nella ottusa idea che ciò la rendesse comprensibile. E per aiutarsi meglio accennò con le dita ad una lunga forma affusolata che portava nel centro come un'asta, rappresentata da un indice volto in alto: il periscopio. Il pallore è una cosa che si sente. Lo spasimo del cervello per un'idea troppo dolorosa ed improvvisa sembra fugare il sangue dal capo e costringerlo a correre in giù per comprimere il cuore. Allora si sente che il volto non è più che una maschera inerte, prima rappresentazione della morte: e quando le labbra sbianchite tentano ritrovar la parola, tremano, si contorcono e non vi riescono più. Così i quattro prigionieri impalliditi, rimasero muti, ansando forte e contraendo le dita. — Buum! Buum!... — Attorno a loro le braccia dei bruti, accennavano gioiosamente a squarci, a mostruose rotture, ad inabissamenti... Così i quattro prigionieri, continuarono a rimanere muti, mordendosi le labbra, come per provare se ne potesse ancora uscire sangue, in una prova lunga, ostinata... — Ach!... Ach!... Ach!... Così, visto che il loro dolore appariva come un troppo crudele martirio, le risa attorno si elevarono di tono, divennero spasmodiche. Gli «Ach! Ach!» di gioia tedesca s'incrociarono con quei suoni gutturali che esprimono il tripudio croato. Le braccia levate in alto a rappresentare colonne d'acqua si stesero orizzontalmente per appuntire indici schernitori su di loro, come grinfie di demoni in una scena diabolica. E così i corvi, aizzati dalle urla delle bestie-uomini, crocidarono più forte dall'alto, per giusta supremazia di bestie. III. Sul tavolo del comandante marittimo di Sebenico s'ammucchiavano intanto i telegrammi. Dai semafori, dalle stazioni di vedetta disseminati nelle isole e lungo la costa, ogni rivoletto della gerarchia risaliva verso la sorgente unica: Lui, il capo. E benchè contenuta dall'ufficiale espressione «Melde gehorsamst» — annuncio ubbidientemente, — la gioia dei subordinati appariva evidente. . . . . . . . — Melde gehorsamst E. V. Ill.ma che ore 11 h 30 m. notata esplosione subacquea direzione... distanza... probabilmente dovuta urto sommergibile nemico su nostre mine... — Parlava il semaforo di Zmajan Grande. . . . . . . . — Melde gehorsamst V. E. III. ma che ritiensi sommergibile nemico abbia urtato su nostro banco mine ore 11 h. 33 m. — Era il semaforo di Zlarin che s'aggiungeva. . . . . . . . — Ore 11 h. 32 m. udita forte esplosione direzione banchi mine stop. Su mare distinguesi larga chiazza oleosa ed osservansi rottami alla deriva... Così proclamavano le isole di Tiat, Provicchio, Lupac... Melde gehorsamst. . . . . . . . Le voci delle rocce spiatrici, degli spiragli, dei nascondigli antennati, delle piattaforme annidate sulle creste dei monti si sovrapponevano e si soverchiavano sul tavolo, ciascuna spenta dalla seguente. E ne venivano sempre, sempre, attraverso porte sbattute da piantoni affannati, accompagnate da squilli di campanello da ufficio ad ufficio, l'onore supremo che la burocrazia rende alle notizie liete, giunte nei suoi regni d'inchiostro. Pure, lui, il capo, non condivideva affatto la gioia dei suoi subordinati e con l'occhio perplesso ora consultava un piano di Sebenico che il suo giovane «Flügeladjutant» — l'aiutante di bandiera — aveva con reverenza estratto dall'armadio — «Geheinfach» — riservatissimo, per spiegarglielo sul tavolo, ora pareva interrogare l'imperiale e reale _K. u. K._ effigie del biancovestito Sovrano il cui volto decrepito, illuminato da un riflesso di sole, pareva sporgersi dalla cornice dorata, come se nulla dovesse andar perduto del suo sinistro sogghigno, sorgente inesauribile di cattolicissima _K. u. K._ morte. È sempre una spina in ogni felicità: altrimenti la gioia sarebbe un sentimento completo, il che è assurdo: il destino non dà di queste cose agli uomini. L'esame del piano di Sebenico insinuava a questo capo che il luogo dell'esplosione non era troppo lontano dal punto dove un grosso sommergibile austriaco rimaneva ordinariamente in agguato, e per suo ordine, dentro il dedalo di isole che costituisce la prima difesa dell'accesso al canale di Sant'Antonio. Ed il sogghigno del Sovrano, ora che il riflesso del sole si era spostato di lato su una regale spalla ossuta, dando sprazzi di rubino alla sua tracolla rossa, da cento rughe abbrunite gli diceva che la probabilità che il sommergibile ucciso non fosse precisamente nemico c'era. Il gran maestro di sciagura aveva per la sciagura un fiuto infallibile. Allora una folata d'angoscia, nata a poco a poco ed ingigantita ad un tratto, gli fece vedere nel punto dell'esplosione non più cadaveri italiani a pezzi ed uno scafo sventrato, ma un cumulo di quesiti venuti a condensarsi lì dalla Superiore Cattaro e forse la propria promozione inabissata precisamente lì. — A che ora — chiese al suo ufficiale — deve rientrare l'«U 22»? — A mezzogiorno, Eccellenza. A mezzogiorno. Quando quei giovani «Flügeladjutanten» avevano qualche cosa di spiacevole da dire, assumevano sempre un tono particolarmente incisivo — pensò Sua Eccellenza austriaca, sollevando lo sguardo sul grande orologio, che da una parete scandiva il _K. u. K._ giorno, sotto la protezione di una aquiletta bicipite dorata. — E tanto più quando mezzogiorno era passato da una ventina di minuti... — Telefoni subito al capo-flottiglia dei sommergibili e mi sappia dire se questo benedetto «U 22» è rientrato o no, o se almeno è stato avvistato dal semaforo di San Nicolò... Nella sua voce era già un riflesso di quell'astio che la gente di mare, divenuta burocratica a terra, nutre per le navi che le procurano delle preoccupazioni. Uno strano fenomeno, difficilmente spiegabile ai profani del mare, fa sì che le ansie di coloro che sono a bordo non contano quasi nulla: il dovere di « quelli là» è di sbrigarsela da per loro, in omaggio a quel concetto di autonomia anche morale su cui è basata la vita di ogni nave. A ciascuno la propria volta: e chi si è guadagnata la terra, ha diritto di esser lasciato in pace da «quelli là» del mare. Sicuro: «Que le bon Dieu protège — proclama un vecchio adagio marittimo — nous autres pauvres marins qui sommes à terre: pour ceux qui sont à la mer, qu'ils se débrouillent...». Proprio così... «Qu'ils se débrouillent». Ed il riflesso d'astio divenne addirittura stizza quando, rimasto solo, Sua Eccellenza fissò di nuovo il piano nel punto fatale. — 52 metri di fondo! Ci mancava anche questo! Come si potrà fare a verificare laggiù, non saprei proprio... Fossero 30 o 35 metri, meno male! Ma dove trovare un palombaro capace d'arrivare a 52? L'imperiale e reale ritratto, interrogato di nuovo con lo sguardo, parve accigliarsi di più e rispondere soltanto con una contrazione più cupa delle rughe tragiche. E quando il Flügeladjutant rientrò nella stanza, trovò il suo capo immobile, fisso coi verdi occhi ad uno sprazzo luminoso dell'argenteo calamaio. — Niente, Eccellenza — disse. — Nè ritornato, nè avvistato. — Ma — aggiunse come per frenare il gesto di collera del suo superiore — il semaforo di San Nicolò informa che sono stati ricuperati alcuni rottami. — Italiani... senza dubbio? — Non si sa... Legnami, scheggie di armadi... E poi... — E poi? — Una gamba nuda, una testa con mezzo torace... Nessuna sosta nella voce e nel dialogo. — E non basta tutta questa roba? — No, Eccellenza; non si può riconoscere nulla. Allora il comandante marittimo di Sebenico ritrasse il busto dal tavolo e appoggiando il gomito destro al bracciuolo dell'ampia poltrona si accarezzò lentamente il mento, sollevando lo sguardo al soffitto. Era questo il gesto delle grandi risoluzioni. — Quand'è così — disse — mi trovi un palombaro capace di lavorare in cinquantadue metri... — Vostra Eccellenza — rispose allibito l'ufficiale — mi vorrà perdonare... Non credo che il Deposito ne abbia... — Cerchi, faccia lei... Dica a mio nome al Capo di stato maggiore che mandi a tutti i comandi un fonogramma circolare... — Permetta Vostra Eccellenza... — Permetto che mi trovi un palombaro capace dì lavorare in 52 metri di fondo — interruppe freddamente l'austriaco capo alzandosi dalla poltrona ed indicando con ciò d'aver detto tutto. E tre lunghi squilli di campanello propagati di ufficio in ufficio, annunziarono bentosto che Sua Eccellenza usciva per la colazione e che soltanto per un paio d'ore la _K. u. K._ residenza del comando marittimo di Sebenico restava senza cervello... IV. Nelle prime ore del pomeriggio tutta la rete telefonica e telegrafica della Piazza visse in fremito. Folate di «Urgente», «Urgentissimo», «Precedenza» e «Precedenza assoluta» si incrociavano negli apparecchi, spesso cozzando tra loro sullo stesso filo. — Avete un palombaro capace di lavorare in 52 metri? — Non ne abbiamo. — Dovete averne. Eseguite più accurate indagini. — Eseguite più accurate indagini di cui fonogramma V. E. odierno, N. ..., si conferma precedente risposta negativa. . . . . . . . — Inviate urgenza comando in capo palombaro capace lavorare in 52 metri. Si attende conferma. — Interrogati palombari presenti riferiscono essere impossibile immersione in fondo superiore 35 metri. — Fate appello perchè tentino. — Dolente riferire appello negativo. . . . . . . . — Mandi subito comando in capo quel palombaro che secondo rapporto settimanale di codesto comando ha compiuto immersione a 50 metri. — Dev'esservi errore di scrittura. Nella nostra minuta del rapporto settimanale figurano 30 metri e non 50. . . . . . . . Niente, niente, niente. La nervosità telegrafica e telefonica si propagava ai tavoli degli uffici, provocava gesti disperati, chiamate brusche, ripartizioni di lavate di capo giù per i rami gerarchici, finite col tremito rassegnato delle ultime foglie, ma il miracolo non si produceva e la costernazione ufficiale, col progredire delle ore diveniva sempre più fresante, sempre più cupa. E dell'«U 22» nessuna notizia... — Come si fa? — si domandava angosciosamente il «Flügeladjutant», facendosi cerchio delle mani al capo, mentre con l'occhio smarrito contemplava i telegrammi negativi che continuavano ad accumularsi sul suo tavolo. — Come si fa? — _«Ma varda sti taljan del diavolo che ve deve procurar sempre gratacapi, anca quando se perde in fondo al mar!»_ — mormorava nel veneto-italico idioma usato da tutta la _K. u. K._ marina austro-ungarica, come immortale sottostrato d'un tedesco imposto. E siccome sul suo tavolo era anche un telefono tutto scintillante, gli parve che mille occhi di superiori, pieni di minaccie lucide, lo fissassero. E s'inquietò. — _«Sti fioi de can qua!»_ — esclamò con ira e battendo col pugno chiuso su una copertina gialla, dove la sapiente mano d'un segretario aveva scritto, tra svolazzi d'onore e di chiusura, le parole: _Gefangenenverzeichnis der Italianische Marine_ (nota dei prigionieri della marina italiana). E come per colpirli direttamente del suo odio, aprì la copertina, percorrendo con l'occhio la breve colonna, dall'«Anselmi Giovanni, cannoniere», che l'iniziava, al «Zanetti Luigi palombaro», che ne chiudeva l'ordine alfabetico. Nelle notti d'uragano più oscure, quando un altissimo vento addensa lo strato delle nuvole in corsa, avviene talvolta che da un improvviso squarcio balzi fuori la luna e tutto il panorama del cielo s'allieti e si illumini come la natura ritrovasse pace. Così il nome di Zanetti all'occhio dell'ufficiale s'accese di subitanea aureola, e carte, tavolo, ufficio, tutto gli apparve più lieto. Le minaccie scintillanti del telefono divennero blande carezze di pupille superiori. L'orologio segnava un'ora di festa: le due e mezzo: l'ammiraglio doveva già essere ritornato al suo posto e non bisognava tardare un minuto di più a dargli la buona notizia, mettendo in valore ai suoi occhi la magnifica iniziativa. Ali diedero forza al suo scatto dal tavolo, alla sua corsa per i corridoi. E mentre i piantoni si chiedevano sorpresi se la colazione del giovane ufficiale non fosse stata troppo copiosamente innaffiata per qualche nuovo, immenso trionfo della _Mittel Europa_, egli li sorpassava veloce ad uno ad uno lanciando all'aria un rinnovato _eureka_: — _Gò trovà, gò trovà!_ * * * Il prigioniero entrò a passo lento e con la testa alta girando attorno uno sguardo tranquillo. L'antica aristocrazia della razza si rivelava naturalmente in questo popolano latino, i cui lineamenti non erano alterati da alcuna apprensione nè per l'improvvisa chiamata, nè per quanto gli potesse venir tra breve chiesto. Un latente ed intimo sentimento di superiorità, impreciso nelle lontanissime origini, ma fermo e forte come un'altra compagine ossea del suo organismo, non dava battiti ai suoi occhi, nè tentennamenti alle sue movenze. E si fermò avanti al tavolo, attorno al quale tre ufficiali di marina erano seduti, aspettando in silenzio che gli venisse spiegato che cosa si desiderasse da lui. Nell'ambiente militare austriaco non è ammessa alcuna cortesia di forma tra capi e gregari. Questi sono la massa incolore nella quale la distinzione dell'individuo è inutile. Il capo non parla, come da noi, ma ordina: e per questo la sua voce assume lo speciale tono imparato dai sotto ufficiali istruttori delle scuole, perchè per dare impulso alle masse umane filotedesche sembra necessario l'imitare per quanto è possibile il grido delle bestie. Questa volta, invece, il tenente di vascello che primo diresse la parola al prigioniero, le diede un breve preambolo di sorriso: — Xelo palombar lu? E al cenno d'assentimento che gli rispose, fece seguire un «Ben» pieno di graziosa benevolenza. — E — proseguì — _fino a che fondo l'e capace lu de andar?_ — Quando ero in esercizio potevo rimanere per circa mezz'ora in 30 metri... Ora non saprei... I tre si guardarono l'un l'altro con uno sguardo allibito. — _Lu vol scherzar_ — riprese l'ufficiale stiracchiandosi i lunghi baffi biondastri dopo una corta pausa. — _De questi palombar qui, ghe n'avemo anca noialtri a bizzeffe. Mi son sicuro che lu pole andar benissimo in quaranta e anca cinquanta metri. No xe vero, eh?_ — disse rivolgendosi per consenso ai due suoi colleghi. Gli risposero due brevi risa approvatrici della sua furberia. — _Perchè noi savemo che nela reale marina italiana i palombari xe reclutà tra i pescator de spugne e de corai... che xe l'ultima espression dei palombari..._ — Prima dell'arruolamento io ero meccanico e non ho mai lavorato a più di trenta metri... — _Ben, ben, benissimo... Ma ghe xe st'affar qua... che bisogna andar in cinquanta... Xe una miseria in più, salo?_ — Ma scusi: a far che? — disse il prigioniero mentre un poco di sangue gli saliva alle gote. — _Peuh... peuh! Xe una roba de niente. Se trata de calarse a veder lo scafo d'un sommergibile taljan che xe andà in malora sule mine stamatina, salo?_ — Italiano?... — La parola venne ripetuta arrochita dalle sue labbra, come pervasa da veleno sprizzato su dall'anima per improvviso squarcio. Con un gesto meccanico delle dita egli strinse i lembi del suo camiciotto bianco, ripetendo ancora a voce più bassa, intercalata da pause, «italiano... italiano...», mentre chinava a poco a poco la testa come meditando. Ma improvvisamente la rialzò e rallentò la stretta delle dita. I suoi occhi cupi si spalancarono, divennero tersi, fissarono dritti nelle iridi colui che gli aveva parlato e che lo stava ora contemplando con uno sguardo obliquo da volpe, sostenuto da un ghigno delle labbra: e, illuminati tutti da una indescrivibile espressione latina fatta di sodo buon senso e di logica ironia, divennero quasi sorridenti. Un punto: una cosa impercettibile nelle pupille, ma di una formidabile eloquenza. — Se lei è così sicuro che il sommergibile sia italiano, che bisogno ha della verifica del palombaro? I tre ersero il busto dalle rispettive sedie come per respingere sdegnosamente un'inaudita impertinenza. — _Gavemo qua_ — riprese il tenente di vascello, con un sorriso contorto — _un certo carcer duro che xe fato aposta per insegnar un pocheto de rispeto ai lazzaroni italiani..._ Qualche secondo di silenzio e di pallore: poi col semplice sporgere del labbro inferiore: — Vigliacco! — gli rispose evidentissimamente il marinaio senza emettere alcun suono. E immediatamente usò un'altra arma che in questo momento gli apparve ancora più acuta dell'insulto: la gioia. — Ho capito — esclamò, mostrando la fila candida dei denti sotto i baffi neri. Vado subito dove lei mi comanda. Cinquanta metri? Vedremo... Farò quello che potrò. Non garantisco, naturalmente, il successo perchè da quelle profondità lì si può anche non tornare vivi... — _Certo!_ — l'interruppe l'ufficiale con un'indifferenza fatta di intenzioni. — _Ma l'importante xe de rivar zò e de comunicar subito subito col telefono subacqueo quello che se potrà veder. Del resto sarem là anche noialtri, salo?_ Un indice a mezz'aria: il congedo. Fuori della porta, la ripresa di possesso della sentinella in attesa del suo uomo. Poi la risonanza decrescente di due passi lungo il corridoio. E subito dopo la fanfara burocratica dei campanelli elettrici e delle chiamate telefoniche intonava un coro squillante, propagato per tutta la piazzaforte come un flusso lieto e rasserenante: il palombaro era trovato... andava... ogni ufficio gioiva... V. La zattera era stata rimorchiata da un cacciatorpediniere sul punto dell'esplosione, là dove lenta pullulava la nafta dalla mortale ferita della nave inabissata. Il mare appariva coperto come da un nero lenzuolo ed era qua e là cosparso di tronconi, rottami e cose biancastre irriconoscibili, portati su da una sorgente macabra sprizzata dal fondo e che pareva non esaurirsi mai. Lo scenario delle isole stringeva intorno il panorama dandogli l'aspetto di lago; e alcuni scogli, netti sul verde dei monti, si ergevano qua e là come vele nere dal profilo bizzarro, prolungate in acqua dal loro riflesso. E da balze, da creste e declivi vigilanti giorno e notte il mare, come dai gradini di un anfiteatro vastissimo, mille osservatori invisibili puntavano i loro potenti cannocchiali sul centro della scena, dove un piccolo gruppo di attori si disponeva alla rappresentazione del dramma. Pochi attori: i tre ufficiali di marina che avevano poco prima, a terra, interrogato il palombaro italiano: un medico, pure di marina, nativo di Trieste, scelto per il suo italiano purissimo e perchè era bene che nulla sfuggisse di quanto sarebbe stato detto dal fondo del mare ed ogni domanda risultasse precisa; un sott'ufficiale e qualche marinaio addetti al servizio della pompa ed al maneggio del cavo di guida e del conduttore del telefono altisonante, che avrebbe ripetuto forte, con la sua strana voce di ventriloquo, ogni parola del palombaro; e questi stesso, assistito da un suo compagno di prigionìa, che aveva chiesto ed ottenuto di accompagnarlo. Egli era già vestito da mostro col collare metallico a posto. I suoi piedi elefantiaci, appoggiati col piombo sui gradini di una scaletta sospesa al fianco della zattera, già sparivano in acqua: ed egli, col busto piegato in avanti, aspettava che gli avvitassero l'elmo troncandogli il respiro dell'aria libera, che tutti gli esseri viventi respirano. La sua testa, coperta nei capelli da un cappuccio di lana rossa, appariva come più profondamente scolpita: e quel sudore continuo dei palombari, tutti rivestiti da pesante lana, gli imperlava la pallidissima fronte, radunandosi in goccie nel cavo degli occhi e del mento. — Pronto? — gli chiese l'ufficiale medico. — Pronto — rispose con voce ferma. — Zanetti, ti senti bene? — interrogò il compagno appoggiandogli quasi le labbra all'orecchio con mossa fraterna. Era l'ultima domanda di rito: quella che si rivolge nella nostra marina ai palombari prima della loro discesa. — Benissimo. — Ed accennando con una mano il grosso vestito nel quale era chiuso: — Mi pare di essere ancora al «mio» bordo — aggiunse con un sorriso di commiato. — L'elmo! — ordinò il sottufficiale ai suoi marinai. Sospesa nell'aria, l'enorme testa metallica venne a collocarsi sul collare e divorò la testa dell'uomo con un colpo secco di mascella. — Pompa! — Girarono i volanti dell'ordigno respiratorio ed un sibilo isocrono di aria, sprigionato dall'interno della testa del mostro, indicò che le porzioni di respiro assegnategli dagli stantuffi erano giuste. — Vetro! Vetro sul davanti dell'elmo. Una rapida avvitatura: la chiusura ermetica della vita. E il mostro subitamente rigonfiato e sibilante non ebbe più altro di umano che uno sguardo reso opaco dalle opalescenze del cristallo, uno sguardo che cercò ancora una volta gli occhi fraterni di colui che restava in alto, visione ultima del suo Paese. Poi l'acqua nera ribollì intorno a lui e se lo prese a poco a poco, senza trasparenze... Una mano che apparve straordinariamente bianca rimase elevata sull'acqua e disse «addio!». Sparve anch'essa: ed ecco che un getto di bolle sorse chetamente a frizzare nel punto dov'era sparita, riproducendosi sempre. L'uomo discendeva nell'abisso ed era quello il suo respiro visibile. * * * — _Quanto xe?_ — 15 metri. — _Filè pian, fermeve ogni cinque metri_ — ordinò il tenente di vascello. — Come va? — interrogò il dottore al telefono. — Bene — rispose una voce borborizzante e roca e la cui cupa tonalità acquistava la strana forza di propagazione dei fonografi. — Date cavo, date cavo... — _E allora filè, filè, voialtri. Se non vol altro... lo contentemo subito_ — disse il tenente di vascello sporgendosi a guardare fuori bordo. Il cavo di guida, il tubo dell'aria e il cavo telefonico scorrevano giù, giù, lentamente nell'acqua nera, tra il pullulare delle bolle d'aria, cordoni ombelicali d'una vita invisibile. — 25 metri! — lesse al manometro il sott'ufficiale. Silenzio: e s'udiva soltanto il fruscìo dei cavi sul bordo della zattera. — Cavo, cavo, date cavo — impose la voce da fonografo. E il fruscìo s'accelerò. — 30 metri... 35 metri... — Va bene? — chiese di nuovo il dottore, alzando involontariamente la voce, come per metterla alla stessa tonalità di quella artefatta dagli uomini e che sgorgava dalla campana del telefono altisonante. — Sì, sì, bene. Ho un po' di dolore agli orecchi, ma passerà. Cavo, cavo! — _Ostrega, che furia!_ — mormorò il tenente di vascello. — _Cossa ghe prende?_ — 40!... 43!... 46!... — E ora adagio... procurate di non dar scosse al cavo... perchè mi si ripercuotono nella testa — disse la voce dell'abisso. Più adagio ancora... — 48! — ... Tocco qualche cosa... Ferro... ferro stroncato... Più adagio ancora per non tagliare il vestito. — E che cosa si vede? — chiese il tenente di vascello. . . . . . . . — Quasi niente... Mi passano accanto una dopo l'altra come delle palle nere e vengono su, su... — Nafta? . . . . . . . — Nafta! Chi sa! — E poi? . . . . . . . — Quasi notte... una notte curiosa, piena di cose scontorte che tagliano le mani... Cercherò di scendere dentro... Tenete teso il cavo... Ecco: ci sono... — 50! — Dove? . . . . . . . — .... dentro... Tocco una porta stagna scardinata... Filate un po'... I cavi ebbero un balzo in giù e poi ripresero a strisciare lentamente per fermarsi di nuovo. Nessuno parlava. Il rumore ritmico dei volanti e degli stantuffi pareva la lieve palpitazione della zattera stessa, divenuta attentissima come una cosa animata e ragionevole, come gli uomini che portava sul dorso. E su questo silenzio sorse dall'abisso una sola parola che diede i brividi: — Un cadavere! E poi dopo una lunga pausa, qualche altra parola distaccata, certamente frammezzata da palpeggiamenti e constatazioni orrende. — ... nudo... schiacciato tra le lamiere... senza testa... qua poi ce n'è altri... Ah! — Che hai? — chiese il medico raccogliendo il grido. — .... — Che c'è dunque? . . . . . . . — Non mi fanno camminare... Mi si abbrancano addosso... È orribile... — Ma che dici? Chi? . . . . . . . — Questi morti... Spalancano tutti le braccia... Il medico si volse agli astanti che avevano tutti il viso rivolto alla campana telefonica e rimanevano immobili a fissarla colle sopracciglie inarcate. — Vaneggia, per Bacco!... Son già dieci minuti che è sotto e non credo possa resistere... Dobbiamo tirarlo su? — chiese al tenente di vascello. E siccome questi si strinse nelle spalle e allargò le braccia come per accennare all'impossibilità della cosa, alla necessità assoluta di sapere..., — Come ti senti? — interrogò alzando la voce. L'apparecchio riprodusse un ansito fortissimo e affrettato. — Così, così — fu la risposta. — E dove sei ora? L'ansito riprese e poi si tramutò in parola quasi convulsa... — Sono seduto su una fila di cassette che devono essere accumulatori.... Ho intorno una folla.... di corpi stroncati e sanguinosi.... che vogliono stringermi in circolo e non vi riescono.... perchè mancano loro molte gambe e traballano.... Vorrei prender loro un oggetto.... qualunque.... che li facesse riconoscere.... ma non vogliono darmi niente.... e se provo a toccarli mi minacciano con mani senza dita.... e con braccia senza mani.... — Vuoi venir su? — insistè di nuovo il medico. — No, per Dio!.... Voglio sapere.... Voglio sapere.... Se potessi arrivare a farmi dare.... il berretto da quello lì.... che ha la mascella fracassata e gli occhi sporgenti.... Dev'essere un ufficiale.... Tra le parole si sentiva a tratti l'ansito rallentare e divenir roco. — ..... si difende con un fascio di tubi stroncati.... e con un pezzo di lamiera che gli esce dal ventre.... Ma ci arriverò.... Se dentro c'è il cerchio d'acciaio e se ha i galloni grossi.... — Che dice? — chiese il medico al cannoniere italiano. Questi era immobile e pallidissimo. Con le labbra strette pareva ingoiar saliva mentre dal moto meccanico delle sue mascelle si produceva il rumore della confricazione dei denti. — Sono i berretti dei nostri ufficiali — disse con un tremito. — Bisogna che io prenda quel berretto.... che intravedo appena.... Ah! che fatica!.... Anselmi! la mia mamma.... Mi senti, Anselmi? Sì? La mia povera mamma.... Le dirai, Anselmi, che io volli sapere.... sapere se.... Ecco! Oh! Quanta luce! Quanta luce rossa!.... Arrivo.... vedo.... Accorrono da lontano, dal fondo del mare, ombre di marinai vestiti di bianco.... e si ammucchiano intorno.... a questi morti stendendomi le braccia.... Leggo dei nomi sui loro berretti.... Jalea.... Nereide.... Medusa.... I nostri sommergibili perduti.... Mi dicono.... — Non dicono niente — esclamò il dottore. — Càlmati, non ti affaticare... Procura di prendere il berretto e di uscir fuori subito... . . . . . . . — Sì che parlano.... mi dicono che son fratelli miei.... mi dicono di andare avanti.... e che poi mi daranno un buon posto tra loro..... L'ansito divenne quasi rantolo. Poi si udì di nuovo la voce, ma così bassa, così mutata da dar l'idea che una smisurata distanza si fosse ad un tratto interposta dal fondo alla superficie del mare. — Eccolo il berretto.... Ah! Grazie, grazie, mio Dio! E ora tutte queste ombre bianche acclamano e gridano.... — Che gridano? — chiese concitatamente il tenente di vascello. — .... — Dì! Mi senti? Che gridano? — insistè con un urlo l'ufficiale austriaco. E una voce finalmente rispose, che pareva il mormorìo d'un bimbo che s'addormenta, lontanissima, fioca, stanca, spegnentesi in un ultimo rantolo di morte. — Gridano.... Viva l'Italia! SOSTA DI AQUILOTTI. (LA GIOVENTÙ). _I speak not of men's creeds._ (BYRON — XLV). I. Nebbia fitta bassa e gelida; la natura, ridivenuta per progressione a rovescio informe abbozzo, arrischia poche chiazze di colore sull'immenso caos grigio che l'avviluppa e che ha divorato tutte le cose che esistevano al mondo. Allora, per la risonanza delle cose vuote, il mare vicino e invisibile sembra sforzare la sua gran voce per intonare una selvaggia e perpetua canzone, nella quale il cupo scroscio delle onde interpone in ritmo le note basse, espressione di una eterna minaccia. Passa un marinaio incappucciato e, per mancanza di sfondo e di qualsiasi dimensione di confronto, apparisce enorme. Passa e canta, finchè un grido che non si sa da dove venga non gli impone di tacere: e la nebbia lo inghiotte, lasciandogli soltanto il rumore del passo. Dà fastidio anche questo. — Fermo! — gli gridano di nuovo. E si riode il tumulto dell'acqua infranta dall'invincibile serenità della sabbia. Ed ecco che da lassù verso lo zenit, da una distanza che è impossibile precisare, e che può essere smisurata e minima, giunge a noi come l'indistinto ronzìo d'un coleottero sconosciuto, grosso, forte, rapidissimo. Sembra che questa creatura, scaturita dal cielo, abbia fretta di raggiunger la terra, contro la quale certo tra poco precipiterà, non avendo mai finora esperimentata la legge della gravità che attira verso il pianeta tutto ciò che sfiora la sua orbita. Ma in pochi momenti l'immagine dell'insetto diviene meschina ed assurda. Un rombo netto, sonoro, quasi musicale, che trova in sè una progressione di intensità via via più frenetica, una voce irrompente di dominatore, ci rivela che ciò che si approssima a noi è un essere fatto per traversare spazi di Creato. — Un idroplano! — grida una delle vedette dei forti nascosti dalla nebbia; ed altri invisibili corpi che popolano il grigio ripetono qua e là il suo grido. Eccolo: e nello sfondo cinereo, sul nostro capo balza fuori e trasvola inclinata una grande forma dalle linee dure che mantiene ferme due ali chiare e allunga una coda opaca, mentre dal suo muso rincagnato di triglia sfugge un anelito rabbioso e fischiante. È un solo attimo di sbiaditi colori, di fremiti di nebbia, di confusi turbinii; e subito dopo, laggiù, in direzione d'uno specchio d'acqua tranquillo, udiamo gli starnazzamenti ultimi dell'arrivo, rantoli di motore frammezzati da pause nette: poi, silenzio. E mentre nel cielo invisibile apparisce bianco e senza raggi il disco spento del sole, avviene nella nebbia una corsa d'ombre verso il punto dove il messaggero ora giace con le ali rimaste rigidamente aperte e senza più un palpito, come uccello colpito nel volo: una cosa divenuta d'un tratto talmente inerte che occorre per ogni suo spostamento il lavoro di una fila di uomini che essa segue legata, ficcando il muso basso nell'acqua e «guardando in su» con aria di rancore, dai cerchi tricolori dipinti sulla sua prora e che han la pupilla rossa e le palpebre verdi. * * * — E da dove viene lei? Il ragazzo disse le ultime parole a centinaia di chilometri di distanza, forse in una molto più alta latitudine, e adesso che deve parlar di nuovo e rispondere, sembra stentar a ritrovar le sillabe. Tutti uguali questi figli del cielo e della benzina! Tra l'orlo del grosso cappuccio di lana grigia ricalato sulla fronte e quello del bavero di pelliccia rialzato sulle gote e chiuso, i loro occhi continuano anche in terra a guardare al di sopra delle cose non riuscendo più a raccorciar le distanze e a riformare le prospettive orizzontali. I loro movimenti sono frenati dall'involucro di cuoio che li stringe e l'ingoffa, e sembrano anche in terra economizzare ogni loro forza per nulla sperdere della loro energia vitale, come lassù. Perciò camminano lentamente e con un passo che pesa; e stentano a rispondere alle domande degli uomini, perchè appena giunti dal cielo dove non v'è altra legge che quella del vento, del fulmine e della morte, altro spettacolo che i cataclismi delle nuvole e l'imperio sfrenato della luce, il piccolo uomo e le sue misere questioni ripugnano. — Vengo da X... — questo mi risponde come trasognato. — Ma vorrei un po' di cognac perchè il mio l'ho finito... — aggiunge, mentre si tira su il cappuccio, giù il bavero e scopre dei foltissimi capelli biondi, e una bocca rasata e ridente, tagliata dritta sotto la linea dritta del naso. Oh, grammatica dell'Ollendorff! Quanti dei tuoi grotteschi esempi si ritrovano nella vita! «Queste rose sono belle, ma il cavallo del colonnello (colonel) ha una macchia (spot) bianca sul petto...». Glielo dico. — Comprende subito: ride e s'asciuga col fazzoletto il volto che ha tutto bagnato come per pioggia. — È che ho molto freddo. Allora avviamoci a prendere questo cognac nel padiglione che la guerra mi ha assegnato: due centinaia di metri di percorso lungo un viale erboso, argentato dalla nebbia e fiancheggiato da scheletri d'alberi umidi. — Vuole anche un po' di thé ben caldo? — Grazie, sì. — Con qualche biscotto? — Perchè no? — Con un po' di carne fredda? — Pure. E siccome lo guardo di fianco..., — È che ho moltissimo appetito — mi dice con un sorriso di mortificazione. — A proposito, — continua, con una connessione che da principio non mi spiego — gli altri due devono avere «amarrato» in mare. — Che belle «piastrellate»!... — Che? — Sì, «piastrellano»... Gli altri due che dovevano arrivar con me «piastrellano». Sente che c'è un po' di mare mosso...? — dice soffermandosi e tendendo per un istante l'orecchio alla gran voce delle onde. — Noi diciamo così — prosegue — quando l'apparecchio «in velocità» sfiora le creste delle onde e prende panciate col «redan» che è una bellezza: sembra che la testa s'insacchi nelle spalle... e ciò mette molto appetito. Ecco: questo è il nesso; una volta che questo monello lo dice... E poi l'idea dei due suoi compagni che a quest'ora stanno insaccandosi la testa nelle spalle per le panciate sul «redan», gli riempie di schietta gioia il celeste degli occhi, sicchè ride, ed è giusto. Ma ritorna serio per dirmi: — «Redan» vuol dire spigolo: spigolo inferiore... quello che si sfonda sempre quando si piastrella troppo... — Ah! si sfonda sempre... E allora? — Allora? — ripete come sorpreso dalla mia corta antiveggenza. — Allora non si «flotta» più e... — E senza finir la frase fa un gesto con l'indice in giù verso uno sprofondamento immaginario. — Auff! che caldo! — aggiunge sganciandosi il pesante cappotto di cuoio impellicciato; e nell'aprirselo sul davanti appariscono sul suo petto due nastri azzurri di medaglie al valore. — Dunque — riprende — si va giù. L'altro giorno, vede, volavo su Parenzo insieme a molti altri apparecchi, secondo della fila. Ci tenevamo bassi di quota perchè gli Austriaci ci tiravano addosso un diluvio di cannonate ma malissimo e ci facevano proprio ridere. Però il mio apparecchio correva troppo sicchè ero obbligato a far giri continui, stando attendo a non «avvitarmi». — Cioè? — Sì: così... — E col dito descrive una specie di spirale conica col vertice in basso. — Intanto, con le granate fumigene, dopo due o tre salve gli austriaci ci avevano aggiustato il tiro sopra, e tutti gli altri salirono di quota, mentre io restavo basso, avanti a tutti e isolato, perchè quando si gira non si può guadagnar quota. Allora tutte le artiglierie se la presero con me. Guardando in giù vedevo vampe di qua, vampe di là, dappertutto. Nel volo traversavo zone annerite dai gas delle esplosioni e che bisognava respirare. Lasciai andar giù una bomba: e stavo per lasciar la seconda, quando sentii come un colpo metallico che non ha niente del fragore della detonazione e che somiglia piuttosto a un forte tocco di campana. L'osservatore che aveva la testa sporta in fuori del «boat» e guardava il fumo della bomba sorgere laggiù dal bersaglio, la ritirò istintivamente come colpito da uno schiaffo d'aria. Uno shrapnel c'era scoppiato così vicino che per qualche minuto non sentimmo più nemmeno il rumore del motore. Eravamo a 2200 metri... Giù l'altra bomba... Lei sa che non arrivano mai... — Che cosa? — Le bombe. — No: io non so che le bombe non arrivano mai. — Bene — dice il monello considerandomi con una attenzione allarmata. — Le spiego io: quando si lancia una bomba, la si vede sfuggire subito all'indietro e uno si dà immediatamente della bestia e forse peggio; poi si vede andar giù, giù, impiegando un tempo enorme perchè pare che la terra le sfugga di sotto; e si proietta ben in rilievo sullo sfondo appiattito della città, come un chicco di caffè verdastro che scorra su un quadro di paesaggio messo orizzontalmente su un tavolo: ma non arriva mai; poi, ad un certo momento, sembra mettersi a correre presto presto nella stessa direzione dell'apparecchio, ma laggiù, sui tetti e sulle vie, finchè sparisce in una macchia che s'apre come un fiore nero sul bersaglio. Esplosione, niente; non si sente niente; e quando da questa macchia nera comincia a levarsi una colonna di fumo, si ha l'impressione di essere del tutto estranei all'avvenimento. Uno non c'entra per nulla. Mi spiego? — Altro che! — Dunque, mentre guardavamo in giù per seguire questa seconda bomba che non arrivava mai, la pressione dell'olio al motore venne, chi sa perchè, a mancare e il motore fece «panne» e dovetti mettermi a «picchiare» e a «planare» girando la prora verso l'Italia. Sotto c'erano dei cacciatorpediniere nemici che pareva guardassero in su aspettando la nostra caduta: quattro foglioline d'ulivo, circondate d'azzurro e coronate anch'esse di brave vampette rosse, dedicate a noi. «Plana» e «picchia»... «plana» e «picchia», facevo dentro di me il calcolo 2200 x 7 = 15.400 e quelli, vampette, vampette... Pare impossibile: dove arriviamo noi, tutti si mettono a tirar fuori vampette più che possono. — Aspetti un po': che cos'è questa moltiplicazione? — Oh bella! Il numero dei metri che lei può percorrere a motore spento, «planando»: sette volte l'altezza... — E su che cosa «picchiava»? Questa volta è lui che proprio non capisce. E mi guarda sbalordito. — Ma su niente — dice alla fine e rimanendo con gli occhi benevolmente spalancati, come un maestro che allo strafalcione fondamentale d'un allievo s'avveda d'esser di fronte ad una mentalità irrimediabile. — «Picchiare» si dice d'un apparecchio che s'inclina in basso per perdere quota, come «cabrare» significa il contrario — e il suo tono di voce è precisamente quello di: «la lettera A, mio caro bambino, e l'ho detto tante volte, è la prima dell'alfabeto; la seconda è B, la terza è C...» — Dunque, «plana» e «picchia», 2000 x 7 = 14.000, 1500 x 7 = 10.500, 1000 x 7 = 7000, giù, giù, lasciai molto indietro i cacciatorpediniere. Sotto di me cominciai a scorgere i soliti puntini bianchi sulle iridescenze azzurre e «verticali» del mare, cosa che vuol dire mare mosso: sì, proprio come le stelle su un cielo rovesciato, ma più fitte e più uguali. Giù, giù: 800 metri: i primi gabbiani — i gabbiani si vedono soltanto da 800 metri, lo sa?... — Ed ecco che mare, puntini, gabbiani, tutto ci salì addosso come per una esplosione della terra: poi il «solito» tonfo, schiuma, sapore d'acqua salata, e quella sensazione calda sulla pelle che vuol dire che ci si è... — Dove? — Dentro l'acqua... — È calda? — Sicuro: quando si scende da lassù, lassù, l'acqua è sempre calda... Tre o quattro piastrellate sulla cresta delle onde ci avevano sfondato il «boat» e ce ne andavamo giù... Per fortuna accorse un cacciatorpediniere nostro e... Eccoli! eccoli! — esclama il ragazzo, fermandosi e tendendo l'orecchio. — Chi? — Gli altri due... Io non sento null'altro che le fragorose cateratte delle onde, sul cui rumore si sovrappone ad un tratto la risata gioconda di costui che per un motivo che assolutamente mi sfugge, si diverte un mondo. — Ah! ah! — grida. — Ma non sente come «piastrellano!». — Lo dicevo io, che «amarravano» in mare! Come due spugne, arriveranno! Ed è tale la sua gioia che si toglie con un gesto vivace i grossi occhiali orlati di pelliccia che teneva sollevati sul cappuccio di lana, come se questi due occhi da batrace fissati da un elastico attorno al suo capo, comprimessero anche la sua felicità... E ride, e ride... II. Siamo in cinque, attorno ad una improvvisata colazione, in una stanza dove la guerra ha lasciato qualche traccia di cannonate e poche altre cose; tre aviatori che per ora parlano poco: un'altro che non lo è, ed ammira il robusto appetito dei cieli, e Pick, un giovane fox-terrier, nato a bordo di una nave da guerra, vissuto in guerra e che porta con modestia incise sul collare alcune date memorabili, cosa che non gl'impedisce ora di raspare a turno le ginocchia dei commensali per chiedere la parte di cibo che l'uomo gli deve. Larga, insperata messe, oggi, per lui! Il grado di considerazione accordata a un cane si riflette sull'uomo e lo classifica. Gli ambiziosi, gli egoisti, i malvagi, oltre i loro speciali caratteri, hanno per attributo comune e costante l'incomprensione del cane e lo ripudiano. Uno sguardo a un cane definisce una mentalità assai meglio che un discorso, perchè è sicuramente scevro di menzogna. Ora dalla maniera con la quale questi tre ragazzi festeggiano la snella bestiola che gratta loro le ginocchia, dalla premura con cui accondiscendono ai suoi desideri ossei, mugolati e sottolineati dall'implorazione gialla degli occhi, si comprende subito che il cane occupa un posto importante nella loro vita terrena. E specialmente questo: in modo particolare perchè... — Perchè somiglia a Digdish — afferma uno dei due ultimi arrivati... — È un giovanotto alto, biondo anche lui, squadrato, dai piccoli occhi rintanati e roventi, la mascella volontaria, le labbra assottigliate da una stretta nervosa della bocca, e che nel complesso dei movimenti ricorda quei cuccioli di grossa razza, ancora mal torniti e poco elastici, che sembrano avere troppe membra e la carne mal distribuita. Ma ha tre medaglie al valore, l'uomo cucciolo: e le porta come se le avesse sempre avute dalla nascita. — Digdish era più macchiato! — sentenzia il terzo, il «puer italicus»; «puer» repentinamente allungato da una macchina trattrice per fargli raggiungere la statura degli uomini, ma rimasto «puer» in tutto, anche nella voce timida e dolce e nel sorriso incorrotto con cui accompagna le parole. Il monello primo arrivato conferma: — Digdish era più macchiato. — E chi era Digdish? — azzardo io. — Parla tu. — No, tu. — Racconta tu. La forchetta del monello cade e una specie di sospiro ne accompagna la caduta. — Chi era Digdish? Era il fox-terrier di Voujois, l'aviatore francese che fu abbattuto a Capo d'Istria dall'austriaco Bamfield, mentre volava proprio accanto al mio apparecchio — dice il monello col tono di voce che s'usa prendere in prima tecnica per recitare una faticosa lezione. — C'ero pure io: a 2200 — sorride il «puer italicus» blandamente. — E pure io: a 1500 — aggiunge l'uomo-cucciolo, con uno scatto che gli dev'essere abituale, come se parlando rispondesse sempre ad un'ingiuria. — Era venuto dalla Francia, Digdish, e se ne vantava coi suoi colleghi d'hangar, ai quali accordava pochissima confidenza; appena un'annusatina mattinale ed alla svelta, quando tutti gli aviatori venivano alla visita degli apparecchi, accompagnati dai loro cani. L'odore della benzina e dell'olio giovava alla sua salute; e siccome la prima distrugge l'altro, così strofinandosi di qua, di là, tra bidoni e botti, riusciva press'a poco ad avere un colore uniforme, il quale era giallo. Se Voujois lo cercava, sapeva dove trovarlo: o accovacciato sul sedile d'un «boat» o accucciato su un'ala, o in alto a leccare un motore o a far l'equilibrista su un «gauchissement». Abbaiava di gioia soltanto quando udiva il rombo di prova d'un motore rotativo che era il tipo al quale apparteneva quello dell'apparecchio del suo padrone: gli altri lo lasciavano indifferente. La sua vita era l'hangar e si nutriva di qualche grosso topo che vi acchiappava e che sapendo d'olio di motore gli sembrava ben cucinato ed eccellente. Quando il padrone lo portava in volo, il suo posto era tra la mitragliera e la leva di distacco delle bombe; e fissava anche lui ora l'altimetro, ora in giù il gran baratro azzurrognolo dove sotto la corsa delle nubi roteava la terra, lasciandosi drizzar le orecchie dal turbine dell'aria freneticamente aperta. Allora se per troppo lungo volo aveva fame, rosicchiava il cuoio del sedile o leccava la pompetta ed era beato... Un giorno in un volo tempestoso, con l'apparecchio reso convulso dal vento, quando tutto, cervelli, mani, muscoli, fili d'acciaio, olio, benzina, legno lottavano insieme per la vita e per la morte, Digdish che ingombrava troppo nel «boat» e poteva ostacolare qualche manovra, fu sospeso dall'osservatore pel collo e tenuto lungamente fuori a tremila metri dalla terra. E il suo corpicino sibilò al vento negli spazi, povera cosa... — Bene! — Che? — Niente... — Le gote del monello si sono accese e i suoi occhi scintillano. — Niente, gli ripeto, perchè dopo l'interruzione ammirativa per la sua frase e che non ha compreso, cessi di guardarmi stupito e si decida a riprendere la narrazione. — ... povera cosa pronta alla grande caduta verso l'impassibile attrattrice della sua vita, di tutte le nostre vite... Quando l'apparecchio, finalmente salvo, amarrò, Digdish ritornato sulle sue gambe si diede una grande scossa per ravviare il pelo, si leccò due lagrimotti umani che il vento violentissimo gli aveva tirati fuori dagli occhi, scodinzolò e fu tutto... — Perchè ha detto «lagrimotti umani»? — Non so — dice il monello soprapensiero. — Perchè a me, che lo vidi saltar giù, fece l'effetto che lassù, sospeso nel vuoto, avesse pianto come un uomo... — E lei ne ha conservata l'immagine... Una stretta di spalle e una pausa. — Forse... Ma mi lasci finire la storia, se no questi due qui — dice indicando i colleghi — mentre io parlo, mi si mangiano tutto... Dunque, quando Voujois non lo portava in volo, Digdish si gettava in acqua nuotando dietro l'apparecchio, finchè questo non «decollava»; allora veniva a terra e continuava a correre come un cane impazzito, saltando ogni ostacolo e guardando sempre in su dove già alto, già punto nero nel cielo, il suo padrone svaniva dentro le nuvole. Venne la volta che la sua corsa durò fino a sera e dal cielo non scese più nulla che avesse motore rotativo. Digdish ritornò all'hangar, solo, col muso basso, come covasse in sè una troppa cupa angoscia e non volesse mai più guardare in alto. Per giorni errò guaendo da un apparecchio all'altro, annusando «redan», interrogando ali, motori, timoni, scattando via per improvvise corse fuori dell'hangar e ritornando dentro a lento passo. Dimagrì, fece gli occhi rossi e... — ... morì? Sa, abbrevio io per la sua colazione... — Sì, morì; ma da aviatore: di bomba. — Eh? — Sì, di bomba. Una ne scoppiò per inavvertenza dentro l'hangar. Morirono degli uomini e morì anche lui insieme a loro... C'ero anch'io e me la cavai... Non potrebbe farmi portare un altro poco di «roast-beef»? * * * — Sigarette? — Grazie, no. — Lei? — Io? Non fumo — s'irrita l'uomo-cucciolo. — Lei? — Nemmeno io, grazie — sorride il «puer» pacatamente. Ed ecco che la mia sigaretta sa di vergogna e dura troppo tempo. — Fino a pochi giorni fa fumavo — riprende quest'ultimo con accento soave, mentre s'alliscia un ciuffo di capelli che la stretta del cappuccio gli ha incollato sulla fronte. — Ma dopo il tuffo della Gaiola mi è rimasto un po' di mal gola e ho dovuto... Ma voi due, vi prego, non ricominciate! — esclama ai suoi compagni che si son messi improvvisamente a ridere, con quell'irruenza di riso che il ricordo d'una buona storia provoca nei ragazzi. — Sa, ho dovuto smettere... E basta, per Bacco! finitela! E sì: i due tentano di finirla, infatti: ma per lo sforzo lagrimano e mugolano. — È che lei non può immaginare che cosa buffa sia stata questa storia della Gaiola! — dice il monello stentando a far seguire le parole. — Si figuri che mentre ritornavamo verso l'Italia, si mise una di quelle ventate improvvise che sono la dannazione dell'aviazione. Il primo a precipitar giù fu il nostro capo-squadriglia. Questo qua, che era n. 2 — ed accenna al «puer» — da ottimo subordinato, ne imita l'esempio, «cappotta» pure lui e giù. Io, che ero il terzo, «picchio» giù per vedere che cosa c'era da fare per ripescarli. L'apparecchio del capo-squadriglia stava abbastanza bene; nel «boat» c'era molt'acqua, ma «flottava». L'altro, quello di questo signore, stava molto peggio: aveva la sola coda fuori e le ali erano quasi sparite sott'acqua: e su quello che restava si vedeva un uomo aggrappato... — Questo signore? — No, lui: il pilota... Questo qui era sotto... — ... alle prese coi fili e già mezzo annegato — dice con un placido sorriso «questo qui». — Ed ecco — riprende il monello, frenando per quanto può la nuova risata che sta per erompergli dalla gola — che vidi ad un tratto sbucare dal mare un affare giallo che sbuffava come un tricheco... — Questo signore? — Proprio lui... e il pilota lo acchiappò, lo adagiò sul «boat», cominciò a slacciarlo, a strofinarlo... — Mi credeva finito e mi chiamava coi più dolci nomi... — insinua il «puer italicus» tranquillamente, mentre accarezza il fox-terrier che gli chiede di saltargli sulle ginocchia. — Non ho mai riso tanto da che volo, creda, — conclude il monello. — E intanto io non posso più fumare — sospira il «puer» sollevando il cane. L'uomo-cucciolo, che ha già ripresa la sua aria truce, sta considerando in silenzio gli sprazzi di topazio che un pallidissimo raggio di sole, refratto da una caraffa di Capri, irradia sulla tovaglia. — E lei — gli chiedo — ha preso parte a diverse di queste spedizioni? Bisogna certo interpretare come sì il suo piccolo ringhio di risposta. — E dove? — Sedici volte su Pola... tre su Parenzo... due su Cittanova... due su Trieste... una sulla Gaiola... una su Rovigno... Per qualche istante nessun rumore rompe il mio silenzio sbalordito. — Ho preso soltanto qualche giorno di riposo dopo un'incursione sui cantieri del Lloyd a Trieste perchè ritornai con l'apparecchio tutto bucato e col timone di profondità sconquassato — brontola a scatti l'uomo-cucciolo, continuando a fissare gli sprazzi di luce gialla. — E come? — Le mitragliatrici... Dopo fatta la festa all'hangar, ai depositi di legname e ai serbatoi della nafta, fummo attaccati da sette apparecchi austriaci... — Bellissimo spettacolo! — postilla il monello. — Roulier, l'aviatore francese che volava poco lontano da me, fu abbattuto ed ucciso insieme all'osservatore. Duclos, pilota di un altro apparecchio francese, dovette «picchiar» giù e «amarrare» perchè ebbe il serbatoio della benzina forato dai proiettili: e il suo osservatore morì affogato; ma lui e il suo apparecchio vennero salvati. Mi trovai solo e attaccai il più vicino degli apparecchi nemici andandogli incontro e sotto a cinquanta metri. Vedevo benissimo l'amico austriaco suonarmi l'organetto addosso, girando il manubrio della mitragliatrice presto presto. Anche gli altri sei, chi sopra, chi sotto, mi ruotavano attorno aggiungendosi all'orchestra... Eravamo a circa 3000 metri di quota. Laggiù fumavano i cantieri di Trieste incendiati, opera delle mie mani... — dice l'uomo-cucciolo, cambiando repentinamente il secco tono della sua voce per una vampata calda che gli si è sprigionata dentro ad un tratto e che ha fuso la sua freddezza apparente, mentre gli occhi gli si accendono di faville e la testa, levata fieramente in alto, trasfigurata, riproduce per un attimo la mossa di lassù, quando volava nello sciame della morte, avventandosi solo contro sette nemici. — .... vedevo le colonne di fumo nero salire alte nel cielo e fondersi in una unica nuvola, densa come cortina d'uragano. La mia missione era compiuta e morire era niente. Sotto: sotto: sotto; sentivo ogni poco sobbalzare l'apparecchio come per una scudisciata invisibile: toccato da un proiettile, l'aeroplano rabbrividisce come un corpo. La cinghia della nostra mitragliatrice era già consumata a metà, quando, «maledetto il demonio!» l'arma traditrice chiuse le mascelle e non ci fu verso di farla mangiar più. Che cosa dovevo fare? Mi toccò a «picchiar» giù e via, via, verso il ritorno, inseguito per un poco, poi abbandonato, salvo, ma tutto bucato e pronto a precipitare giù se quel filo di solidità che era rimasto al timone orizzontale fosse venuto a rompersi... Gli altri due colleghi gli battono le mani: io m'unisco a loro; Pick abbaia. — Che vi prende? — brontola l'uomo-cucciolo, ridisceso immediatamente a terra, coll'anima, con la voce e con l'espressione. — Bravo! — gli ribattono i due. — Non mi state a seccare!... — E riabbassa la testa: e si mette di nuovo a considerare gli sprazzi di topazio. Silenzio. III. Qualcuno ha picchiato — nel senso terrestre — alla porta. — Avanti. È la posta: e il ragazzo sussulta e si agita, indagando con gli occhi ansiosi nel mucchio di lettere che il marinaio, fumido di nebbia, stringe nella mano callosa. — Telegrafai due giorni fa che indirizzassero qui — dice. — Postino: c'è niente per me? — Lei è il signor...? — Sì. Ecco: due lettere. — E l'uomo le porge alla sua mano impaziente. Riconosciute e rigirate, le due lettere sono oggetto di una lotta intima troppo evidente. Ecco la terra che ritorna con tutti i suoi legami umani, con i suoi mille artigli tesi verso ogni anima: ecco quella cosa che striscia alla superficie del mondo, la carta, la fissatrice di dolore, di gioia e di menzogna, che insegue l'uomo dovunque e spinge anche qui una sua branca... Di che? L'ansia che ora trasfigura il volto del ragazzo, dice che è di dolore: dice che il figlio dell'aria non vive abbastanza distaccato dalla terra e che i suoi tremila metri d'altezza non gli servono a spezzare le catene di sofferenza che avvinghiano l'uomo al basso, dov'è nato: checchè si dica, l'anima non ha altre ali che quelle che il cervello gli presta. — Ma apra pure, — gli dico. Obbedisce sveltamente: straccia, legge, si fissa. — E mi dica — continuo rivolto verso l'uomo-cucciolo perchè il ragazzo non si senta osservato nella sua lettura. — Il cadavere di Roullier venne ricuperato? Si ripete il brontolìo dell'uomo-cucciolo che significa che afferma. — Ebbe solenni funerali a Venezia — interviene il «puer» tranquillamente. — La gondola funeraria solcò i principali canali e passò tra miriadi d'imbarcazioni accorse dai rii, dalle sacche e dalle darsene... — Però, com'è difficile gettar fiori! — esclama il suo collega, col solito accento d'ira che il distacco dal silenzio pare dia sempre alla sua voce. — Come sarebbe a dire? — Dall'apparecchio — brontola. — Quel giorno, neanche uno sei riuscito a mettergliene sulla bara — insinua agro-dolcemente il «puer». «Mettere su»; locuzione che gli aviatori usano per le bombe lanciate con successo su un bersaglio. — Già: e sì che volai basso più che potevo: ma proprio nemmeno uno ce ne misi! È difficilissimo: la remora d'aria fa così — (un fischio prima e poi il gesto natatorio delle braccia) — e li allontana. Con la coda dell'occhio seguo il ragazzo. È pallido: le sue sopracciglia inarcate a metà si riuniscono all'origine del naso: rilegge con più concentrata attenzione, come per discutere ogni parola e inciderla nella ragione. Le due buste sono lì sul tavolo, stracciate, per aver già partorito il loro segreto e ormai inutili all'uomo. Esse appartennero alla stessa scatola: si vede; ma furono vergate da due caratteri differenti, entrambi femminili; e l'una, nell'ampiezza delle lettere, la regolata sicurezza del tracciato, la svelta eleganza della forma dice una gioventù compassata e altera; l'altra, scompigliata e impicciolita dalla raffica dell'esistenza che piega e rimpicciolisce tutto, dice la maturità. Madre e figlia... forse... e per sapere subito che cosa esse scrivano venne anche fatto un telegramma. Dunque... Dunque, pessima cosa indagar nelle cose altrui e fantasticarci sopra com'è nostra, latina abitudine. Ma intanto il ragazzo che ha finito di leggere, continua a tacere fissando a sua volta gli sprazzi di topazio sulla tovaglia, ma senza battiti d'occhi. — Se almeno durasse la nebbia!... — mormora come conclusione d'una lunga, interna riflessione. Il «perchè?» che gli dirigo sembra dapprima non scuotere il corso dei suoi pensieri, avviato — lo si comprende — verso un vortice doloroso della sua vita. Ma poi gli fa schiudere la bocca con quella mossa circolare delle labbra che hanno i fanciulli perplessi ad una confidenza. — Perchè se fossi sicuro che la nebbia durasse qualche giorno e c'impedisse il volo, dovrei correre a Firenze... subito... subito — e i due «subito» vibrano e tremano... — È una cosa per me molto grave... Gli altri due lo guardano con lo sguardo di chi sa. Io taccio: e comprendo benissimo che costituisco proprio io un imbarazzo alle loro domande. Cane! Risorsa dell'uomo, vieni qua: lascia che mi chini ad aggiustarti la rossa collarina dove l'incisa targa d'argento proclama che sei ottimo animale. E ottimo e ingenuo veramente sei, che non t'avvedi che l'occhio del «puer» e la piccola pupilla dell'uomo-cucciolo si avvampano di amichevole ansia per il loro amico che stringe nel pugno le due buste ora riempite, come ne volesse spremere tutto il veleno che esse gli recarono da lontano. E non odi ora il «No?» col quale al di sopra del mio capo, il «puer» lo interroga? E la risposta, gonfia di tutte le amarezze: — No, finito: perchè sono aviatore... — sibilata da labbra sbianchite e contratte, non ti dice nulla? Tu non le capisci, ottimo cane, queste cose: e allora lasciami rialzare il capo, come non avessi ascoltato niente: vattene; abbandona noi uomini al nostro destino di bestie, dette, ma dette da noi, ragionevoli. Se sapessi quanto questa parola ci pesa! Ora gli sprazzi di topazio irradiati dal Capri sulla tovaglia s'accendono e fervono. È una raggiera mobile che si agita, s'insegue, lancia elementi guizzanti alla ricerca delle cose lucide, li ritira, inietta giallo e rosso qua e là, si contrae, riscintilla, fervida o smorta secondo il capriccio d'un raggio che un Dio lontano c'invia. Perchè fuori c'è il sole. E, avanti a lui, l'orda maledetta della nebbia s'acquatta, si disperde e fugge, bassa come le cose vili. E l'azzurro eterno trionfa, nel cielo e nel mare. Niente è più oscuro nel Creato: salvo che nel cuore di questo ragazzo che dalla finestra, ora spalancata, fissa il cielo terso e sembra inghiottir sorsi di pena. * * * Vanno. La loro missione è terribile. Devono traversare un mare, poi sfidare decine di cannoni e far scorrere i loro chicchi verdastri sul quadro orizzontale d'una grande fortezza nemica. In tre ore il loro destino dovrà compiersi. La terra è ormai cosa che non li trattiene più e per recarsi ai loro apparecchi che già starnazzano impazienti e fissano coi cerchi tricolori degli occhi l'acqua avanti a loro, essi camminano con la testa rovesciata in alto scrutando il cielo. Vanno, i tre aquilotti che han sostato da me. Il loro aspetto è ritornato da volo: lana e cuoio li ingoffano e del loro essere non apparisce più che lo spiraglio degli occhi dove s'è riformata subito l'anima che fissa la morte da smisurate altezze. Sono calmissimi, perchè cade in ogni agonia l'interesse per qualsiasi cosa, e non parlano quasi più perchè al momento dell'elevazione, quando l'ostia è lentamente protesa in alto, anche il sacerdote tace... Che uno di questi sanguini al di dentro, e porti indosso il proprio cilicio non si vede: e quando i grossi occhiali da batrace si fissano al di sopra dei baveri rialzati, i tre aquilotti sono identici, assolutamente identici, trigemine creature d'ibridi accoppiamenti nell'aria, partoriti in nome della Patria. Chi è dei tre che accarezza il fox-terrier, che ci saltella intorno e ci accompagna? Quello che è leggermente più basso; il ragazzo dunque: e la sua carezza si prolunga come quelle carezze dei muti che mettono nell'indugio del gesto tutto ciò che la parola non può esprimere. «... Perchè è aviatore...» Perchè la sua esistenza è cosa irrisoria, qualcuno oppone la gelida lama del senso pratico della vita al palpito caldo della sua anima, che s'abbandona in terra agli slanci e agli affetti di tutte le creature umane, secondo la legge universale degli uomini della terra. Al cielo, lui! E il cielo è per la morte e per gli spiriti. Ed ecco che egli sale goffamente al suo posto nel «boat», il fragile sostegno del suo corpo contro la grande caduta. Il turbinìo dell'elica pone nell'aria, dietro il suo capo, come una grande lente di ghiaccio opaco, aureola dei martiri del cielo: fremono le ali come per una malata agitazione dei muscoli e tutte le nervature di acciaio tintinnano. Gli occhi, quegli occhi tricolori dell'apparecchio, sembrano spalancarsi, troppo tersi e avidi di vertigine, esprimendo lo stupore di non sentirsi ancora nelle pupille l'urto frenetico del vento che li annebbierà tra poco. E di qua e di là oscillano lievemente su ganci le bombe grigie, come si destassero da un lungo letargo e nel fremito vitale di tutti gli organi riacquistassero subito la loro anima bieca, la loro parola sibilante, troncata dall'ultimo urlo dell'esplosione. Un gesto, uno sbuffo, un balzo e l'acqua s'apre bianca, schiumeggiando negli occhi dell'apparecchio che sembra tendere ancora più le ali per avventarsi meglio. Al loro urto pare che l'aria si solidifichi e si disponga a piano inclinato per la salita al cielo. Su: cessa la schiuma; il distacco dalla terra è avvenuto: cade dolore e rimpianto e comincia la morte. Il sole accoglie questa nobile cosa che s'alza, che s'alza verso di lui, e la copre di scintille d'oro contro una nuvola grigia di nebbia in fuga. Ora gli altri due apparecchi l'inseguono, formano stormo: sembrano collocarsi nell'aria rotta dal primo, con l'acume di alcuni uccelli migratori che tutto sanno delle astuzie dell'aria. Su: sono tre piccole croci latine, che il passaggio di uno stormo di corvi molto più basso e vicino soffoca nelle proporzioni. Bisogna ricordare d'averle viste qui nelle loro dimensioni vere, quelle tre croci, per non ubbidire alle strane allucinazioni della vista. Dieci minuti? Son già dieci minuti di volo? Si trovano già a più di 30 chilometri da noi? Allora tra quaranta minuti, traversato un mare, essi saranno tra le vampette rosse, che ogni terra, ogni nave partorisce per accoglierli... Ah! Aquilotti d'Italia! Son certo gli occhi dell'anima che ci permettono di vedervi ancora, piccoli punti che la nebbia offusca. Questa cosa grigia e piatta che voi forse rigirandovi vedete ancora come una cornice scura del grande baratro azzurro, siamo noi, l'Italia, l'ansia, l'angoscia, la vista inumidita... E quell'altra cornice che voi forse già scorgete avanti a voi è l'odio, lo sguardo micidiale, l'Austria, la morte... Tra qualche minuto il fato vostro è deciso, aquilotti d'Italia. Possa l'anima nostra sostenervi con mille mani invisibili quando, tra poco, intorno a voi, risuoneranno i rintocchi metallici degli shrapnel ed aprirvi sicura la via nelle sfere brucianti delle esplosioni... Non vediamo più nulla, noi: ma è restato nell'aria come un triplice solco luminoso che si figge nelle nuvole; ed esso persiste anche nel nostro spirito contro la grande nebbia dell'attesa. . . . . . . . Sapremo tra quattr'ore, da un'altra città, del loro ritorno. Uno dei tre ce lo telegraferà subito, come ha promesso. Aspettiamo e mentre per le immutabili leggi dell'esistenza noi continuiamo ad occuparci delle minute faccende giornaliere, lassù, intanto, la tragedia si svolge... . . . . . . . Eccolo il telegramma. Quando il sistema nervoso è in tensione, ogni involucro che racchiude pensiero umano ne lascia sfuggire un poco, tanto quanto basti al presentimento. Da questo foglietto giallo ingommato di fresco emana qualche cosa d'indefinibile e che somiglia al senso di diffidenza che ispirano alcuni fiori contenenti tra i petali chiusi un polline avvelenato. La censura ha costretto a poche parole ambigue spoglie di ogni accenno di precisione. Ma il loro significato s'erge per noi inciso e nitido nell'angoscia, come un albero morto solitario nella neve: «Due bene altro disceso troppo basso perduto». Disceso troppo basso... L'eroismo supremo degli aviatori... Venir giù, diritti sulla fornace per colpire meglio... O per esser... [Illustrazione: feldpostkarte.] IL CARNEVALE DEL SILURO. (L'AMORE). (_Dalle memorie d'uno che non è più_). I. Porto. Parola che ha oggi acquistato un significato che non ebbe mai. Si entra in porto in grazia d'una causale infima: perchè nello spaventevole immenso tappeto azzurro dove l'invisibile rastrello della morte, senza sosta tira a sè vite, vite e vite, il giuoco è stato favorevole e la puntata della propria vita è riuscita. Una volta si diceva: entrare in porto; e questo significava percorrere uno spazio d'acqua più o meno vasto, delineato da moli, e traversare un punto più ristretto che si chiamava bocca, larga abbastanza perchè diverse navi contemporaneamente vi passassero. Oggi oltre i moli esistono altre chiusure di reti subacquee, rese appena visibili da file di galleggianti metallici e la bocca non c'è più; c'è invece una porta, e bisogna che le navi passino ad una ad una, sotto lo sguardo metallico di cannoni portinai. E perchè nessun pescecane di guerra possa approfittare dell'apertura per seguirle alla chetichella, la porta si richiude subito ad ogni passaggio e la clausura è assoluta. Oggi si entra «dentro» un porto. Dentro, non più fragore di grue e urla di scaricatori: un silenzio di chiostro: di strano chiostro marittimo: e nello stringersi ai loro posti una all'altra, negli ultimi rantoli di vapore dell'arrivo, le navi giunte sembrano ancora percorse da lunghi brividi di terrore, e ansar forte come prede sfuggite da poco ad un artiglio spietato. Ed allora la loro mole enorme, fatta per sprezzar onde giganti, presenta un pietoso contrasto con questo loro pavido aspetto; e l'antica logica di pace, basata sull'equilibrio tra dimensioni e forza si smarrisce... Ma fuori dunque che c'è? — Nulla che all'occhio apparisca. Gli orizzonti, chiusi come sempre da eterni cerchi di mistero dove il pensiero s'annega, non sono incisi che dalle groppe infinite delle onde. Ma se questo povero mondo s'incammina, troppo vecchio, verso la fine, il mare sembra già in agonia aspettando che i continenti alla loro volta muoiano, dissanguati e incendiati. Nella guerra di una volta innumerevoli navi popolavano i mari e si muovevano incontro nella bella luce del cielo, vivide di colore e d'aperta energia. L'uomo le fissava, ne vedeva venir fuori la morte e non tremava: oggi non vede nulla e trema. È che nel mare, come nella vita, s'è infiltrata la Germania, perpetua gesuita di ferocia, tabernacolo eterno di follia distruttrice, ed ha preso il posto nascosto che alla sua natura conviene: sott'acqua: fuori vista. In terra la spia, la corruzione e la menzogna: in mare l'agguato invisibile... Raccomandatevi l'anima a Dio, donne e bambini innocenti! La demoniaca croce luterana è sott'acqua e da ogni onda può sprizzare su lo sterminio. Raccomandatevi direttamente a Dio, perchè l'altra croce, quella di Cristo misericordioso, è muta... II. Su questa città di guerra marittima, lo scialbo sole di marzo, dardeggia tra le nuvole, dilaniate da un maestrale altissimo, qualche raggio già caldo d'un precoce calore. La ressa delle case addensate sulle colline biancheggia qua e là di quel biancore troppo vivido, primo annunzio dell'Africa vicina e l'ombra delle nuvole vi distende a capriccio larghe chiazze di violetto. Scure e fastose, le chiese settecentesche italiane dominano dall'alto d'ogni collina, ciascuna un proprio greggie di case: e gli alberi e i fumaioli delle navi ormeggiate ai moli, stendono avanti al panorama come un recinto di pali sottili che dopo un incendio, continui a bruciare qua e là. È Malta, questa: arida isola su cui s'aggrava una troppo popolosa città abitata dai detriti delle razze mediterranee. Fortezza di rocce, caverne, spalti, epigrafi e croci, di antenne e di acuti spigoli di acciaio, prende vita e forza dal mare per un parassitismo che dura da secoli e che oggi è gigante. Attraverso tutte le epoche, le rozze cose fenicie che allungavano il muso sull'acqua, i centopiedi di remi, elleni, cartaginesi, romani, i rigonfi castelli di tela bianca artisti del vento, gli enormi piroscafi d'acciaio dalle vene bollenti... — sotto tutti gli stendardi, gagliardetti, orifiamme d'ogni colore e d'ogni foggia, con emblemi pagani, croci, mezzelune... — navi d'ogni forma e d'ogni dimensione accolte da strani sacerdoti o da guerrieri crociati o da folle di facchini urlanti, sempre vi giunsero piene, con le murate basse sull'acqua e ne ripartirono vuote. Se nulla v'approdasse più, Malta morrebbe come pianta la cui linfa sparisca e le sue rupi senz'erba si coprirebbero d'ossa. È per questo che oggi tutto il mondo inglese è chiamato a raccolta per riempire di viveri, magazzini innumerevoli: di munizioni, labirinti di roccia. Perchè oggi Malta deve non solo nutrire sè stessa, ma nutrire la guerra — questa gigantesca, guerra — di cui essa è una base. * * * E base essa è infatti. Qui dentro, in immense camere chiuse da reti d'acciaio, s'allineano in multiple file navi e navi e navi, l'una addossata all'altra come pecore in ristretto sentiero. In quest'acqua morta si condensa una forza come il mondo mai non vide e più in basso della serenità delle nuvole del cielo, v'è qui un altro strato di nuvole nere partorito da innumerevoli fumaiuoli, che è respiro di strage. Dov'è il posto della nostra nave? Chi sa? In questa città galleggiante che ha le strade fiancheggiate da palazzi grigi d'acciaio, non vedo per ora nessuna piazzetta vuota. E avanziamo, rasentando cannoni, insinuando con la prora, tra successive visioni di vita straniera, la nostra semplice serenità d'Italia. Due _tugs_, grossi rimorchiatori a ruota, ci precedono e ci guidano nel nostro lento cammino, starnazzando per noi come anatre in gioia. Ecco: dobbiamo esser giunti. Tra uno sperone di fortezza che si prolunga in mare alla nostra sinistra e una fila di colossi francesi distesi alla nostra destra, due boe libere disegnano infatti un posto vuoto. E come se queste boe fossero buone prede scoperte per caso, ciascun rimorchiatore ne addenta una, battendo freneticamente le pale delle ruote all'indietro con un impeto che pare di lotta. — Qui? — si domanda con un grido. — Yes, Sir... Yes, Sir... — ci si risponde dai _tugs_. A bordo, sulla plancia, abbiamo un pilota inglese che la nostra nave imbarcò all'imboccatura del porto. Sorride col tenue sorriso della sua razza che par sorriso di vecchio, e, — Proprio il posto del «M...»: un incrociatore francese... — dice sottovoce. — Era qui due giorni or sono. — E deve ritornare qui? Il suo sorriso s'accentua, divien quasi italiano. — No — dice brevemente. — Partì e fu silurato ieri... laggiù — e il suo braccio si tende verso il largo, accennando a ponente, di là dall'isola. Meccanicamente seguiamo con l'occhio il suo gesto. A ponente laggiù, lungo i moli, la nostra vista cade su di un piroscafo isolato che par fervere ancora della vita di pace. Sciami d'imbarcazioni lo attorniano, che si riempiono d'una folla silenziosa ed inerte. Strano! Nel colore incerto delle masse umane compariscono qua e là le macchiette chiare di torsi nudi. — Che è? — Un piroscafo giunto un'ora fa — spiega il pilota con calma che par fatta d'abitudine. — Ha raccolto in mare i naufraghi di due altri piroscafi silurati in questi paraggi... Prende un binocolo dalla cartiera: guarda... — Già — osserva. — Curioso! c'è un po' di disordine... III. Una volta quando si entrava in porto era sana norma di etichetta navale ordinare subito agli equipaggi lo sgombro, il rassetto, la pulizia della nave. Le tracce del sale dovevano sparire subito; e dalle ruggini, dalle patine, dagli offuscamenti che l'alito caustico del mare produce, dovevano nascere splendori e lucentezze metalliche, superbia e lusso delle navi d'allora. Oggi si lasciano le coperte ingombre di centinaia di salvagenti, di file di zattere: le imbarcazioni rimangono intatte nel loro aspetto di imbarcazioni da naufraghi, coi loro sacchi di viveri, con le loro vele, le cassette dei segnali di soccorso, le altre minute cose atte a sostentare la vita di gente rimasta sola, lontana da ogni terra, tra mare, cielo e infamia tedesca, pronte. Così anche nell'interno della nave non si pensa gran che all'antico, impeccabile ordine. I nostri alloggi poi, ridotti alla più semplice espressione, vuotati di ogni cosa inutile, non son più che scatole da uomini, pronte alla grande immersione e alla curiosità della fauna degli abissi. È uno schema di vita la nostra, e così conviene sia... Senza pesi è più facile il salto... Ma il viverci dentro, dà oggi sensazioni nuove. Io penso che due giorni or sono, un altro essere vivente simile a me, si muoveva in un ambiente identico a questo e forse nello stesso punto dello spazio che occupo io, perchè la sua nave doveva essere lunga press'a poco come la mia e il suo alloggio doveva essere verso il centro, come il mio. Di questo mio predecessore nella morte io ignoro tutto: nome, volto, statura, tendenze, carattere...: so soltanto che gli uomini di mare hanno l'erosione comune della salsedine, nella pelle e nell'anima. Questo è tutto: eppure mai sentii più fratello un essere sconosciuto: e un'acuta potenza visiva che trae misteriosa origine da chiaroveggenze d'antivita o d'agonia, distese di là della nascita e della morte, me lo fa ora raffigurare con una strana sicurezza quand'era vivo come me, e com'è oggi, inerte al fondo del mare. Bah! Aria! Facciamo aprire gli hublôts di questo alloggio, tenuti ermeticamente chiusi in navigazione onde impedire all'acqua di penetrare dentro più presto, in caso di sventramento per siluro o torpedini. Ecco: il marinaio ha compiuto la semplice bisogna e una folata di vento entra a disperdere aria viziata e visioni. Ma che cosa dice? Che laggiù a terra suonano? Che sulle banchine è una folla multicolore che ballonzola e s'agita in gioia? Non bisogna dar troppo ascolto a ciò che dicono questi uomini dopo una lunga navigazione. La presenza continua della morte tende troppo i loro nervi e bisogna scusarli se nelle prime ore di porto non ritrovano subito la logica. Ma la mia incredulità silenziosa lo sconcerta: insiste: dice che gli sembra di vedere come dei carri stranamente dipinti ed addobbati; vuole che io guardi alla mia volta... Ha ragione. Il binocolo precisa. Sono maschere, laggiù: e un'idea da lungo tempo morta, improvvisamente risorge da un involucro di antichi pensieri, come un fantasma sghignazzante da una tomba scoperta. È carnevale: il breve periodo di sincerità in cui l'uomo si proclama ad alta voce buffone... Già: le sillabe cadono nei meati della memoria e ne fanno sprizzar su faville roventi. Carnevale! E viene voglia di sparir dalla terra. IV. È notte: la Strada Reale, arteria principale della città di Valetta è affollata; e torrenti di luce l'inondano. I nostri occhi, usi da mesi alla tremenda oscurità delle coste e delle navi, si riempiono di quando in quando di abbarbagliamenti quasi dolorosi che ci alterano e confondono i contorni delle cose e ce ne offuscano la visione. Maschere e soldati inglesi, maschere e marinai francesi, maschere e uomini indefinibili vestiti a nuovo di stoffa _kaki_, dall'aspetto quasi militare preso a prestito e dallo sguardo triste, come per un persistente sottostrato di terrore; ancora maschere... maschere.... E tutta questa marea urlante ci sfiora, ci afferra, ci circonda, qui con vaste chiazze di colori vividi che la luce elettrica esagera, là con fiotti di grigio e di _kaki_, che nell'atmosfera d'argento assumono aspetti fangosi. Bisogna aprirsi il varco sospingendo un poco con i gomiti: e allora da maschere sgualcite dall'orgia, occhi lucidi si fissano sulle nostre uniformi; volti roridi di perspirazione si girano verso di noi, donne dal viso già scoperto ci sussurrano vicino la loro curiosità... Chi siamo? E una scìa di rispetto ci segue che placa alle nostre spalle l'urlìo della folla... — Italiani... Italiani... Italiani... Isonzo... Gorizia... — La mia lingua divina, su queste labbra maltesi che nel salso del mare e nel vischio del commercio e della dominazione trattennero arabo, levantino e inglese, ritrova una straordinaria purezza d'accento. È un niente: ma io sento che in questo istante il sangue della mia razza spruzzato da un santo aspersorio sulle balze del Carso e dilagato qua e là sulle onde adriatiche, ribolle tutto nelle mie vene come per uno di quei miracoli che incurvano le folle avanti a un'ampolla sacra. Italia, la maestà del mondo sei tu! e a poco a poco il tuo piedistallo s'eleva tra attonite genti!... Guarda qui, questi schermitori e rinunziatori di ieri! guarda come questa folla che ci opprime con la sua sorpresa e queste donne scomposte che ci indicano l'una con l'altra usando il loro orribile gergo semi-arabo, sembrano creature ancora troppo piccole per la nostra statura italiana... Ma ecco un signore che s'apre il varco in senso opposto al nostro e si avvicina sorridendo. — Vogliono farmi l'onore di entrare?... — ci dice in italiano purissimo, mentre c'indica un vasto edificio dal pronao a colonne che fronteggia la strada. — Sono il proprietario del teatro — continua — e c'è veglione stasera. — Li prego di non dir di no... E non c'è verso di dirlo questo «no». La cortesia schietta impone assai più d'un comando; e la cordialità di questo signore è così latina, così cosa nostra, che immediatamente ci avvince. E lo seguiamo su per la gradinata del pronao inghirlandato di lampadine elettriche, su per una terrazza affollata da una moltitudine già ben diversa da quella della strada, già tramoggiata da un alto prezzo d'entrata; attraversiamo con lui un peristilio popolato da coppie mascherate che interrompono i loro dialoghi d'un sottovoce sospetto per fissar noi con l'acuta fissità che la maschera presta, ed eccoci finalmente nella cosiddetta «fornace dell'oblio»: è il signore che la chiama così. Ma è veramente magnifica, la sua fornace: e il gentile proprietario del teatro — l'Opera — ci guarda lusingato dalla nostra sorpresa. Ah! Non son più tempi da preziosità letterarie, questi. I vecchi fardelli del pensiero sono stati tutti bruciati da un oggi terribile: riesumati, fan pena e forse anche nausea. Pure, non so perchè, la calda vampata che qui dentro ferve, l'odore acre d'umanità che mi s'addensa attorno, i volti accesi, l'eccitazione femminile assai più acuta di quella maschile perchè più compressa, mi richiamano a scene pagane sepolte al fondo dell'immaginazione dalla dura vita del mare che seppellisce tante altre cose; e per quest'odore così complesso, fatto d'alito, di fiori avvizziti, di profumi corrotti e d'un repulsivo prodotto umano, l'acido lattico, il mio pensiero fissa una definizione stravagante: odore dell'incenso d'Eros. E quest'ardente platea non mi rappresenta più che una pagana attrazione di sessi, scatenata in un mondo che non riconosco più. Indovina la mia guida il barocco pensiero? Non so: non posso più saperlo: la folla l'ha separata da me ed io mi trovo solo, tra un gruppo di maschere bianche. Sono inglesi: signorine inglesi... — _Oh! An Italian Officer!..._ — mormora una che mi scruta con occhi resi ancor più meravigliosamente celesti dal nero della maschera. Mi fermo a fissarla. — _Alone?_ — Solo? — chiede la maschera. Apro leggermente le braccia per indicarle che così è: ma non comprende bene. — _Do you talk english?_ — Solo? — insiste. Le rispondo con un verso del Childe Harold. — _Is it not better, then, to be alone..._ (Non è dunque meglio esser solo...) — Oh! — esclama la maschera con gioiosa sorpresa, mentre si distacca dalle sue compagne che ridono — Viva l'Alleanza! E subito, ridendo anch'ella d'un riso cristallino, m'infila un braccio sotto un'ascella e mi trascina con lei. Ecco un bianco e nero bizzarro. Ventiquattr'ore fa nell'ansiosa corsa sul mare un'altra figura bianca s'avvinghiava a me nella notte. Ma era un fantasma senza nome e senza maschera e che trascina più lontano assai di queste creature della terra... Ora invece al mio fianco è il rigoglio della vita, una cosa a cui non pensavo più, o a cui non osavo pensar più: v'è questa calda femminilità resa perfetta dal mistero e dal non lasciar conoscere nulla della sua esistenza giornaliera: il più gran fascino della donna. E questa dev'essere bella: supremamente bella, come sanno esserlo le inglesi quando lo sono. Lo indovino dai riccioli d'oro che le sfuggono dal cappuccio di seta, dal celeste puro degli occhi ridenti, dalla bocca da ritratto francese del dieciottesimo secolo, dall'ovale perfetto del volto e dall'ambra rosata della pelle: non può avere altro difetto che nel naso: ed è questo l'unico punto interrogativo. — In quale città è nato, lei? — mi chiede. — Roma. La mia risposta dev'essere stata data troppo soprapensiero. Forse merito d'esser scosso: non posso spiegarmi diversamente la strabiliante domanda che immediatamente segue: — _Oh!_ — esclama — _Do you know the Pope?_ — (Conosce il Papa?) Bene: affrontiamo con calma le conseguenze di non conoscerlo. — Non conosco il Papa... Gli occhi celesti s'irradiano di stupore e la piccola bocca scintillante resta schiusa per qualche istante senza parola. — _How possible?_ — (Com'è possibile?...) — _And, do you know the...?_ — e mi nomina un augusto personaggio della nostra casa regnante. Le rispondo che questo è un caso migliore, che in varie occasioni infatti... Ma m'interrompe... — And do you know il tale? — And do you know il tale altro? E giù nomi romani, in fila, senza respiro... Ma deve aver vissuto molto a Roma, questa sconosciuta creatura, per avervi tante relazioni. — No — mi risponde — non vi son passata che una volta nel viaggio per venir qui e non conosco nessuno di coloro che ho nominato. — E siccome rido, ella mi spiega che ha sua madre e qualche amica nella mia città: che le scrivono spesso della vita che fanno e che arde dal desiderio d'andarvi. — E vi anderà? — Mamma non sa decidersi, non vuol lasciarmi partire ora. — Posso domandarle perchè? — _Yes: torpedoes... you know..._ Pare che ora vi sieno troppi sommergibili qua intorno... Basta: la festa sparisce: questa mite creatura ha sussultato e s'è stretta a me nel mormorare la terribile parola che s'è infiltrata anche qui: _torpedoes_: il siluro. E in una visione d'un attimo io vedo alta ergersi nel cielo la colonna mortale d'acqua dal fianco d'una nave che immediatamente s'inclina, mentre centinaia di esseri viventi, tra i quali è questa innocente reginetta di grazia, gettano le ultime disperate grida d'angoscia fissando con uno sguardo folle il baratro spaventevole, già chiazzato di rosso, già cosparso d'irriconoscibili cose... — Perchè non risponde? Trova che la mamma fa bene? ... Niente: ho torto; infatti dall'orchestra che è sul palcoscenico, piovono su questa ressa già aizzata, le prime note d'un tango, il ballo dell'umanità imbecillita e imputridita, precursore della guerra. E da un po' di stupida lascivia raccolta preziosamente dai bassifondi argentini, resta anche questa sera dimostrato che nemmeno la strage va presa sul serio, e che forse noi non siamo altro che alcune centinaia di milioni di formiche inutili sulle quali è bene passi ogni tanto, così per trastullo, un piede enorme... — Sì: la mamma fa bene.... V. Anche qui son larghe chiazze uniformi di color _kaki_ frammiste ai colori fiammeggianti del Carnevale. Anche qui noto lo strano aspetto di alcuni individui rivestiti a nuovo ed alla meglio, con vestiti _kaki_ quasi militari: e il loro sguardo mi riproduce, come poco fa nelle strade, un'espressione di recente spavento che m'è incomprensibile. La mia compagna m'ha condotto a sedere sulla ringhiera vellutata d'un palco del «parterre» che è molto basso: il suo, forse; e vi son dentro tre domino, domino di età, fissati dalla noia nella loro posizione silenziosa e grave. La ridda musicata ci sfiora con la sua cerchia estrema: ed è così densa che la misura del tempo n'è tutta scomposta, come per un ribollimento interno della massa. — _Hasna krasna!_ — esclama una graziosa pierrètte maltese, senza maschera, ritraendosi dal ballo al braccio d'un pierrot dal volto di cadavere ben dipinto. E siccome vede me, traduce immediatamente il suo orribile dialetto in puro italiano: Troppa gente! Uno sguardo di riconoscenza, un sorriso, la sparizione nella folla, e il piccolo episodio di gentilezza è finito. No: ve n'è un altro. C'è qualcuno qui vicino che esclama: «_Vive l'Italie!..._» con tono di discorso però, più che di grido: si direbbe una composta esclamazione offerta da uomo a uomo in un salotto. E intorno a noi si forma un gruppo di quegl'individui dallo sguardo triste, vestiti a nuovo con abiti color _kaki_ di foggia quasi militare. L'evviva è ripetuto qua e là tra loro, ma sempre con voce semispenta di convalescenti, sempre con grande cortesia. — _Vous venez d'arriver ce matin, n'est-ce-pas, monsieur?_ — mi dice uno di loro inchinandosi. L'osservo: il ruvido vestito, troppo grande per lui, l'ingoffa, sì, ma non riesce a spegnere in lui l'innata signorilità dell'espressione e dei gesti. Nessun sorriso può nascere dalla sua vista e alla sua domanda non si può far altro che annuire con rispetto. — _Permettez, monsieur, je suis le capitaine A... de V...y du «....» régiment de Cavalerie Française. Il faut se préciser à cause de cet habillement plutôt grotesque_ — aggiunge con un riflesso di sorriso, subito spento. Poi con un breve gesto mi indica i quattro compagni che son con lui. — Ed ecco tutto ciò che resta degli ufficiali del mio reggimento... V'è pure un avanzo di qualche centinaio di soldati, qui... Perchè? per quale catéistrofe? Me lo spiega con una sola parola: La «Provence»... L'episodio tragico (che ha avuto in seguito larga diffusione nella stampa) non risale che a quattro giorni da questa sera... E l'ufficiale continua: Era un magnifico piroscafo, la «Provence», e nei giorni di pace, tra Francia e Stati Uniti d'America, portava attraverso l'Atlantico flotti di vita attiva e grumi d'ozio in un medesimo quadro di ricchezza. Poi ricoperto di grigio, la tinta contagiosa dell'attuale morbo mondiale, si riempì di soldati grigi e ne trasportò migliaia sui campi d'Oriente. Ma la settimana scorsa — prosegue l'ufficiale con quel suo tono di voce che pare il resto di un'altra voce posseduta «prima» — partita dalla Francia, era giunta al Capo Matapan, in Grecia, con un mare d'olio, nel sorriso di un sole benigno: le rupi giallastre della terra greca si distaccavano precise su di un cielo senza macchie, in cui stormi di bianchi gabbiani s'inseguivano in festa, quando nel mare un puntino brillò: una pupilla di morte: la cosa che appena vista uccide; un periscopio di sommergibile... E subito dopo, dita maledette e invisibili tracciarono presto presto sull'acqua due linee opache, avide, subdole, irrefrenabili, dirette alla nave. Da principio, a bordo, una folata di silenzio agghiacciante: poi un urlo di nave che vede la sua morte: una cosa indimenticabile per chi l'ha udita e che non ha niente di umano: le bocche sono elementi, ma è la nave che urla: ed il suo lamento è così alto, così compatto e fuso che nessun suono della terra l'uguaglia. La «Provence» urlò la sua angoscia: tentò col timone la manovra di sottrarre i fianchi all'urto: si divincolò, diede un balzo con le macchine, ma fu raggiunta: e due spaventevoli esplosioni le mozzarono l'alito e le squarciarono il corpo. E si fermò, rantolando vapore, ergendo a poco a poco la poppa con scatti convulsi mentre s'inclinava di fianco per morire. I suoi ponti scodellarono in mare centinaia, migliaia di corpi e il suo urlo si scompose, s'affievolì: ebbe delle riprese e delle soste. Ultimo moto suo prima dell'abisso, quello delle eliche emerse e turbinanti disperatamente in aria in una raggiera di membra stroncate... Poi l'acqua ricoprì tutto: un'acqua rossa e nera... — Ma lascino libero il posto! — esclama in italiano, un arlecchino, irritato perchè s'è dovuto fermare con la sua brianzola avanti al gruppo degli ufficiali francesi. — Non si può più passare... E le sue parole continuate in maltese divengono incomprensibili e si perdono...: e il tango continua... VI. La sconosciuta mia compagna non ha interposta una parola durante il lungo racconto: e ha continuato a tacere anche quando la folla ci ha ripresi nel suo gorgo. Le domando se ha compreso... — _Yes, every single word_ — Sì, ogni singola parola. — E continua a trascinarmi tra le maschere, assorta in una interna visione che prolunga il suo silenzio, non ostante io cerchi di distrarla parlandole delle tante piccole scene che capitano sott'occhio nell'anfiteatro sempre aperto dell'umanità, e questa sera più aperto che mai. — _Well... I don't care a bit..._ — Non me ne importa nulla — mi risponde di quando in quando, guardandomi con uno strano sguardo di maschera triste. Ma ecco una coppia di maschere che rifluita dalla cerchia frenetica del ballo, viene ad urtarsi malamente contro di noi. Un gancio del costume dell'uomo, morde, nell'urto, sull'orlo della cappa di seta della giovane inglese e ne lacera un lembo. Se da vari segni sicuri non avessi già potuto intuire la fine casta della mia sconosciuta compagna, ne avrei ora un'assoluta conferma. Arretrata di uno o due passi dall'urto scomposto, ella non guarda nemmeno il malaccorto individuo che l'ha urtata: la tranquilla mossa della sua testa incappucciata dice che è bene non accordare la minima attenzione alla volgarità. E distrattamente, con imperturbabile calma, ella finisce di lacerare il lembo di seta che pende dalla sua cappa. Ma al momento di gettarlo via, trattiene il suo gesto e si ferma indecisa. Il frastuono della musica è assordante e non riesco sulle prime a udire qualche cosa che ella mi mormora quasi con timore. La prego di ripetere più forte: e lo sforzo che ella fa per elevar la voce, riempie di sorriso la celeste purezza dei suoi occhi. — Vorrebbe lei accettare come portafortuna questo miserabile cencio contro le terribili cose del mare? È ridicolo quello che faccio, lo so — ma sono una maschera superstiziosa. Lo tenga indosso, in una tasca. Non rida: vedrà che le andrà tutto bene... — Ma non rido affatto... — Riderà dopo e dirà: Che sciocche queste inglesi in maschera!... — Neanche per sogno. — E allora che ne pensa? Penso... Ah! è difficile a dirsi. La guerra ha bruciate in me tutte quelle parole che avrei trovate subito all'epoca nella quale il mondo non era ancora travolto dall'attuale follia criminale. Da lungo tempo non ho vissuto che d'odio, distruzione e morte e mi sembra che per una legge fatale imposta all'uomo da volontà eccelse e troppo miscredute, noi e il nostro piccolo pianeta esaurito, dobbiamo sgretolarci e sparire. Dobbiamo lanciar libera la nostra orbita ad altri corpi vergini, popolati da esseri semplici, intatti, per i quali non vi sarà più alcun peccato d'origine e che non sapranno mai nulla degl'infami assassini che turbinarono nello spazio prima di loro. Guerra? che guerra! È una parola nostra, questa. E noi chiamiamo così un cataclisma che ci è imposto e alla quale la nostra volontà di moribondi è estranea. Che cosa mormora dunque questa fanciulla? Quale impossibile eco vuol suscitare con le sue parole gentili? Non appartiene anche lei a questo mondo condannato? Il mio spirito arido non può più risponderle col sorriso d'una volta ed ha acquistato una sincerità brutale, nata dal distacco d'ogni cosa lieta. Che cosa ne penso? Non v'è che una parola che riproduca quel che ne penso: Niente — e gliela dico. E perchè mai questa fanciulla sussulta sorpresa e mi stringe un braccio con forza? — Niente, niente... — ripeto — Non ne penso niente... Ma forse nella mia voce è un irrefrenabile accento di doloroso rimpianto che non ho saputo soffocare abbastanza. — _Listen_ — ascolti — mi dice la giovanissima maschera fermandomisi di fronte. — _You are being as cruel to me as to yourself..._ Lei è altrettanto crudele con me come con lei stesso. ... Qualche anno fa questa sua risposta mi sarebbe sembrata uno sgarbo... Avrei detto: sempre ruvidi questi italiani! e avrei subito voltate le spalle a una persona così scortese. Ma ora ho acquistato di loro un ben diverso concetto e correggerò io stessa le sue parole... Lei voleva dirmi così, dica la verità: oggi non posso più pensarne niente... ed ha ragione. Guardi com'è più graziosa per me e per lei questa lieve variante. Non crede? E la sua voce sorride con tenerezza attraverso la maschera... — Allora, prenda questo lembo di stoffa, presto... e tenga da lei lontani siluri e torpedini... Presto, che vengono i galli... — Che galli? Mi giro. È giusto. Vengono i galli: una pennuta masnada dalle gambe articolate a rovescio rispetto al volatile vero. Giganteschi, pettoruti, alzando il piede per imitare il passo dell'aia, i loro chicchirichì esagerati dalla cavità del becco in cartapesta, sormontano la musica e ci assordano. E manifestano la loro allegria, questi galli, accorrendo qua e là tra la folla a separar le coppie ed incuneandosi in fila nel varco aperto. — Chicchirichì, chicchirichì...: urla, spinte, ondeggiamenti di marea, riflussi verso i palchi, galli di qua, galli di là e mi ritrovo solo, sotto un gruppo di lampade, stretto tra una ciociara e un hidalgo che odora di colla e avendo sul petto le spalle umidiccie d'un arlecchino. — Anche lei, signore è rimasto senza il suo flirt...? — mi mormora l'arlecchino mandandomi uno sprizzo di riso dalle fessure nere degli occhi. È meglio non rispondergli nulla. Il mio flirt? Flirt? Che sciocca parola! Parola dei romanzi e delle _pochades_ dell'antiguerra, è stata anch'essa incenerita dalla gran vampa che arde sul mondo. Come mai è sopravvissuta qui? E il suo significato che m'apparisce smorto, rievoca in me come la visione d'una tomba di donna che attirò folle intorno a sè e morì giovane e bellissima: un'immagine complicata e mesta. Oh, Arlecchino, vera rappresentazione dell'uomo, il mio flirt è quello che oggi deve essere: cenere; niente; il suo segno è quello che le mie dita continuano a palpare con uno di quei movimenti meccanici partoriti dalla tristezza: un cencio. E se un rimpianto dovesse sorgere da tutto questo..., Chicchirichì... chicchirichì... Perfettamente, caro Arlecchino: un grido beffardo e idiota... perchè tutta la vita precaria che oggi ci resta, s'agita tra rovine. VII. — Rallegramenti! — mi mormorano due domino bianchi coi quali m'imbatto, mentre mi avvio all'uscita. Mi soffermo: li riconosco. Erano con la mia sconosciuta compagna quando questa li lasciò per venir con me. — Di che? — Eh! via, lei lo sa... La nostra amica ci ha raccontato che lei porta via con sè nientemeno che una parte del suo vestito. Possiamo assicurarla che non è tanto facile a darne via. Ci spieghi come ha fatto. Vogliamo provare anche noi... — Subito: un gesto di pietà... — Solo? Un gesto di pietà in un veglione? Le due maschere ridono... — _A regular flirt, indeed! you go to dream about her, as she does about you... Adieu!_ — Andate a sognar di lei, come ella sognerà di voi. A rivederci. È bene scrollar le spalle. Indubbiamente le amiche sono uguali in tutto il mondo... Fuori, la notte punteggiata di luci e avvolta di silenzio. Qualche automobile ferma borbotta e freme impaziente. Alcune coppie uscite dal teatro si perdono presto nei vicoli laterali. E come in tanti altri punti del globo, la mia solitudine martella il passo con me, lungo una strada deserta e buia che mena sempre al mare. VIII. Giornata di visite ufficiali, di poliglottismo, di leggieri urti di razze mascherate da sorriso e sommersi da cocktails e da coppe di extra-dry levate a brindisi. Ho salito i monumentali scaloni del palazzo dei Cavalieri sorvegliati da vuoti guerrieri di ferro e dalla silenziosa potenza del tempo, e ho dovuto subito dopo raccogliere il passo su scalette di bordo sospese a mezz'aria: da saloni immensi popolati di ombre fantastiche e di grandi ritratti che parevano aguzzare con ironica curiosità i loro sguardi di vernice sulla mia anacronistica uniforme e domandarsi tra loro, col lieve bisbiglio dei morti: — chi è? chi è? — son passato alle gelide, bianche scatole da uomini delle navi d'oggi, che una vita fittizia non riesce a riempire: dagli ori spenti dai secoli, all'acciaio vivido del cannone: dalle sconnesse vetture maltesi che si direbbero appartenere a uno strano deposito generale di vecchiume stabilito qui per capriccio dell'Europa, all'autoscafo, al cacciatorpediniere, al sommergibile. In poche ore, il mondo e le sue fasi: i colori d'un tempo e il grigio d'oggi. Invariabilmente accolto da «Bonjour Monsieur» e da «Good morning Sir» son stato dovunque chiamato a bassa voce «Mon cher ami» e «My dear Captain» da uomini mai prima visti, quando i nostri brevi dialoghi s'impigliavano nei rami della guerra e ne sfioravano le spine. Ma la curva dell'espansione declinava di nuovo all'«Au revoir Monsieur» e al «Good bye» tra i composti inchini del congedo. La mia ultima visita è per il Chief of the Staff (Capo di Stato Maggiore) che deve darmi gli ordini per la partenza dell'indomani e per una difficile missione che richiederà lunghe spiegazioni forse... Ma dove s'è annidata l'autorità di questo alto ufficiale Brittannico? Androni medioevali dalla volta a sesto acuto dove il vento sibila liberamente, scalette tagliate nello spessore di mura enormi, giravolte, stanzoni dove certamente s'accatastavano un giorno le piramidi di proiettili sferici del Sovrano Ordine di Malta e che ora risuonano dell'affrettato martellamento delle macchine dattilografiche; su... su... ancora androni, ancora scale... — _The Chief of the Staff, please?_ — _Yes Sir, upstairs..._ — Salire ancora — è la risposta delle rosse sentinelle, pendoli umani oscillanti in pochi metri, tra due brusche giravolte, come avanti a due mura immaginarie. Che sia andato a stabilirsi sulle tegole? Domandiamone notizie a qualcuno che non oscilli e che seduto a un tavolo abbia il cervello non scosso. Ecco una stanza dalla porta spalancata, piena di ufficiali di Marina, di tutti i gradi, curvi su carte. Entro: nessuno leva il capo: nessuna domanda mi viene rivolta: sembra che io abbia un mio tavolo abituale lì. — Uno ve n'è, biondo, rasato, come tutti del resto, che nel raccogliere per un istante le idee, si passa la sinistra sulla fronte e mi guarda senza vedermi affatto, servendosi di me come punto di concentrazione del pensiero, capitatogli avanti per caso. Se non v'era la mia persona, v'era sempre una lavagna appesa nella stessa direzione al muro, pronta a servire lo stesso alla sua momentanea fissità. È bene che la situazione non si prolunghi troppo. — Può dirmi, signore, dove sia andato a finire il Capo di Stato Maggiore? Lo sguardo che mi fissa si ravviva e mi «vede». Cade la penna e la fisonomia assorta si stempera in un sorriso. — Qui: son io. _How do you do?_ Ecco un altro dei tanti sconosciuti che oggi si sono interessati alla mia salute. Per dimostrare riconoscenza il cane dimena la coda, l'uomo si piega sulle vertebre: questioni organiche: un giuoco muscolare: fatto. — Una sigaretta? Sicuro. È una obbrobriosa «Three Castles», di quelle che noi italiani particolarmente detestiamo per il loro sapore tra caustico e dolciastro. Lagrimiamoci sopra. — Dunque? Declino le mie qualità ed espongo i motivi della mia visita. Devo partire l'indomani, raggiungere (censura)... . . . . . . . ... ed assisterli fino ad una base marittima italiana. Do mando ordini... Le virgole al mio breve discorso sono stati tanti «Yes» aspirati e sincopati da uno scatto delle mascelle, che il mio interlocutore, come per asfissia, ha interposti tra i periodi. — Yes. — Dunque? — Yes. Una pausa. — La sua nave — dice — è quell'incrociatore a due alberi, con i fumaiuoli alti, con ecc...? — Sissignore. — ... che occupa il posto tale, vicino alla nave tale? — Giusto. — Aha, aha! — E il suo sguardo s'intensifica mentre con la contrazione delle labbra rasate sottolinea un pensiero critico, che io so perfettamente quale sia. Ma una delicatezza professionale di colleghi di vita marittima, lascia le sue labbra chiuse. Un «All right!» conclude le interne considerazioni sulla cattiva fama che il posto della mia nave si è acquistata di recente. E io penso che forse un altro «All right» di questo stesso uomo congedò quattro giorni fa il mio collega francese che il siluro attendeva non troppo lontano da qui... — Ecco gli ordini — prosegue porgendomi una busta gialla già pronta in un cassetto ed indirizzata col nome della mia nave. — Ed ecco qua «_a very useful list_»: la quale utilissima lista è un foglietto dattilografato nel quale sono elencati i punti del Mediterraneo ove sono stati avvistati sommergibili nemici nelle ultime ventiquattro ore. La scorriamo insieme, questa «_very useful list_». — Uno... Il che significa che ve n'è uno nei pressi della rotta che la mia nave dovrà percorrere e che perciò va distinto. — Due... — Tre... E meno male che ci fermiamo. Tre. — E se ne verranno annunziati altri, prima della sua partenza, glielo farò sapere... Grazie. Vi sono dei riguardi che commuovono, dei piccoli favori che rinsaldano le amicizie. — Attento ai siluri! — sussurra con un sorriso il mio garbato interlocutore. Oh! quanti strani avvisi ha ricevuti la mia vita! M'era rimasto come culmine d'originalità il ricordo del saluto venezuelano a «Culebras, señor!» — attento ai serpenti! — che l'uomo scambia col proprio simile nei pressi delle foreste vergini, come abituale augurio. Allora, nel silenzio solenne delle volte verdi, dove da ogni ramo può piombare una morte viscida, fredda, soffocante, orribile, lo spirito trema ad ogni fruscìo del mare di foglie; e la vista, confusa dal sinistro scenario che una penombra verde condensata subito dalla distanza in violetto, racchiude, non serve più, non difende più. E dalle sommesse grida della piccola fauna tropicale acquattata nel verde sorge l'espressione d'un universale spavento: s'intuisce che per miglia, per centinaia di miglia, in largo ed in lungo, tutto, tutto nella foresta vive nella trepidazione cupa di venire o no a contatto con una gelida spira che sarà la fine. E si comprende l'augurio, sottolineandolo con l'affanno del respiro. — Attento ai siluri! — C'è qualche cosa di diverso e di più. Invece del verde assassino, è l'azzurro che avviluppa e confonde. Scintillante nel giorno, opaco, scurito, inscrutabile nella notte, esso è tutto un campo uniforme di morte, e mendace sempre. Nella bianca cresta dei marosi, nelle minime screziature d'acqua che il vento incide, nei riflessi delle nuvole, negli stormi di gabbiani cullati dalle onde, dappertutto è l'inganno mortale; centinaia di lutti dipendono da un niente. E bisogna morire passivamente senza lotta, pur sapendo che il nemico è lì, invisibile, placido, quasi invulnerabile, freddamente scrutando dal suo occhio di cristallo impercettibile sul mare, ogni fase della catastrofe; uno spettacolo per lui. Intorno, il chiuso anello dell'orizzonte vuoto. In alto, là dove fissano disperatamente lo sguardo le creature umane nelle loro angoscie supreme, il vuoto, il niente, la spietata indifferenza del Cielo. — _... And good luck!_ — E buona fortuna! — mi dice l'ufficiale Inglese con un inchino di congedo. Come al giuoco. E la posta è una nave e varie centinaia di vite, all'immenso tavolo azzurro di domani. IX. Dunque oggi bisogna partire. E partiremo non appena la sera s'addensi, perchè nella guerra d'oggi, la luce a noi navi è nemica. Già fin dal mattino son ricominciati a bordo i lugubri preparativi di salvataggio, e uno strano silenzio rotto appena dallo stridìo delle manovre, s'è stabilito tra i ponti. Ancora ignara che oggi è giornata di pericolo, la nave rumina carbone, godendo quello che può essere il suo ultimo sole: e il suo respiro nero infittisce appena. Io la contemplo da quassù, da una delle immense finestre del palazzo dei Cavalieri, dove un invito di Lord «M...», il Governatore, mi ha chiamato. E per qualche istante le parole di alcuni altri pochi ospiti qui riuniti, attutite da una pesante cortina di damasco giallo, mi sono estranee. Ecco la città degradante al mare col greggie dei suoi tetti accavalcato attorno ai suoi antichi pastori: le chiese; quando i popoli ossequienti al destino, si lasciavano ancora male o bene condurre da qualcuno, piuttosto che dalla frequente tirannia di loro stessi. Una luce smorta, filtrata dall'ovatta grigia delle nuvole, non dà rilievo ai vani delle strade e delle piazze, non incide nulla. Solo le ramificazioni del porto rastrellano case nella massa e v'interpongono quel non so che d'indefinibile, composto di sfumature blande, di tonalità di colore stranamente attenuate, di brevi spazi aperti a tutte le trasparenze, fervidi di tutti i riflessi, di tutte le ombre e di cui Venezia e il mare conoscono soli il segreto. Laggiù, più lontano, fuori della cerchia dei moli è come una bassa nebbia azzurrognola di cui l'occhio cerca invano i limiti e che dopo un immenso cerchio si tramuta a poco a poco in nuvole. — Bello! si sarebbe esclamato un giorno, figgendo lo sguardo in quello squarcio di puro infinito offerto ai voli altissimi del pensiero, senza che un solo ostacolo di miseria umana ne arrestasse lo slancio. Oggi si fissa in silenzio: è proprio quello il mare della distruzione e della morte. Lagrime e sangue vi si frammischiano, e se una brezza lo percorre, essa non è l'alito fresco del vento, ma il rantolo di mille agonie, bisbiglianti in eterno il loro ultimo strazio. — Ah! Ah! Ah!... — Qui sotto, in una piazzetta a metà nascosta dalla base inclinata di un mastio, v'è una moltitudine che ride clamorosamente. Che cos'è? Una folla impazzita? Quasi. È un carro che passa e che apparisce trasportato da una fiumana d'uomini, come un grosso macigno da una corrente di lava. Richiamato dal clamore, un giovane capitano inglese del Corpo della Guardia Reale, viene a protendersi vicino a me. Guarda in giù, sorride. — È giovedì grasso — mi dice. — E quello è il carro del Kaiser... Ha avuto un gran successo in questo carnevale... — Del Kaiser? — Sì. È pieno di maschere, uomini, donne e bambini, raffiguranti feriti e cadaveri... Il carro stesso rappresenta le macerie d'una chiesa... _Oh! So funny, you know!_ (Così buffo, sa!...). — Trova? — Sicuro... Sul davanti c'è un busto del Kaiser che spezza una croce coi denti. E intorno al carro — vede quella striscia bianca? — è scritto a grandi lettere tedesche: _Unserem lieben alten Gott_ (Al nostro buon vecchio Dio) _Yes: very funny!..._ — E si trattiene in silenzio a ruminarsi un sorriso. — Ve n'è pure un altro — prosegue — che è piaciuto molto, sa? quello del «Lusitania»: donne e bambini aggrappati a qualche tavola... e sotto, la stessa scritta. Un altro silenzio.... . . . . . . . Ed ecco che tutte le campane delle chiese cattoliche alzano ad un tratto la loro voce metallica al cielo. Mezzogiorno. Su un sottostrato costante di bassi rintocchi un coro giovanetto di squilli argentini si sovrappone, s'eleva, s'estende. Si effonde nell'aria un fermento di suono, che oggi tra i ricordi inceneriti della mia infanzia, ritrova vigore, vita, un fascino mesto e indescrivibile. Coro anelante di povere creature appiattite sulla terra, invocazione di spiriti attenagliati dalla materia dolorosa, sale, sale, grave come l'incenso dei turiboli verso la volta dei tempio. E sembra sia questa la preghiera di tutti gli uomini, affidata al bronzo benedetto. Nei suoni cupi è l'angoscia dei padri: negli acuti, i singhiozzi delle madri e dei bimbi. Mille braccia sembrano ergersi al cielo e da tutta l'umanità pare erompere una voce di orrore, quasi di rivolta contro una divinità implacabile, troppo feroce nel castigo, troppo accanita contro esseri da lei creati e quindi irresponsabili della loro natura... _... Venga presto il tuo regno, o Signore, nel cielo e nella terra, il regno che affidasti alla purezza e alla semplicità di Pietro, o Signore...!_ Invece lassù è una cortina di nuvole che s'addensa sulla città e non lascia passare nessuna invocazione... Invece quaggiù è semplicemente mezzogiorno: e Lady M... con qualche altra signora e signorina che le fanno corte, apparisce dalle pesanti portiere di damasco — un quadro — sollevate da due domestici e viene a ricordarcelo con un sorriso. Rapide presentazioni. Alti nomi brittannici: ed immediatamente, quel senso riposante di vecchia conoscenza, che è una delle più fine prerogative dell'educazione inglese, scuola Eton. Siamo in un salotto dall'alto soffitto sobriamente dorato che ha tutt'intorno come leggiero sostegno una larga fascia in affresco dove ricorrono scene di guerra e fasti dei Cavalieri, con motti e divise della mia lingua. Il damasco giallo delle pareti, sfondo a magnifici quadri di quei maestri italiani che fissarono sulla tela lembi di interni paradisi, prolunga in basso lo sfarzo maestoso dell'ambiente. Un Tiziano voluttuoso e superbo, fa fronte a un Tiepolo, potente armonizzatore di colore. Ma in basso, dai mobili seicenteschi patinati dal tempo e dal tocco indelebile di tanti morti, sorge l'argento dei minuti oggetti inglesi e lo scintillìo di moderni vasi da fiori, alti e foggiati a calice. L'«home» s'è mantenuto discretamente all'altezza dell'uomo, delle necessità della sua vita: sopra c'è il passato intangibile e inarrivabile. — Questa è la nostra camera di rifugio — ci dice sorridendo Lady «M....». Qua ci sentiamo noi, poveri mortali del nostro secolo: di là ci sono troppi Re e troppi Cavalieri e l'esistenza è difficile. Di là, sembra svolgersi una cerimonia continua e pare che da ogni porta debba sboccare un corteo. Sono l'unico italiano qui e certamente il solo che non conosca queste sale. — Venga, vedrà: questa per esempio è la sala detta dei Re — dice la signora rivolgendosi a me. Entriamo. È immensa: e v'è quell'atmosfera inesprimibile degli ambienti dove molto vissero gli uomini e che l'immaginazione ripopola subito, richiamando dall'ombra d'una falsa memoria, nomi, volti e costumi. L'oro discreto del soffitto s'attenua via via nella prospettiva fino a creare pallide stelle svanenti in un basso zodiaco. Ma lungo le pareti scintillano gli ori crudi di enormi cornici, che la luce irrompente a lame dai finestroni, accarezza nelle inquadrature e nelle corone che le sormontano. E son raccolti qui in fila principi e re che offrirono la loro immagine al Sovrano Ordine Militare di Malta, da pari a pari, al disopra della folla incolore dell'umanità. Infatti: _Au Souverain Ordre de Malte Sa Majésté Louis XIV_ Luigi XIV! Salve, o Sire! — Ordini la Maestà Vostra che l'obliquo riflesso di luce che offusca in questo momento le regali sembianze di Vostra Maestà, sparisca. Ecco: così. Ahi! quale sdegnoso cipiglio! Vuole la Maestà Vostra esprimere che nessuno da vivo, osò fissarla così? Non l'ignoro, Maestà. — E ricordo bene l'episodio di quel Marchese di Canillac, colonnello del reggimento di Rouérgue, che per essersi trovato inaspettatamente di fronte a V. M., alla quale doveva riferire qualche cosa durante le manovre militari di Compiègne, ne restò talmente stupefatto e intimidito che non ci fu verso riuscisse a parlare, quantunque la M. V. indulgentemente l'incoraggiasse. Sicchè rivolgendosi a M.me de Maintenon che assisteva in portantina alla manovra — preziosa ausiliaria — Vostra Maestà, dopo aver congedato con un breve «Allez Monsieur!, il povero colonnello, pronunziò le parole, celebri naturalmente: — Je ne sais pas ce qu'a Canillac, mais il a perdu la tramontane, et n'a plus su ce qu'il me vouloit dire... — Alle quali «Personne ne répondit» come postilla un Vostro storico illustre che non godè troppo del Vostro regale favore. E so anche che si trattava «d'un grand homme, bien fait, d'une physionomie assez agréable, qui promettoit beaucoup d'ésprit et qui n'étoit pas trompeuse» ... Eppure... . . . . . . . — Impertinenza? No, Sire. È il destino dei potenti di questa terra, diventati marmo, bronzo e tela, di fronte alla carne viva e petulante del postero... . . . . . . . — Più di due secoli, Sire e ora parliamo con meno fioriture. . . . . . . . — Creda, Vostra Maestà, che non è colpa mia: parrucche, noi uomini, non ne portiamo più: in compenso usiamo lavarci con molta acqua e molto sapone... . . . . . . . — Farmi espellere dall'Ordine? Un regale messaggio al gran Maestro, portato da Vendôme Grand Prieur? . . . . . . . — Ah; ma Vostra Maestà sorride! Quale improvviso cambiamento delle sdegnose sembianze! Quale inaspettata cortesia! Non so se sia per un riflesso di luce... ma mi sembra che Vostra Maestà scorga qualche cosa che la delizi e che... — _You come off, please_ (Venga via, la prego) — mi dice una fresca voce dove ferve tutta una promessa di vita. — Se avanti ad ogni quadro si fissa così... Glieli descrivo io e faremo più presto... Quello è re Giorgio Iº d'Inghilterra; di fronte è la regina Anna Stuart...: quell'altro... È una signorina che ho appena conosciuta e che mi dà la strana impressione di averle già parlato a lungo. Dove? quando? La guardo: s'interrompe; tace; inarca in grazioso dislivello le sopracciglia su uno sguardo d'intensità celeste e birichina..., — E quando avrà finito di guardarmi così — prosegue — andremo a colazione. Che? Che cosa dice? — Dico che ha ragione Luigi XIV... — Quello lì? E a proposito di che? — D'un certo sorriso fatto quando è venuta lei e che non era per me, gliel'assicuro... — Guarda, guarda! — commenta la bella personcina con uno stupore femmina e cioè con un fondo di compiacenza. — Ritenevo che non sapesse dir niente... — Grazie... — ... o più niente... Più niente? — Perchè «più»? — Ah! Un sussulto: una visione di gentile maschera: un dubbio: il tentativo di un sorriso di riconoscimento raffreddato sulle mie labbra da una sua pronta espressione di perfetto, inimitabile candore. Ma come scintille di pallido zaffiro, nella purezza azzurra delle iridi, alcuni sprazzi quasi impercettibili d'oro verde, scompigliano un po' la vasta ingenuità della sua espressione e ravvivano in me la speranza. Dev'esser lei. Statura, oro dei capelli, occhi, voce, atteggiamenti, sono quelli della mia sconosciuta compagna dal talismano bizzarro. Parla per lei questa scherzosa aspettativa che è simile a quella di chi abbia proposta una sciarada che nessuno indovina. Non dev'esser lei. Infatti con un giro pacato della snella persona ella tronca la muta interrogazione e senza curarsi di spiegarmi le sue parole, s'avvia verso la tavola dove son già tutti i convenuti. E un domestico dal solenne cipiglio dei domestici puri-sangue, che pare inciso nel loro volto perchè rimanga immutabile regola nel tipo, mi indica l'alta spalliera d'una sedia di cuoio che m'aspetta. Giù. Sono tra Lady «M...» e la piccola affascinatrice di Luigi XIV. (_You will be good friends, you will see_). Alla sinistra di questa, è un giovane Lord al cui nome corrisponde una famosa contea d'Inghilterra: e alla destra di Lady «M....» è un vecchietto che sembra rinchiuso in sè stesso per occupare il minimo posto nella vita, appunto perchè la vita forse gliene diede troppo. Di fronte è Lord «M....», Governatore di Malta, con sua figlia e due segretari militari dal rasato silenzio. Ho l'impressione che tutti i Re e tutte le Regine convergano su di noi, strani prodotti d'un delirante secolo, le loro pupille dipinte e che muovano tutti le labbra per scambiarsi da cornice a cornice i loro cheti commenti di figure morte. La luce dell'ambiente pare aggravarsi dei cupi colori delle pareti e del soffitto: satura di ori e di riflessi setosi, ricerca nelle penombre degli angoli indefinibili puntini che sfavillano: luce da cappella o da reggia abbandonata. E si parla adagio fra noi perchè troppe cose parlano qui in più alto linguaggio. A bassa voce infatti, il giovane Lord, capitano degli Horse Guards, che viene da Salonicco, ci narra le scene di morte e di sangue di laggiù: un'altra pennellata rossa, sulla carta d'Europa, un guazzo dalla tinta calda. Ma ad ogni episodio fa seguire una frase che dà i brividi: Ai Dardanelli era peggio... Ai Dardanelli era peggio... Ai Dardanelli era peggio... Un ritornello che si ripete come fragore di ondate in un mare di sangue. — E lei che ne pensa? — mi chiede la mia bella vicina di sinistra. — Penso che saranno proprio questi i racconti che per anni ed anni riempiranno i palazzi ed i tuguri del mondo. Raccolti dai nostri bimbi, formeranno la base della loro mentalità futura che come uno di quei fiori bacati nell'interno, sboccerà malamente schiudendo i petali cosparsi di strane macchie, ed al tatto, duri. — Nientemeno! — Qualunque cosa faranno in seguito questi uomini dalla triste infanzia, essi rimarranno sempre coloro che ebbero per giuocattoli aereoplani e sommergibili, bombardarono città di cartapesta e silurarono ridendo navi di latta... Invece che... — Ha ragione! — interrompe Lady «M....» rivolgendosi per un istante a me per poi ascoltare di nuovo un lungo racconto che il vecchietto le sta narrando a bassissima voce e che par pieno di «s» sibilanti. — ... invece che dal sorriso, la loro vita prenderà alimento dal pianto... — Auff! — sbuffa la mia giovane vicina di sinistra ridendo. E sgranando gli occhi col candore fanciullesco della sua razza. — Adesso sa dir troppo — aggiunge. Noi latini abbiamo tutti una nostra speciale maniera di esprimere, rimanendo muti, «che bell'originale!». Con un solo piccolo sguardo laterale la giovanetta afferra subito il significato del mio silenzio. — _Yes_ — conferma, giudicando sè stessa — _Quite so_ — (Son proprio così). — Ma non sa che è carnevale? — prosegue dopo qualche istante di silenzio. Niente idee tristi. Lei si preoccupa dei posteri e vede il mondo pieno di fiori bacati sfasciarsi a poco a poco per ritornare deserto. _Nonsense._ La vita è più forte della morte. L'umanità potata, avrà linfa più rara, più ricca e i germogli più fitti. Quello che oggi è sofferenza e angoscia si tramuterà presto in pagine di storia catalogate e noiosissime, che gli scolari malediranno perchè troppo complicate, inesplicabili e madri di zeri. Tristezza? Ma neanche per sogno! Lei dimentica che ci siamo noi, donne, perpetue livellatrici degli alti e bassi del mondo. Quando si è caduti molto in giù, si guarda a noi come cose alte; e viceversa. Voi oscillate e noi rimaniamo in un livello costante di più forte fiducia nella vita, sa perchè? perchè le fattrici e depositarie della vita siamo noi... — Edith! — ammonisce severamente Lady «M...» distogliendosi per un istante dal lungo racconto del vecchietto, non ancora terminato e sempre cosparso di «s». Edith! Edith ha chinato il capo, fissandomi con un comico sguardo obliquo. E siccome rido, — Grazie! Colpa sua! — mormora —. Devo ai suoi fiori bacati, questa bella sgridata. — E le prometto di fargliene avere delle altre se non mi dice subito che la mascherina che mi diede l'altra sera, all'Opera, il talismano contro i siluri è proprio lei! — _Oh!... Do you ask always permission after instead of before?..._ (Lei domanda sempre permesso dopo invece che prima?...). — Mi risponda! — Subito. Lei ha incontrato l'altra sera all'Opera una mascherina che le diede un talismano contro i siluri? Strana storia: ebbene: che bisogno ha di sapere chi è, e di mettere due occhi, un naso e una bocca a un atto gentile? Resti nel mistero: uno sconosciuto incontra una sconosciuta che s'interessa alla sua sorte e riceve di questo interesse una prova tangibile. Le par poco? Vuol dire che non è vero che tutta l'umanità sia una poltiglia d'egoismo. Desidera proprio avere un romanzo tutto per lei da rimuginare a bordo? Glielo imbastisco io. Supponiamo dunque che io sia proprio la sua protagonista e che abbia arrossito chinando il capo con uno sguardo confuso, lasciando appunto agli occhi tale confessione che chiameremo... — ... dolce.... — Dolce. Sicuro. I commensali parlano forte, anzi mi fan la grazia di parlar forte, se no non posso continuare... — aggiunge la nominata Edith, sospendendo la voce. Si ride. La si aiuta intavolando qualche stentato discorso che nasconde appena la piena possibilità di ascoltare. — Lei naturalmente mi esprime con calore la sua riconoscenza, assicurandomi che la mia immagine resterà eternamente incisa nel suo cuore. — Naturalmente. — Non scherzi: l'idea del mio medaglione depositato in eterno nel suo organo vitale mi dà un vago senso di sicurezza, simile a quello di chi parte per la campagna dopo aver depositato in una banca i suoi valori... La banca è lei, signore... — Il che vorrebbe dire che avrei già in custodia qualche altro valore... Niente: vuoto... — Supponiamo.... — Allora lei mi giura che non è così: che per incidere me, tutto il resto è spianato in un momento. Una sovrapposizione perfetta. E per confermarmi questa bella frase, lei mette nel suo sguardo una soluzione di pateticismo, l'atropina dell'anima, dilatatrice delle pupille. Così, come fa lei, o press'a poco... — .... — Bene! Poi lei allunga pavidamente quella mano lì, ed io mi lascio sfiorare correttamente questa qui che dovrebbe rispondere con un impercettibile brivido della pelle... «Lady M....» fa mostra di non accorgersene affatto, sa?... È il primo passo, che alcuni autori definiscono il più delizioso: la barriera infranta; la promessa... — Ma Edith! — interrompe di nuovo la signora di casa, con un sorriso fatto di stupore e di rimprovero. — È Carnevale, che male c'è?... Ed ora — prego di parlar ancora più forte — il di lei sguardo diviene grave come per scrutare nell'abisso di felicità che il contatto delle mani ha scavato in lei. Questa si chiama l'alba radiosa della passione... Poi uscito di qui, la miserabile cosa da lei avuta come talismano acquisterà per lei un singolare splendore e chiederà ad essa proprietà meravigliose contro le forze occulte del destino... Il suo pensiero immobilizzato dalla guerra, diverrà un vortice... Gira; gira, ritroverà resti di sensazioni assopite, detriti di naufragi del passato: le trascinerà con sè, le addenserà, le ricomporrà, le riporterà alla superficie... Lei non sarà più il cupo uomo dall'anima nuda, cenobita di guerra, pronto a sparire nel crollo del mondo, ma l'uomo che raccoglie in sè le vibrazioni della vita e se ne sente strumento, lontano, lontano da ogni idea di morte... In grazia mia, le rovine si son ricoperte di fiori.... E con questa cesellata frase, il primo capitolo del romanzo è finito. Ho parlato bene? Le diciamo tutti di sì: e mentre le si dissipa sulle gote un lieve rossore creato dall'animazione dello scherzo, ella beve gravemente qualche sorso d'acqua. — Il secondo capitolo glielo delineo io — l'interrompo pacatamente. — Lei nel primo capitolo s'è condotta così, così... — Carnevale!... — Tanto più che quando mi ritroverò sul mare in presenza della realtà, quando la terra sarà sparita e con essa tutte le sue visioni, tutte le sue scherzose lusinghe, la voragine del pericolo mi sembrerà più terribilmente vera in grazia sua... — Fa la vittima? — Lei non può immaginare quale cerchio ermetico sia il nostro orizzonte e come si abbia netta la sensazione d'esser dimenticati e sperduti... E se dentro uno di quei cerchi avvenisse qualche cosa di repentino e di ultimo che impedisse per sempre di uscirne, l'assicuro che il suo romanzo non proseguirebbe più. Non resterebbe più che un unico protagonista: quella misteriosa maschera d'irrisione e di pochi rimorsi... — No! — ... vera maschera di questo carnevale del siluro... — No! No! — ... immagine di coloro che vivono ridendo e di coloro che.... — Eh, diamine! Non dica la parola! — esclama la bella creatura con un'improvvisa veemenza nella voce che nasconde appena un tono di supplica. — E come? Per un insignificante lembo di seta bianca che una qualsiasi maschera le ha dato... — Perdoni, chi glielo ha detto? — Che cosa? — Che si trattava di un lembo di seta bianca? Come un canarino dalle penne arruffate per la gioia del canto, le spiana ad un tratto per improvviso rumore e se ne resta pavidamente muto, così la mia vicina sussulta, s'interrompe e tace, mordicchiandosi confusa le labbra prima di sorridere vinta. Un po' di rossore verginale, soffuso a ondate sulla finissima pelle, dà un'adorabile aureola a questa sua confusione. — Oh verità! prostrata, risorgi: o — come la clessidra — rovesciata rivivi — mormora la bella creatura, fissando la coppa di champagne semivuota che ha davanti, come seguendo la corsa delle bollicine che popolano il topazio liquido. — Dunque sta bene: e ora che ha trovato il naso, i due occhi e la bocca che cercava, niente romanzi e niente carnevale del siluro, sa? Si diverta più che può e non pensi a tristezze. Del resto quando parte? — — Alle quattro, oggi; fra tre ore... Ella spalanca gli occhi e mi guarda per qualche istante stupefatta. — Tra tre ore! — ripete. — No: lei scherza — e la sua voce chiede perdono. — Tra tre ore — le confermo con la maggiore naturalezza possibile. — E, come vede, manca il tempo per qualsiasi romanzo. — Chi sa! credo sia l'intensità che conti, non il tempo — ella mormora come assorta, dopo una lunga pausa. — Penso che a fissare il destino d'ognuno basti qualche minuto. E il purissimo azzurro dei suoi occhi per qualche istante s'annebbia, come per il passaggio d'una nube sull'anima. Ma ad un tratto ogni discorso cade: persiste ancora qualche «s» del vecchietto che è sordo e non s'è accorto che S.E. il Governatore ci legge due telegrammi presentatigli su un vassoio d'argento da un domestico. «Ore 10. — Piroscafo inglese «Crawford» affondato per siluramento 25 miglia, est capo Bon. — Cacciatorpediniere _Arbalête_». «Ore 10.30. — Piroscafo francese «Juriènne» cannoneggiato da sommergibile tedesco affondato 17 miglia N. W. di capo Gallo. Imbarcazioni con passeggieri fatte segno fuoco nemico — Raccolgo naufraghi. — Cacciatorpediniere _Dasher_. — Che c'è? — domanda il vecchietto, elevando con sforzo la voce nel silenzio generale. Gli si spiega di che si tratta, mentre ci leviamo tutti da tavola. — Ah! — commenta, spazzandosi con diligenza un po' di cenere della sigaretta cadutagli sul petto. Lo guardo con interesse perchè il suo gesto pacato m'apparisce troppo pieno della calma e dell'indifferenza dei vecchi. E siccome chi creò questa poltiglia vivente che si chiama l'uomo, tra le tante cose curiose di cui lo dotò, stabilì un'indubbia legge per la quale chi è fissato, è costretto reciprocamente a fissare, due occhietti grigi, penetranti e incisivi si levano su di me dal fondo del loro covo di rughe. — _Yes_ — mormora semplicemente — _I know_ — Io so. Non comprendo bene quello che sappia. E Lady «M....» mi spiega. — Il Duca of «L....» — e m'indica il vecchietto che continua pacatamente a fissarmi con avvizzita benevolenza — è giunto stamane da Alessandria d'Egitto. Il suo piroscafo fu silurato dopo dieci ore di navigazione... — Ah! — Stia bene a sentire. — È quello che mi stava raccontando poco fa. Dopo essere rimasto molto tempo in acqua fu raccolto e salvato da un'altro piroscafo precisamente in rotta per Malta. Due giorni di navigazione abbastanza tranquilli. Poi a sessanta miglia da qui... — Che cosa? — Silurato di nuovo, ieri, alle cinque di sera. Una nostra torpediniera accorsa alla chiamata radiotelegrafica di soccorso del piroscafo che affondava, incontrava l'imbarcazione sulla quale egli aveva potuto trovar posto e lo portava qui stamane... Di centotrentasette passeggieri partiti col primo piroscafo da Alessandria per qui, mi diceva che sono giunti a destinazione appena ventidue. Ha sessantanove anni: gli abbiamo dati abiti nostri... — conclude la narratrice elevando la voce. — Già — dice il vecchietto che ha scoperto dell'altra cenere sotto il risvolto dell'abito e se la spazza torcendo il collo — le notizie della guerra sono piuttosto buone, mi si dice.... La nominata Edith è presente e giuocherella con un grosso smeraldo che le pende sul petto. Il suo sguardo profondo si fissa a mezz'aria con un'intensità di pensiero che la rende muta, e le dà finalmente nella parola una voce lenta e incisiva di chi veda altre cose di là dalle presenti. — Ecco un racconto di cui questo signore avrebbe ora fatto a meno. — E con un piccolo gesto laterale della mano, indica me. — E perchè? — chiede Lady «M....» sorpresa. — Perchè la sua nave parte tra tre ore. — Davvero? — mi chiede la signora. Annuisco: e le domando anzi scusa se devo tornare subito a bordo per i preparativi della partenza. — Sono mortificata. Se lo avessi saputo! Ecco una delle poche volte in cui Edith ha ragione! Dio mio! L'ansia del proprio simile è una forma, si sa; parole: movimenti di labbra. Oggi è questo tutto quanto può venire offerto. Quando tutto ciò che compatisce, rimpiange, lenisce è stato detto, quando perfino la preghiera, troppo a lungo inascoltata, non ha più forza d'arrivare all'«Amen» e gli occhi si sono inariditi come per una gran febbre e tutta l'umanità per la voce di milioni di morti si domanda chi furono quei pazzi che ci parlarono di giustizia, di bontà, di beatitudini terrena o celeste, bisogna bene accasciarsi: troppo spremuti, non possiamo dar più nulla: siamo inerti, come conviene a giuocattoli, spezzati da una volontà che è meglio non esista, tanto sarebbe mostruosa. No: oggi l'ansia non c'è più: c'è l'ansia di guerra, che è ben altra cosa... Così con questi gentili ospiti che la guerra m'ha fatto conoscere e che forse non vedrò mai più, devo ora limitarmi a ringraziare a fior di labbro, far qualche inchino, abbozzare qualche sorriso, pronunziare quelle poche sillabe che significano congedo e lasciare alle spalle il bivio dei nostri rispettivi destini, sicuro che la ricaduta delle cortine di quella porta verso cui mi incammino, mi porrà subito ad un'incommensurabile distanza nel loro ricordo. È la legge. X. Ora nel salone attiguo, due fila di armature vuote da secoli, mi fanno lucida ala. Dietro il corruscamento dell'acciaio, la penombra verde dei pesanti cortinaggi ricalati sui finestroni, crea come due lunghe navate senza cupola. Il tappeto attutisce il mio passo: il silenzio, il battito acre del mio pensiero. Ma chi è uscito con me, chi mi segue? Cavaliere de l'Isle Adam, Gran Maestro dell'Ordine, che hai il ventre d'acciaio stranamente accuminato all'infuori, spiegami il leggero fruscìo che s'avanza rapido e mi raggiunge. — Ah! — _Stop, please_. Si fermi. Vorrei dirle qualche cosa. Riavere una visione di bellezza ritenuta già rimasta indietro nella scia della vita e quindi quasi sommersa, è come un di più strappato alla propria porzione di cose belle della terra. — Ai suoi ordini, miss Edith. Una commissione per l'Italia? — È precisamente quello che io ho detto di là, per giustificare la mia rincorsa... — Allora? Non so perchè tutti questi glaciali spettri di antica guerra messi in fila sembrano riempirsi dei loro corpi e animarsi d'una curiosità pettegola, che certo creerà lunghi loro commenti questa notte, quando la luna restituirà loro la vita e il vento trasporterà le loro chete parole di spettri da piedistallo a piedistallo. Macchinalmente ci togliamo dalle due sinistre file, avviandoci a passo lento verso uno dei finestroni, piccola cappella della navata verde, dalla quale, come dal foro simbolico praticato nel petto d'uno Spirito Santo immaginario, filtra tra gli orli delle cortine un po' di luce. — Allora? Una bizzarra trepidazione alterna ondate di sorriso e di serietà sul volto di questa fanciulla, nei contrasti bellissimo. Secondo i sussulti di quella piccola cosa candida, ora sicura, ora spaurita che è la sua anima, scherza e teme, s'avvicina e s'allontana, comanda e prega. — Come va per le spiccie, lei! — esclama, fermandomisi di fronte. — Allora! Oh che cosa buffa! Vorrei veder lei come farebbe a dire quello che vorrei dire io!... — Bisognerebbe che mi accennasse almeno che cosa vorrebbe dirmi e poi... — Già: il male è che non lo so. Senta, lei ha conservato davvero quel lembo di stoffa... lei sa? — Sicuro. Non è troppo ingombrante. Eccolo qua. — Nientemeno! Nella tasca del petto? E perchè mai lo ha conservato? — Oh! E non me lo disse lei? Mi disse: Lo tenga indosso, in una tasca... come portafortuna contro le terribili cose del mare. Vedrà che le andrà tutto bene... L'ho fatto. — Chiacchiere da veglione: da carnevale del siluro... — Andiamo! — le dico sorridendo. — Speriamo di no. — E se lei lo porta via davvero, io dovrò per forza seguire stanotte col pensiero, quando lei sarà in mare, traversando il terribile canale di Malta, questo cencio che era mio e che ora fa parte del destino d'un uomo... Se capitasse una sventura... — Al cencio? — Non sia cattivo. A lei... — Peuh! Un estraneo... Non ha udito ora a colazione quanti altri sconosciuti, oggi stesso... Mi spiego? Faccia così: stanotte non pensi al cencio: qua è ancora carnevale... stasera vedrà molte altre maschere; ritorni all'Opera, si diverta più che può e non pensi a tristezze; e poi dorma tranquilla nel suo letto che suppongo soffice... Le ondate di sorriso sono scomparse. È un viso di vergine preraffaelita che fonde la sua casta severità in un'espressione umile e s'affina e impallidisce avanti a me. La sua bocca rimane chiusa per qualche istante come per una concentrazione di pensiero a cui è bene non aprir subito l'argine delle labbra. — Penso — risponde come parlando ad un invisibile personaggio che fosse inginocchiato ai suoi piedi — che nel carattere italiano devono essere delle spietatezze terribili ed espresse con un'arte speciale. Sì: perchè ride? — Perchè lei mi dà buon giuoco per risponderle che nella nostra natura può anche essere un'infinita dolcezza espressa anche meglio... E poi... — ... Avanti... — ... perchè lei ha già pronunciato una frase da romanzo. E questo è pericoloso per me, che devo aver l'anima nuda pronta al volo supremo, come mi diceva lei poco fa, a colazione. La sua commissione per l'Italia, miss Edith? La risposta è uno sguardo che s'alza lento da terra e viene a figgersi immobilmente nelle mie pupille. Per qualche istante una corrente azzurra, carica di scintille d'anima che accendono la mia e sembrano spingerla come una gran fiamma verso altissimi spazî infiniti, affluisce in me quasi attraverso un ostacolo rotto. Per qualche istante una figura terrena scompare insieme al suo palpito e sembra che uno spirito che contenga in sè le sorgenti d'una fresca forza deliziosa si mescoli senza forma al mio, solo soffuso d'una grande aureola. Ah! Bisogna troncare tutto questo: e presto. Bisogna rientrare e subito nell'usato corpo in cui io devo abitare, solo e rattrappito per ben altre verità di vita. — La sua commissione per l'Italia? L'incanto è rotto. La corrente devia in basso e sento di nuovo il peso della mia materia gravar sulla terra. — Signor mio, — ella mi risponde con una voce leggermente agitata e che calca le sillabe delle due parole italiane. — Lei certo conosce quel verso del nostro poeta del Childe Harold: «_To fly from, need not be to hate, mankind..._» Lo ricorda? Credo di sì, perchè lei lo applica adesso con una certa energia... — Lo ricordo, ma io non fuggo dal genere umano che non dovrebbe essere necessario odiare — come dice Byron... — Mi pare di sì. — Ecco: sarò breve, perchè il tempo fugge. Io cerco di evitare un'altra cosa, che è precisamente l'opposto: che la vita mi richiami: che il freddo vuoto della mia esistenza, da molti mesi in contatto con la morte e pronta al crollo come una casa spogliata e deserta, torni ad esser riempita. Nulla deve ritornare: nulla deve ostacolare l'assoluto sentimento mio di completa, pronta dedizione alla Patria; io non voglio attorno a me che macerie dove è inutile soffermar lo sguardo della memoria: ho terrore dei rimpianti: pochi istanti di dolcezza si cambierebbero in pena che bisognerebbe cancellare subito per non soffrire di più. Mi comprenda, miss Edith. Io fuggo perchè... — ... perchè?... — ... perchè non voglio che in caso di sciagura, questa notte o domani, per atroce ironia della sorte, la mia ultima convulsa visione di vita sia qualchecosa che somigli... a lei,... che sorrida come lei ora, e mi guardi così. Abituati al buio, l'oscurità non spaventa: provi a entrare, Miss Edith, con gli occhi pieni di sole in un ambiente dove la luce non pioverà mai più... E questo non è romanzo sa?... Il pallido volto avanti a me ha come un sussulto. — Lei dice delle cose che arrivano nel fondo del mio animo di donna. È un'«ave Caesar, morituri te salutant» diretto alla mia povera persona, che, creda, non è Caesar in niente... No questo non è romanzo: è tragedia. — Precisamente: ma non tragedia mia, tragedia del mondo; oggi non c'è posto per altro... — Sicchè di questo carnevale di Malta, che ricordo serberà? — Ahimè! cara signorina, dovrò ricordare un cencio... — E di me? Come risponderle? Eppure due occhi ora sorridenti, ora gravi aspettano la risposta. Approfittiamo d'un momento di sorriso. Picchiar forte. Animo! — La sua commissione. Un silenzio: un silenzio complicato e composto da vibrazioni confuse, che potrebbe essere paragonato a quel bianco indeciso che nasce dalla mescolanza di tutti i colori. — Sta bene: me lo merito... Gliela darò subito, la commissione. Mi scriva appena giunto, ed io le risponderò: va bene? Ed ora bisogna... che io assecondi... i suoi desideri — ella dice con una voce che rallenta ed ha delle strane pause. — Offusco per lei... quella che lei chiama... la probabile sua ultima visione. Guardi!... E con le due mani riunite si copre il viso. Lo smeraldo oscilla: un raggio che filtra dallo spiraglio delle cortine, si sofferma sulla sua testa chinata e scherza con l'oro dei capelli accendendole vividi riflessi nelle ciocche dense della nuca. La bianca pelle del collo si perde in un'ombra rosata nella stoffa che le si distacca dalle spalle. Sibila il suo respiro tenue nel cavo delle mani e pare a poco a poco affrettare il ritmo, e farsi più concitato per aspirazioni più forti. — Guardi!... La parola piena di trepidante dolcezza, acquista le afonie d'una voce da sogno: e nel silenzio che segue, passano come fremiti di esseri invisibili. Ed ecco che un impulso che non so precisare, lento, ma irrefrenabile come una marea dell'anima da lungo tempo compressa, mi costringe adagio adagio a sollevar le braccia, fino a sfiorar con le dita i polsi della fanciulla. Un braccialetto tintinna; sento il battito affrettato delle vene, il tepore della sua vita — le dita salgono, circondano, stringono e delicatamente tentano distaccar dal viso le sue mani che tremano e resistono, mentre lo smeraldo, scosso, sfavilla più forte col fervido verde delle sue stelle. — No — ella mormora con un soffio di voce. — _You don't..._ Non lo faccia. _Sarebbe assai peggio per la sua visione..._ E girandosi ad un tratto, bruscamente sfugge alla stretta. — Good-bye — aggiunge protendendo una mano dietro lo svelto busto e senza voltarsi più. Gliela stringo. La sensazione acuta e profonda del distacco prolunga la stretta come ultima difesa contro la realtà, padrona del secondo successivo. — Good bye, Miss Edith. Il fruscio della sua veste s'è attenuato ed è svanito. E mentre mi guardo il cavo della mano dove un lieve umidore brilla, ho l'impressione che le due file di cavalieri, come monelli sorpresi a spiare, s'irrigidiscano tutti e fingano un'immobilità esagerata, allineando con cura le punte delle loro visiere, da cui — gelido come l'acciaio — sembra sfuggire un soffocato sorriso. XI. _R. Nave «.....» 2 marzo 1917._ _Miss Edith,_ Potrei limitare la mia lettera alla data e alla firma e avrei così eseguita la sua commissione. Sarebbe questa la vera prosa di guerra e lei mi direbbe forse grazie per averle risparmiato quell'altra. Ma... Io m'impongo, vede, m'impongo che lei pensi e dica così. Se parla così, lo «charmant épisode» è finito ed io posso continuare tranquillamente a fare ciò che facevo prima d'incontrare lei: portare in giro sui mari un corpo dalle ore contate la cui vista non serve che al periscopio, al fumo della nave nemica, a «guardare appena» sangue e «altri» corpi stroncati: il cui udito raccoglie i palpiti dei radiotelegrammi che è il linguaggio della strage sui mari; e la cui bocca serve a nutrire affrettatamente una perenne smania di uccidere o a dar ordine di uccidere ancora. Nessun organo deve flettersi in questa macchina da guerra tipo 1914-1917. E l'insensibilità assoluta, lei sa, è l'attributo delle macchine. Stabilisco io, per forza di una volontà di cui soffoco le contrazioni dolorose, che nulla sia cambiato in me: che laggiù, a Malta, ho sognato e che il mio sogno è stato delizioso perchè nato da un riposo di nervi troppo a lungo tesi: e che sulla mia mano, dopo aver stretta la sua, non è vero sia rimasta la minima traccia umida e calda, tanto che averla baciata e ribaciata è stata pazzia. Come tempra bene la guerra, Miss Edith! Quando ricordo le risposte che ho potuto dare a lei, che rappresenta tutto il fascino della vita ed ognuna delle quali veniva su da una dolcezza infinita, pugnalata a mezza strada dal ragionamento e ridotta infine a idiota ironia, penso che anche lo spirito è esangue, oggi. E ora aspetto una risposta dello stesso tenore. _Is it not better, then, to be alone?_ Con ossequio profondo _Suo Dev.mo_ «. . . . .» XII. _R. Nave «. . . . .» 9 marzo 1917._ _Miss Edith,_ La sua risposta non è venuta. «Meglio così». Ma bisogna che io le riscriva subito: e questa volta mi risponda, anche telegraficamente. Ho di nuovo dovuto prendere il mare e mi trovo adesso assai più lontano da lei. Senta ora la descrizione d'una strana notte di navigazione... Vedrà alla fine perchè gliela descrivo, e così minutamente. Abbia pazienza. Dunque senta: non appena chiuse dietro la mia nave le reti del porto, si stese sui ponti quel solito, gelido silenzio che è come il primo alito della morte che spazia sui mari. Con la prora al largo, si entra in un regno in cui oggi non si parla quasi più: e quel poco, a bassa voce come nei cimiteri. È una delle cose che si ricorderà dopo guerra, questo silenzio repentino delle navi partenti, non appena fuori del loro rifugio. La città si gravava di grigio e di violetto, viva soltanto nei guizzi di rubino strappati al sole morente dai cristalli delle sue case. Qualche stella arrischiava un oro o un argento indeciso tra cumuli di nuvole nere separate da spade di luce smorta. Di fronte a noi, come una immensa prateria coperta di bruma brulicava di greggi bianche di cui mi sembrava udire il cheto fruscìo, come tra erba rimossa: un'erba alta, compatta, scura e piena d'ombre. L'arena della morte era schiusa per noi. Avanti. Il fremito cupo delle eliche si accelerava a poco a poco come se nella nave crescesse una febbre e le vedette collocate ovunque divennero immobili in una stessa posizione d'ansia che condensava tutta la loro vitalità nello sguardo dilatato: lo sguardo notturno, iperestetico dell'uomo di mare che nessun quadro potrà mai riprodurre. Ero al mio posto, in alto, con l'usata vista della prora sott'occhio e la solita sensazione di masse calde, vive, dominatrici alle spalle: i fumaiuoli. Un vento freddo ed umido arrischiava di quando in quando qualche ululato, come un mostruoso cantante da tregenda che si preparasse dietro un sipario di nuvole a far sfoggio tra poco di tutta la sua voce di sciagura. E l'ombra si gravava insensibilmente di tenebre divorando gli ultimi chiarori crepuscolari aggrappati all'orlo capriccioso di alcune nuvole e soffusi, come per una ricaduta, in un'ultima, piccola striscia rossa d'orizzonte. E in breve, fu la Notte: la notte di guerra marittima, piena di misteri, popolata di fantasmi, carica d'una paurosa ostilità che spia, sorveglia, con miriadi d'occhi invisibili, appuntiti a raggiera da un cerchio immenso, verso un punto solo: la nave. Questo, lo scenario, Miss Edith: e quando ad Oriente, da una fitta cortina di nuvole, lacerata da un'improvvisa raffica di scirocco, apparve la luna in disco completo, essa sembrò ricambiare il nostro sguardo con una smorfia cinica come per esprimere il suo disprezzo di satellite, veramente disgustato di dover seguire ancora attraverso gli spazî un così abbietto pianeta. Nel pensiero, i pochi soggetti soliti e costanti: Primo: il nemico c'è. — Secondo: il siluro destinato a noi è già pronto a qualche metro sott'acqua e non dev'essere molto lontano. — Terzo: Tra tutti noi marinai che in questo stesso momento navighiamo, alcuni son già segnati dal destino: Chi saranno?... — Tre dogmi che escludevano ogni altra forma di ragionamento e abbandonavano la nostra sorte inerte al caso. Ebbene, malgrado ciò, — aspetti a dare un significato alla frase banale che segue — ho dovuto pensare varie volte a Lei: e sa come? Tutte le volte che estraendo il portasigarette dalla tasca del petto, le mie dita incontravano una piccola cosa setosa che rispondeva al tocco mio come con una lieve carezza. E allora riavevo per un attimo, là a mezz'aria sulla prora deserta, la sua visione con le mani sul volto, come a Malta, immediatamente cancellata dall'alta spuma d'un'onda che s'infrangeva in pulviscolo d'argento contro le àncore e contro le piattaforme dei cannoni di prora. Ho reagito: non ho fumato più e dopo essermi a lungo occupato dei miei doveri professionali, mi son lasciato sbatacchiare dalle convulsioni del mare, sprofondato su una sedia a sdraio, pattinante a zig zag nel buio perfetto del casotto della plancia. E buio nel pensiero. Fuori, il passo dell'ufficiale di guardia, affrettato o rallentato dal rollio, scandiva il tempo esattamente come cosa meccanica e non più umana. Tremiti, tintinnii, urti, sibili di vento si fondevano in una strana sinfonia in tono minore, a cui davano ritmo costante le pulsazioni cupe delle eliche. Di quando in quando la porta s'apriva e la nera ombra del sott'ufficiale radiotelegrafista si delineava sul chiarore lunare. La solita informazione: — Si stanno ora intercettando comunicazioni radiotelegrafiche nemiche... — Lontane? — Sissignore. Ancora sì. — Sta bene. — E ritornava l'oscurità. La voce nemica stesa sui mari, giungeva a noi come sempre: voce caratteristica, di tonalità quasi musicale, da non confondersi con nessun'altra. Parlava di noi? O erano i resoconti degli assassinii della giornata? Ma! Avanti le eliche, verso il nostro destino. Mai generazione fu più fatalista della nostra, perchè mai nessuna fu più sciagurata. La dimostrazione evidente era questa: che avevo sonno, che nel cervello scosso si producevano lacune di pensiero sempre più lunghe, sempre più torbide: un urto, un sobbalzo, un'ansia, e giù di nuovo con la testa ciondolante sul petto: il riposo di noi marinai, Miss Edith... Ricordo precisamente. Continuavo ad aver la sensazione di esser sbatacchiato, di qua e di là, ma non sapevo più come. Come o da chi? Perchè una strana luce che pareva sorgere tutt'in giro a me, tenue e multicolore quasi arcobaleno estremamente diffuso e velato, ma che a poco a poco prendeva forma, mi delineava come delle bizzarre figure umane che mi premessero i fianchi. Movimenti ritmici le animavano tutte, dando l'idea che una musica lontanissima e da esse sole udita, le trascinasse in una sola, silenziosa danza. Sì, che erano esseri umani: ma tutti lividi, tutti uguali nelle loro movenze stranamente stecchite e nel fisso riso macabro, rivelato soltanto dai loro lunghissimi denti, scoperti fino alle radici come nei teschi, perchè il resto del volto era mascherato di nero. E vestivano tutti i possibili vestiti della terra, presi a prestito da tutte le epoche, da tutte le regioni. Ad un tratto mi parve che un alto moschettiere m'urtasse più forte, con un gomito aguzzo che mi diede dolore. Gli afferrai il braccio e sentii la larga manica cedere nella stretta, fino a una piccola cosa cilindrica e dura, che non aveva attorno alcuna morbidezza di carne... — Chi sei? — gli gridai... Da due fori neri d'una maschera dove non brillavano pupille, l'uomo mi «guardò stupito»; poi levò in alto una mano inguantata e dalle dita floscie, e si pose un indice a croce sulla bocca. — _Sssssssss!_ — disse — _parlez bas, je vous prie, je suis mort..._ E la sua voce pareva propagarsi a fatica come risalisse da un abisso. — Morto? — chiesi ad una dama dell'epoca di Enrico II che mi passava vicino con un passo di danza risuonante a scatti rumorosi e secchi. — _Yes: dead: as I am myself; as is every body here..._ (Sì, morto: come me: come tutti qui) — ella mi disse con una voce di soffocamento identica a quella del moschettiere; e mi si mise a girare attorno, sempre ballando, scrutandomi in viso con indicibile meraviglia, espressa «senza sguardo». — Di', Madame de Pompadour, — proseguì chiamando una maschera vicina ed indicando me. — Guarda questo qui che ha ancora gli occhi e le labbra! — _Ah! c'est vrai!_ — mormorò il moschettiere continuando ad urtarmi di quando in quando. Un pagliaccio si soffermò un istante. — Sicuro! — esclamò in italiano. — Ma dica, signore, quando è stato silurato, lei? Diedi un balzo, subito compresso ai due lati, come da due ostacoli rigidi e legnosi. Volli muovermi, fuggire, fendere la macabra folla di maschere che mi attorniava in tumulto, agitando miriadi di braccia dalle maniche floscie, urtandosi con rumore di legnami attutito dalle stoffe. Impossibile. Due piccole maschere vestite da bambini baschi mi si abbrancarono alle ginocchia, alzando verso di me i loro visini mascherati, dai dentini tutti scoperti, — _Ne fuyez pas, monsieur,_ — pregavano come recitassero litanie. — _Vous n'êtes pas comme nous autres ici... Emportez-nous avec vous... Nous avons vécu si peu!..._ Cercavo di divincolarmi, di proseguire, preso da quell'orrore dei sogni, che non ha equivalente nella vita... — _Mais emportez-nous avec vous, Monsieur..._ — imploravano i piccoli — _chez notre mère qu'on a sauvée... On est si mal sans elle au fond de cette mer!... si vous saviez!..._ ... un orrore fatto di tutti i sensi, di tutto il pensiero, nato dal gelo dei nervi, dal raccapriccio di tutta la materia: una pena da inferno mai prevista, mai sognata. Ah! Sentivo che non poteva esservi scampo a un simile martirio. L'uomo legato alla sua pira che con lucida intelligenza segue i progressi delle fiamme che salgono, salgono ai suoi piedi, non può soffrire più di quello che io soffrissi... Ebbene, Miss Edith, rida subito, rida insieme a me delle inesplicabili visioni dei tormentati sonni di noi marinai. Venne a liberarmi un domino bianco, dalla cappa leggermente lacerata sull'orlo... Lo riconosce? — Largo! — disse pacatamente — lasciatelo uscire... E deve uscire, perchè gliel'ho promesso io... — Edith — gridai — tu qui? E perchè? Quale Dio ti ha mandata a me? — _Sssssssss_ — mi rispose lei a bassa voce. — Parli piano e venga con me fino alla porta... La folla macabra s'aprì. Lei mi tese una mano come per guidarmi, ma poi la ritrasse a sè con un gesto di cui non compresi il movente. E s'incamminò seguita da me, mentre la strana luce dell'ambiente s'affievoliva e diventava livida come per il progredire di un'ecclissi, fondendo i contorni delle figure attorno. Il percorso verso la porta era lungo e ci dirigeva una lama di luce azzurrastra che di là s'apriva a ventaglio, dando l'idea d'un proiettore irrompente nella notte. Nel camminare, il mio passo era leggero, leggero, tanto da non toccar terreno e avevo la sensazione d'essere sospinto dal basso in alto attraverso un elemento più denso dell'aria, ma sempre diafano e percorso da penombre verdastre. Quella che prima era folla ora ondeggiava liberamente ai miei lati senza produrre il minimo rumore. — Ecco: — mi disse Lei, soffermandosi sul limitare della porta. — Quella è la vita: vada... Lei rimaneva immobile, Miss Edith, dritta e raccolta nella bianca persona, mantenendo un braccio levato ad indicare in là; e la luce la investiva tutta, come la protagonista d'un dramma nel fascio elettrico d'un teatro oscuro. — Venga! — io le dicevo. Ma non ottenevo risposta. E ad un tratto Ella piegò lentamente il capo, riunì le braccia e si coperse con le mani il viso: come a Malta. E io la vedevo ritrarsi a poco a poco, come da un limite invarcabile, senza muovere alcun membro, illuminata sempre meno, sempre meno... attirata da una mano inesorabile tesa nell'oscurità alle sue spalle. — Qua — io le gridai stendendo le braccia e dando un balzo. Ma fui arrestato da un corpo nero e solido, inquadrato nel vano d'una porta da una luminosità scialba: un uomo dritto avanti a me. — Chi sei tu? — gli chiesi concitatamente. — Come, chi sono? Sono il Capo radiotelegrafista. Sa, lei dormiva ed ora che è passata non volevo svegliarla. — Passata? Che cosa? — Abbiamo raccolte or ora le trasmissioni d'un sommergibile nemico vicinissimo... e che si sono allontanate quasi subito... Adesso si sentono ancora, ma più lontane... È passata. — Già — mi disse sulla plancia l'ufficiale di guardia dominando una leggiera commozione rimastagli nella voce. — Dobbiamo esser passati a breve distanza con rotte opposte. In quanto a vedere, impossibile: c'è troppa foschia. Era vero: tutt'intorno lo scirocco aveva accumulato nuvole e nuvole addensandole sul mare e la notte era tutta un immenso caos nero percorso dall'ululato del vento. Un piccolo brivido... Freddo? . . . . . . . Io immagino, Miss Edith, il suo sorriso mentre leggerà queste pagine. Ora che un bel porto del mio paese chiude la mia nave, e che un mite sole irradia serenità sugli enigmi eterni della vita e li placa, io pure rido con lei delle vuote fantasticherie che le ho scritte, nate da un sonno di tormento. Ma vorrei che sotto la spinta della sua fresca vitalità, della sua giovane energia, del suo fervido spirito, Ella, Miss Edith, mi rispondesse press'a poco così: Egregio signore, la sua lettera è insulsa per non dir peggio. In avvenire sarà bene mi risparmi le lungaggini delle sue descrizioni tra macabre e grottesche... Grazie del delicato pensiero di avermi ficcata in quella tale folla di maschere ed aver dedicato un proiettore speciale alla mia persona. Ma io, a Dio piacendo, sto benissimo e lei no, perchè ha bisogno di una lunga cura. — Good bye. Siamo intesi, miss Edith? Io vorrei che mi rispondesse subito così. E aspetto la sua risposta con una certa ansia... _Suo Dev.mo_ «.....» XIII. _Malta, ... aprile 1917._ _Signore,_ Ho letto io le sue lettere dirette ad Edith R..., mia cugina. Sono donna e col sicuro istinto del mio sesso ho acquistata, leggendo, la certezza di darle un immenso dolore. Edith, chiamata a Roma dalla mamma per ritornare subito a Londra con lei, è sparita nel siluramento del «Leicester» avvenuto a poche miglia da Capo Passaro. Si unisca a noi nel nostro disperato cordoglio e se ha una fede le domandi forza. Lei vede, signore, che nell'orribile flagello che ha colpito la nostra povera generazione, nulla, nulla deve sussistere di quanto faceva bella la vita, nemmeno... _Yours Truely_ FREDERIKA D.... LA FEDE. I. Regem cui omnia vivunt, venite, adoremus! Venerdì Santo: per la speranza e contrizione cattolica, santo, oggi, come non fu mai. Nell'eterna corsa sulla sua orbita, la terra continua ormai da anni a rigare di sangue gli spazi, povera cometa dalla chioma purpurea, come se per atroce malattia essa dovesse sbianchirsi e vuotarsi prima di abbandonare per sempre la sua via cosmica e precipitar sgretolata nel nulla, donde fu tratta. C'è uno sguardo di Creatore che segua nella macabra corsa questo nostro derelitto pianeta che non chiese a nessuno d'esistere ed ospita esseri irresponsabili della loro natura? — C'è chi raccolga l'immenso grido di dolore, d'invocazione, di preghiera che esso lascia dietro sè nello spazio, come urlo di bolide nell'atmosfera squarciata? — Una Suprema Potenza che imponga «basta!» all'infernale «nostro vecchio buon Dio», la cui esistenza è invece purtroppo certa ed indiscutibile, c'è o non c'è? Sì: c'è: ci deve essere; ce lo assicura il lungo stuolo di donne vestite a lutto, di bimbi senza sorriso, di vecchi il cui occhio spento s'è ravvivato per ambascia al lampo della ritrovata fede; uno stuolo che oggi, sotto un mite cielo velato, si reca ancora a pregare Colui che, ci dissero, diede il suo sangue per salvarci dal male: un male forse infinitamente minore dell'orrendo male di oggi.... C'è: — afferma questa folla di credenti — Chi ne dubita, bestemmia — Se non battè ciglio quando i suoi templi vennero profanati e distrutti, i suoi ministri uccisi, le sue spose spirituali oscenamente rapite a Lui, e quando sterminate orde di scienziati selvaggi, in nome del loro «vecchio buon Dio» annientarono sghignazzando patrimoni di diritto, d'arte religiosa, di morale e di civiltà senza che nessun anatema, nessuna scomunica le colpisse mai, è perchè noi — noi non luterani, non mussulmani, non ortodossi — avevamo troppo peccato ed Egli è inflessibile — _quantus tremor est futurus, quando Iudex est venturus_ — nel suo castigo. O voi che dubitate, mortificate il vostro spirito come noi, purificatevi nella penitenza come noi, pregate come noi, venite con noi nel Suo tempio dove s'effonde la Sua infinita bontà... Venite! È questo il primo Venerdì Santo da che noi liberammo dagli Infedeli il Santo Sepolcro del Suo figliuolo. — Egli ce ne ricompenserà... Venite!... * * * E uno dei massimi templi di Parigi si riempie a poco a poco di buone, fidenti creature, senza peccato come i primi cristiani. — Nel supremo atto della Passione esse vengono — _cor contritum quasi cinis_ — a porgere in olocausto al Redentore lo strazio dei loro cuori, umilmente esaltando la divina volontà. Qui non son più le meravigliose donne di Francia che all'annunzio della perdita d'un figlio alla fronte, chiedono «Quale dei tre?» con sublime calma: qui dove è scritto a lettere d'oro «O voi che piangete, venite a me» — esse, ubbidendo al richiamo, son venute infatti a piangere, nascoste nelle tenebre rituali delle navate sulle quali una luce filtrata dalle antiche vetriate gotiche, getta qua e là qualche iride vivida. Gli spazi vuoti si restringono, l'umanità dolorante s'accalca e le file dei pilastri emergono ormai come da una marea nera, agitata tutta dall'impercettibile fremito della preghiera. Laggiù in fondo, la rada costellazione delle candele intorno al Cristo morto, crea come una mistica sfera di luce e gli occhi vi si fissano, spalancati da una fede fervida. Ed è proprio là, tra quella luce, che nascono le care visioni dei morti di Verdun, della Somme, dell'Avre, circondate da aureole d'oro. È da là che essi rispondono a mille disperate chiamate, sorridendo col loro calmo sorriso di morti. — Sono migliaia ma nessuno ottenebra la visione dell'altro: infiniti ed uno.... Uno! _Et lux perpetua luceat eis_... * * * La cupa sonorità del tempio, ingrandisce i minimi rumori: lo scatto stridulo delle sedie si alterna coi colpi di tosse mal repressi, coi gemiti appena trattenuti; gli amen d'un piccolo chierico che segue il sacerdote ufficiante lungo le stazioni della Via Crucis, squillano e riecheggiano alti come note soprane su un leggerissimo accordo. E un'atmosfera mistica, fatta d'incenso, di fumo di ceri, di passione umana tanto intensa da sembrar quasi materializzata e compressa tra le volte del tempio, grava su migliaia di teste chinate da una reverenza senza nome, immobilizzate da una preghiera assoluta, dimentica del corpo, ascendente da spirito a spirito: _In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum..._ ... Il singhiozzo del Cristo che muore... II. Intanto, da più che cento chilometri di distanza il vecchio buon Dio ride, ancora una volta ride del suo riso da Gambrinus, fatto di sangue e d'orgia. — Seduto su una botte circondata da cadaveri, si riporta di quando in quando sul ventre nudo i lembi di un suo giubbone di stoffa che imita perfettamente la lana e si raggiusta gli occhiali a spranghetta d'oro finto, che il riso gli fa traballare sul naso camuso. — Laggiù verso ponente, in direzione di Parigi, lo spettacolo è magnifico e nelle soste del riso egli vi fissa con compiacenza il rotondetto occhio belluino. — Dopo una fuggevole, vasta prospettiva di tronconi di alberi scheggiati, di rovine di case, di profonde buche circolari nel terreno riarso, di corpi prostrati alla rinfusa in pozze vermiglie, v'è infatti laggiù una bella corona di villaggi in fiamme che cerchia l'orizzonte di nuvole nere: il più gradito panorama per lui. Non è forse questa la prova evidente che in una tranquilla, verdeggiante, popolosa regione di Francia — va, uccidi, distruggi, spargi ovunque il terrore del nome tedesco — è arrivato Lui? E gongolando pensa che anche immobile può arrivare a distruggere più in là, dove le case e le vite, ben difese dai milioni di petti della fronte, sono ancora intatte. Gliene dà il mezzo un'invenzione caduta nel vuoto e nell'incredulità nel paese d'origine e azzannata subito da lui, sempiterno ladro delle idee degli altri, come lo fu per l'aviazione, per i sommergibili, per tutto. Eccolo: è lì vicino a lui, il mostruoso cannone per cui non esiste più distanza: cannone da distruzione cieca a cui è impossibile assegnare un bersaglio che non abbia chilometri di estensione in ogni senso: da metropoli, dunque. Se il bersaglio è innocente, poco importa: lo si chiamerà «fortezza» secondo la «_Glauben bei den Deutschen_» la fede dei tedeschi, magnificata da Iohan Herder. Se oggi è Venerdì Santo e potrebbe esser magnanimo mostrare un ultimo resto di cavalleria guerriera, rispettando in un giorno sacro una popolazione d'inermi — che gioia tedesca, quale eccellente occasione tedesca per sghignazzare su questo sentimento civile! — Niente, niente! «_Zerstört in Keim die ungerborenen Geschlechter_»: distruggete in germe la vita non ancora nata; tale è il precetto fondamentale tedesco, assoluto, infallibile. E mentre ad una distanza immensa di spazio e di sentimento, una moltitudine di donne in gramaglie leva le braccia al Cielo nella fervente invocazione al Dio della sua culla e della sua bara, chiedendogli misericordia — miserere, nobis —, qui s'alza il selvaggio canto «_Du helle Eisenfreude_» di Theodor Körner alla spada: Tu, chiara gioia di ferro...; una folla di demoni s'agita intorno al gigante di ferro e il colpo infernale parte traversando regioni... Su, una coppa al vecchio buon Dio! Il riso lo soffoca. — Porgetegli una delle tante bottiglie di champagne rubate da un principe tedesco. Giù, giù... versate, versate fin che la coppa trabocchi ed egli possa insozzarsi di spuma spalancando la bocca per bere e per intuonar tra gl'ingurgiti, il suo inno _....... Glas so hold_ _Trink' ich dich aus mit hohen Mute_ (O coppa a me sì cara, ti vuoto con saldo cuore). Presto: il proiettile ha già varcato gl'indecisi limiti dell'atmosfera al vertice della sua insorpassata parabola e tra poco tornerà giù verso la terra... E preparate un'altra coppa, molte altre coppe: v'è laggiù molto sangue innocente che tra poco sprizzerà dalle arterie rotte e formerà laghi. III. Dove? Voi, povere creature di Parigi, prostrate in sanguinolente mucchio intorno al simulacro del vostro Redendore lo direte al Cielo... E rispondi tu, giocondo vecchio buon Dio: queste risposte son per te, per il tuo tripudio, per i canti delle tue giovanette, dei tuoi studenti, dei tuoi poeti: e per la tua storia. Su, manigolda Deità: rispondi dunque, ibrido impasto di Moloch, di Wotan, di Parsifal, di figure delireggianti mezze nazzarene e mezze sceme, armate e crociate, vaganti tra un Paradiso-imitazione e un Valhalla bagnato dal Reno e dal suo vino! Non avevi già distrutto il diritto, la legge morale, la civiltà? Ghigni? Ah, tu vuoi significare che finchè restava la Fede, finchè si poteva esclamare «Mio Dio!» ad ogni nuovo tuo orrore........ . . . . . . . COME NELLA TETRA LEGGENDA ADRIATICA. (.... E IL MARE). _Esso è divenuto ad un tratto, rotonda_ _sterminata platea di giustizia...._ (LU SCÏÒ). I. Eccolo: non tollera confronti: è Lui, nella sua immensità di deserto, nella sua immutabile maestà di elemento eterno, animato ancora da tutta la forza ricevuta in dono quando venne consacrato Mare dal Dio della Genesi! Oggi palpita appena, eppure i macigni delle due dighe che s'addentrano laggiù nel suo seno per proteggere contro di lui questa base di guerra, tremano del suo palpito, stretti pavidamente insieme. .... parla senza collera, ma la sua voce cupa e uniforme, indeciso e continuo accordo di organi lontanissimi che l'immaginazione colloca tra le nuvole, riesce a diffondersi su tutta questa sterminata distesa di sabbia e a soffocare ogni altra voce del Creato. .... impercettibilmente respira: acre di salsedine, il suo alito spazia dovunque, annienta ogni emanazione e sembra avviluppare in un'atmosfera cauterizzante gli arbusti scontorti che seguono a timida distanza il confine schiumoso del suo regno. È questa la triste vegetazione che nelle grandi tempeste, scompigliata dal vento, agita miriadi di braccia scheletriche ed annerite per fermare tutto un prodigioso sminuzzamento di materia morta che egli getta con disdegno alla terra perchè nei secoli faticosamente la riformi. — Com'è sua invariabile legge, egli non sa che colpire, sgretolare, annientare, cancellare ogni altra vita. Non sa costruire che il corallo e le perle, lui, e tessere sudari d'incrostazioni bianche intorno alle cose che non vuol dissolvere. Ma perchè il segreto delle sue creazioni non sia mai violato, ha misteriose officine al fondo di incommensurabili abissi, ove solo ai morti, solo ai morti è dato discendere. Se l'audacia dei vivi riesce a solcare appena la sua superficie, egli ne cancella subito il solco: e chiuso, ostile all'indagini non vuol testimoni alla sua intima connivenza col supremo Creatore: nessuno può infrangere il suo «veto». E se una mano raccoglie nel cavo un poco di lui, e uno sguardo lo interroga, niente! — Egli sa diventare un liquido inerte, incolore, disanimato ad un tratto: nulla della sua fecondità cosciente, della sua potenza eterna, di tutti gl'inimitabili colori che sa generare... Niente: e le dita s'aprono perchè questo niente ipocrita sfugga... È lui, la vergine Creazione: lui il perchè senza risposta, come il firmamento, come la vita, come tutte quelle cose che stritolano la baldanza della scienza e la tramutano in umile balbettìo... Perciò nello spirito di tutti i popoli suscitò sempre parole che hanno un identico significato di reverenza e terrore: perciò l'occhio che lo scruta si dilata e si fissa... II. Ieri la Bora muggiva. Dalle giallastre foci del Po al massiccio di Pesaro dal color di lavagna, fin dove giungeva lo sguardo, sotto una bassa cupola di nuvole stracciate dal vento, e punteggiate di gabbiani spauriti, era un solo bollore livido, senza più orizzonte. Immense cateratte fluide parevano sorgere dalle nuvole stesse e prorompere verso la terra con un impulso così veemente da far pensare a un sovrappiù di forza acquistato nella loro prodigiosa discesa. Correvano, correvano, orlate di pulviscolo candido, cariche d'uno stesso odio monotono, desolante e furioso, gareggiando tra loro come per addentar più terra e ritirandosi volta a volta, rotte, quasi a riprendere nuova rincorsa dopo l'urto fallito. — Il loro urlo era gigantesco e quando l'ululato lamentoso del vento v'interponeva una litania bizzarra e più acuta, pareva che un furore demoniaco, per qualche istante compresso, si esasperasse subito di più. Dall'estremo di una delle due dighe di scogli, trepidanti sotto i miei piedi, solo, scudisciato dal vento e toccato dall'ortica della schiuma salata, contemplavo questo spettacolo con occhi nuovi. Fin'allora, in tutta la mia esistenza divorata dal mare, avevo vissuto «dentro» la tempesta, in quei poveri giuocattoli da tempesta che sono le navi. — Avevo sentito per anni passare ad una ad una sotto di me le creste delle onde, subendone l'impulso pazzo nei muscoli e avendo la sensazione dello sbalzo del corpo da abissi senza fondo ad altezze che sembravano fantastiche, per riprecipitar giù secondo una legge eterna e forsennata. Il cozzo della prua contro l'onda, lo squasso di tutte le cose di bordo, l'irrompere violento dell'acqua, bianca assassina, erano accompagnati dalle strette dell'anima, mentre il volto, flagellato dal vento e dalla schiuma, manteneva quell'espressione impassibile che ci venne insegnata da bimbi e che noi marinai per un nostro segreto sappiamo ritrovar sempre anche nei subbugli della terra, anche nelle meschine bufere che il lividore dei piccoli uomini biechi può sollevarci qualche volta intorno. Ieri invece il mio stato d'animo era simile a quello d'un «gaucho» delle Pampas, rimasto per la prima volta appiedato e fermo tra sterminate torme di cavalli in fuga, confusa e fragorosa mareggiata di groppe guizzanti, criniere tese, code inarcate e lampeggiamenti di occhi convulsi. Se la tempesta mi avvolgeva come a bordo, se dall'urlo demoniaco delle raffiche si sprigionava la stessa eterna minaccia, a me, uomo, misera cosa nera sperduta in un bianco caos di distruzione, il mio corpo, inclinato contro il vento «era inimobile»: e mi pareva questo un fenomeno straordinario, quasi inverosimile e tale da separare come in due la mia natura, gettandone una parte al passato e l'altra al futuro. E di tutte le morti che per più di due anni di guerra m'eran venute incontro nel mare, sulla punta avida del siluro, sull'opaca chiazza della mina, con l'acino biancastro e sibilante delle bombe, con lo scoppio livido delle granate, mi sembrava non restasse più nulla e che questo immenso cimitero d'acqua dove in profondissime tombe si dissolvono tanti cari compagni dell'adolescenza mia, non potesse più incutere alcun timore e la sua voce altissima fosse vana. III. Oggi è dunque giornata di messe. Maturata dalla continua tragedia del largo, e fecondata dalla gelida oscurità della notte piuttosto che dalla calda luce del giorno, essa giunge in briciole disposte su di uno stesso livello: scure e lucide briciole che il sole ci rivela subito. Le correnti adriatiche favoriscono molto, in tal senso, questa località di guerra. E il corso d'acqua che lambisce le isole Dalmate, il Quarnero, l'Istria, le foci dell'Isonzo, del Tagliamento, del Piave e del Po, giro perenne dall'Austria all'Italia, raccoglie tutti i detriti marittimi della nostra delenda nemica, tutto ciò che Fiume, Pola, Trieste rigettano: e ce lo fa rifluire qui, su questa sabbia. I miei marinai, mietitori e spigolatori assai abili, son già distesi in catena avanti alle batterie, denudati nelle gambe e muniti di ogni specie d'ordigno che la loro esperienza ha foggiato. E sguazzano e si divertono un mondo a questa pesca di guerra, l'unica che oggi questo mare deserto, triste, abbandonato, dia. — Più forte fu la bufera e più proficuo il raccolto sarà: avremo più mine strappate dai loro ormeggi, più rottami d'aereoplani, più detriti, più Austria e forse avremo qualcuna di quelle cose scure, floscie, irriconoscibili, lentamente rivoltate dalle onde come per una vita fittizia, che sconosciute madri già piangono in qualche angolo della terra. V'è chi è incaricato di redigere come una specie d'inventario macabro, diviso in due colonne brevemente intitolate A. e I. Tutta la raccolta delle cose rimaste impigliate stanotte tra gli arbusti di là della sabbia, è già ordinatamente elencata. La lista della colonna I è aperta da un elmetto da aviatore, «slacciato nel sottogola». L'uomo, un capitano di cui è visibile il nome nell'interno della cupola, è dunque caduto vivo. — Dove? Come? Quant'ansia umana fervette in questo vuoto involucro che ha galleggiato fin qui, muto messaggiero di catastrofe!... Ora due piccoli granchi spauriti, vi si rincorrono lungo la fascia interna di cuoio flaccido... Seguono mine. — Peuh! È un prodotto solito. — Quest'acqua deserta dove nulla apparisce, ne coltiva a migliaia nel suo seno; e la tempesta gliene squassa ogni tanto un po', scegliendole tra le più vecchie e incrostate, come da un orto a rovescio, mandandole «su». Gli orti nostri e nemici si confondono ormai ed il prodotto è frammisto. Mine nostre e loro vengono alla deriva insieme, affratellate dal capriccio del mare. — Sembrano immense, sulla sabbia; e quando le abili mani dei marinai con poche precise ma pericolose manovre le rendono innocue, esse continuano a conservare la loro aria stupita di cetacei in secco che non tentarono mai far male a chicchessia, e vennero sempre calunniati da tutti. Vien poi un'intestazione generica: _Diversi_. Ed essa comprende tutte quelle cose flaccide, corrose dal terribile acido del mare, che sembrano consistenti alla vista, ma non appena toccate si sgretolano. — Tele, assi, casse sventrate, calzature aperte, brandelli di indumenti cosparsi di fili d'alga e d'erbe di laguna, brillanti al sole per piccoli cristalli di sale... Sicuro: «Diversi»; e non è possibile dar altro nome concreto a ciò che il mare ha masticato... La colonna _A_ è più lunga. Pola ha inviato qui una quantità di cassette vuote, quasi tutte indirizzate ai marinai della squadra nemica: cassette da indumenti o da commestibili, provenienti dai più opposti punti dello sdrucibile impero. Karl Kenz ha avuto dei fichi: Hanz Guttlassen ha ricevuto molta biancheria: Luitpold Heberlein, un piccolissimo dolce... Gazzarra, laggiù, incontro a noi! la buona quiete di «dentro le reti d'acciaio» dove s'aspetta, s'aspetta il gran giorno... Ecco invece qualcuno di «fuori reti» che ha lasciato la vita nell'aperto mare. Ce lo dice un berretto da marinaio col nome di una silurante nemica che non tornerà più in porto e di cui sappiamo la fine. Due salvagenti ancora ben rossi e qualche cintura di salvataggio dal sughero ancora ben compatto, aggiungono alla svelta alcune frasi incisive alla tragedia svoltasi da poco. E c'è poi, un oggetto raro: un tubo di latta impermeabilmente tappato, poco più lungo d'un palmo, e del diametro d'un comune orologio da tasca. È il messaggio d'un velivolo austriaco lanciato alla sua silurante di scorta durante una delle tante bestiali incursioni sulle nostre coste. «Andate nel punto tale, subito: troverete l'apparecchio K... che ha bisogno di rimorchio...» Un ferito da noi, abbattutosi al largo. Quante cose ci racconta quest'acqua, quando parla a bassa voce! Basta saperla interrogare e non aver ritegno a rovistare tra cose morte. IV. Che c'è? Che cos'hanno trovato? Come ad un tratto intorno ad una preda invisibile s'addensano le formiche d'una stessa fila diradando gli spazi contigui, così laggiù nella catena degli uomini, s'è formato un gruppo compatto che annunzia scoperta. — Una tartaruga morta! — mi grida un siciliano quasi nudo, malgrado la sferza invernale. — Mezza vuota... marcita... piena d'alghe — aggiunge un suo compagno. E allora che la gettino via! Da più di due anni questa fauna non c'interessa più... Ma no: vogliono che la veda anche io; non son ben sicuri sia proprio una tartaruga... E così, palleggiata allegramente da dozzine di mani, l'incerta cosa viene a me. È una specie di mezza sfera deformata e compressa, di color verde-bronzo, liscia di sopra, ispida d'alghe disotto e stillante un'acqua verdastra che diviene via via nauseabonda: non pesa gran che. — Ma è ben strana questa sua calotta senza scaglie e così perfettamente levigata e patinata dal mare! Le lunghe erbe filamentose le prestano il buffo aspetto d'un mascherone barbuto come ne concepirono i nostri artisti seicenteschi per il marmo delle loro fontane ed il bronzo dei loro portoni, benchè tale immagine sembri inappropriata ad un oggetto che è così lontano da ogni parvenza umana. Così qualcuno, quasi per ischerzo, si mette a tirare queste barbe verdi... Ed ecco una fuga di bestiole grigiastre, formicolanti a falangi, che l'aria aperta scompiglia, disperde, ci fa saltare addosso... Via! una buona strappata che denudi tutto! Ah! L'uomo è ben poco amico del suo teschio! Abituato a vivere tra milioni di teschi effimeramente incarnati e illuminati da occhi, dimentica il teschio vero, l'unica, eterna verità che sovrasta la sua vita. Alcuni pochi egli ne ama, altri ne odia: e tutte le sue passioni, le sue vicende e le sue aspirazioni sono chiuse e riassunte in una cerchia di teschi. Quando mai ricorda che egli s'agita, si tormenta, soffre soltanto perchè — meta suprema — altri teschi si inchinino per pochissimo tempo avanti al suo, prima che tutti assumano un'identica posizione dentro la terra? Così all'improvvisa rivelazione, questi viventi rimangono sbalorditi, mentre il teschio si mette subito a fissarli col suo sguardo nero pieno di tranquilla insolenza, sostenuta dal sarcasmo del naso vuoto. Per qualche istante la vita e la morte s'indagano curiosamente e si sfidano, l'una armata di gioventù, l'altra di niente. E il niente, senz'altro moto che quello che alcuno fili d'alga mossi dalla brezza e rimasti tra i denti gli danno, vince, stravince, fa sì che i vivi si smarriscano... Infatti, — Lo gettiamo via? — chiedono quelli a bassa voce. Per ora sì: nulla da fare: lasciarlo lì per seppellirlo più tardi, lontano dal mare, perchè questo con un subdolo lavorìo nella sabbia non se lo riprenda — e tornare alla spigolatura dei detriti. Giù; e la massa cade con un rumore sordo, morde con un ghigno la sabbia e si mette a guardare in sù, com'è sua costante abitudine. * * * Come se un resto di tempesta vagasse ancora fuori vista al largo e avesse gran fretta di sedarsi, file d'ondate lucide, gonfie e senza creste, vengono repentinamente a frangere nel giallore della spiaggia i riflessi di cielo che trasportavano in groppa. Mare di subitanei capricci, l'Adriatico ha spesso di questi improvvisi ritorni di collera che nessun vento giustifica. Ed allora nell'aria immota la sua voce s'eleva e stupisce per la sua fragorosa, grandiosa risonanza. Così mentre contemplo il teschio, il mare lancia tra intervalli isocroni di silenzio, che par condensino un immenso pensiero, la sua irrefrenabile, schiumeggiante parola. È lui che dà voce al mutismo del teschio, per naturale alleanza di cose eterne contro di me, precario custode di materia viva, pronta a sparire di fronte a loro due: queste due Presenze rendono inutile la mia parola mortale. E se io dirigo a questo mio triste interlocutore la prima muta domanda, invariabile nei secoli, che ogni vivo gli rivolse: Chi fosti? —, non ho altra risposta che la vuota fissità delle caverne oculari dove s'annida un pacato sarcasmo fatto di passato incommensurabile e di futuro senza limiti e dove è disseccato ogni rimpianto. È il mare che risponde per lui. Onda dopo onda, frasi scroscianti si seguono, versetti di un salmo eterno, musicati da una selvaggia armonia che dà a tutti un uguale «crescendo» d'acqua, un pari impeto travolgente, una stessa cadenza trattenuta, singhiozzante e morente in pianissimo... — Chi fu? Insulsa questione. SEI TU. Atomi ed eternità non hanno nome. Se distingui con sillabe i granelli di sabbia che ti circondano e ne eleggi uno re, e ne crei celebre un altro, tutto è giuoco inutile della tua parola, chè ogni granello è identico nella massa confusa; nello spazio e nel tempo. Chi fu? Mai ebbi memoria di chi uccisi, chè nessuna vittima, morendo, mi gridò mai il suo nome. — Tutte avevano nella strozza il nome del loro Iddio o le sillabe invocanti la madre, quasi uguali in tutte le lingue — e soffocate da me in ugual gorgoglio. Ah! che da tre anni tante e tante esse son divenute, da non esser più altro per me che carne, la molle materia che facilmente divoro, fino a lasciar ben levigate le ossa: il residuo: il composto di due materie prime: fosforo e calcio. Da quale matrice fu prodotto costui? Austriaca, tedesca, francese, inglese, italiana? Venne a me da una nave sventrata, da un sommergibile squarciato, da un idrovolante stroncato, dalla rossa corrente d'un fiume di battaglia? Una sola parola scroscia quest'onda: Venne! Capo, gregario, eroe, abbietto, venne. Tempo già fu che su quest'acque mie, ridevan le vele d'uomini felici, vivida flora d'un giardino azzurro, rivangato da eliche solerti. Sulle mie rive si rincorrevano frotte di fanciulli denudati all'alterna carezza dell'acqua e del sole, nel vigile sorriso delle mamme sedute in crocchio e trattenenti l'ago. Da mille vie adducevo ricchezza, serena gioia di sentirsi vivi, fratellanza d'uomini e forza: e a celebrare l'attività del giorno, mi cingevo a sera d'una corona immensa di fari. Ero vita più che morte allora. Ma maturità e dissoluzione sono in ciclo perenne. E il frutto dell'esistenza, troppo addolcito da ininterrotto tepore, produsse putredine che avvelenò anche il tronco. E l'albero del Male rinacque. Mangiarne il pomo voleva dir cataclisma. Osarono alcuni popoli e colti da follìa, si precipitarono sugli altri in spaventevole cozzo. Alla terra il grigioverde: il bianco e il nero a me. E mentre la terra divampa ribolle e si spiana come a ritornare la massa informe della prima Creazione, io, vuotato da ogni vita, son deserto circoscritto da rive deserte, immenso ossario azzurro dove s'entra per mille porte d'acqua spalancate. La tetra leggenda è oggi realtà. — E in nome del Creatore Supremo, getto, come schiuma di tempesta, contro tutte le spiagge, contro tutti gli scogli, per i macabri pescatori di tutto il mondo, ossa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . GUIDO MILANESI. INDICE Lu Scïò Pag. 7 1914 » 31 La traversata della morte » 75 Una notte di Natale » 109 Supremo grido » 141 Sosta di aquilotti » 171 Il carnevale del siluro » 197 La Fede » 259 Come nella tetra leggenda adriatica » 267 NOTE: [1] «Patrò» tra i marinai di S. Benedetto del Tronto è titolo d'onore che si usa come «signore» ma che indica più propriamente chi comanda paranze e navi. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Roulier/Roullier, brontolio/brontolìo, Goeben/Goëben e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. End of the Project Gutenberg EBook of Mar sanguigno, by Guido Milanesi *** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MAR SANGUIGNO *** ***** This file should be named 59687-0.txt or 59687-0.zip ***** This and all associated files of various formats will be found in: http://www.gutenberg.org/5/9/6/8/59687/ Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) Updated editions will replace the previous one--the old editions will be renamed. Creating the works from public domain print editions means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. 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Redistribution is subject to the trademark license, especially commercial redistribution. *** START: FULL LICENSE *** THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free distribution of electronic works, by using or distributing this work (or any other work associated in any way with the phrase "Project Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project Gutenberg-tm License (available with this file or online at http://gutenberg.org/license). Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm electronic works 1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to and accept all the terms of this license and intellectual property (trademark/copyright) agreement. 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Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be freely shared with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support. Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper edition. Most people start at our Web site which has the main PG search facility: http://www.gutenberg.org This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, including how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.